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città intelligenti per cittadini intelligenti

Città intelligenti per cittadini intelligenti

di Angela Gallo, su http://www.labsus.org, 21 mag 2012

Quando la sussidiarietà strizza l’occhio alla tecnologia
Città inclusive e tecnologiche, partecipative e sostenibili. Sono le città intelligenti, ovvero quelle che impiegano le nuove tecnologie dell’ICT per ripensarsi e ripensare le proprie infrastrutture in funzione di spazi urbani vivibili e accessibili ai cittadini. La forte crescita della popolazione nelle città spinge infatti verso nuovi modelli di sviluppo urbano nell’ottica dell’ottimizzazione delle risorse e dei servizi. Noi di Labsus ci siamo chiesti se le smart cities possano rappresentare una concreta chance di partecipazione civica e sussidiarietà orizzontale perché non sia una moda del momento. Per capirlo proviamo a “viaggiare” tra gli esempi di città intelligenti per verificare in che modo vengono impiegate le tecnologie dell’ICT e in che misura si favorisce il coinvolgimento attivo dei cittadini.
“Le città sono sistemi open source che nascono da interconnessioni sociali”

Sembra questa la direzione che molte città europee e mondiali stanno prendendo: utilizzo delle nuove tecnologie per riprogettare città, produrre innovazione sociale, creare ambienti vivibili in cui sia più semplice stabilire delle reti di collaborazione e solidarietà tra cittadini e amministrazioni locali. Le città intelligenti e le smart community non sono semplici agglomerati di sensori elettronici che raccolgono informazioni sulla città per poi elaborarle attraverso sofisticati software: si rischierebbe la deriva tecnologica, un mero processo di infrastrutturazione tecnologica top-down. La città è un flusso di informazioni, è un network di forze innovatrici, è relazione e collaborazione tra i cittadini per la risoluzione dei problemi di interesse generale.

Intelligenza come condivisione di conoscenza

Il punto di partenza per la “costruzione” di città intelligenti è capire che “dietro ogni frigorifero c’è un uomo” (1); le smart cities non devono essere una moda passeggera ma un programma di governo per centri urbani in cui le persone condividono la conoscenza, come ha sottolineato con forza al ForumPA il direttore generale di Vega Parco Scientifico Tecnologico di Venezia Michele Vianello nel suo key note: “L’intelligenza della città”. L’infrastrutturazione, il cloud computing, i tablet, i social network non sono altro che fattori abilitanti alla città intelligente ma non sono la città intelligente. L’intelligenza nella città è il frutto di un processo che vede protagoniste le persone, i city users che sono “generatori di contenuto” (2).

In questo senso la città intelligente è flusso di dati che disegnano una sorta di identikit delle aree urbane. Secondo Vianello infatti il tema dell’accesso e della condivisione dei dati è il punto cruciale delle smart cities. Non si tratta di condividere solo i dati in possesso della pubblica amministrazione ma anche quelli prodotti dagli stessi cittadini che esprimono opinioni sui servizi offerti dalle amministrazioni locali attraverso i social network.

“Bisognerebbe operare una sorta di sentimental analisys delle opinioni così espresse, prosegue Vianello, una scannerizzazione on-line delle opinioni dei cittadini per capire in che direzione andare per migliorare l’azione amministrativa”. In questo senso il ruolo delle amministrazioni è quello di utilizzare gli strumenti tecnologici a disposizione, come il cloud computing, da intendersi non come repository dei dati ma come centro di condivisione della conoscenza, per rendere fruibili le informazioni perché sia possibile una combinazione (mash-up) delle stesse per produrre valore. La città intelligente è quella che non esclude nessuno, è quella in cui la tecnologia non è elemento di divisione ma strumento di interconnessione, in cui si consolidano i beni relazionali. E’ un hub di innovazione.

La senseable city di Ratti

“Oggi le città stanno cominciando a funzionare come le macchine di Formula Uno. Se una volta bastava scommettere sul pilota e sulla macchina, oggi se si vuole vincere una gara è necessario un sofisticato sistema di telemetria: è necessario cioè un sistema che raccolga informazioni dalle migliaia di sensori sulla macchina e le trasmetta a tutti i computer che lavorano nei PIT, dove le informazioni vengono analizzate e processate, facendo sì che si possano prendere decisioni in tempo reale. Oggi quello che sta succedendo nelle nostre città è proprio questo: stanno iniziando a funzionare come una macchina di Formula Uno”, ha spiegato il direttore del Senseable City Lab del MIT Carlo Ratti intervenuto al ForumPA nel corso del convegno “L’impegno delle amministrazioni per le smart city e le smart community“.

Ratti più che di smart cities preferisce parlare di “senseable city” perché il termine rende l’idea della città delle persone. Sensing e actuating sono il binomio perfetto delle città intelligenti che cominciano a parlarci.

“Le cose intorno a noi parlano, interagiscono tra di loro, ci danno informazioni: è il sogno realizzato di Michelangelo che, di fronte alla perfezione del suo Mosé, urla: Perché non parli?”. Grazie a microchip, sensori nelle città, a device smart (come smartphone) e apps con cui i cittadini condividono informazioni, è possibile monitorare il traffico urbano, la qualità dell’aria e delineare i comportamenti quotidiani dei city users. Lo scopo è che, attraverso la condivisione delle informazioni e dei dati, non solo sia possibile definire delle specifiche politiche di intervento ma anche promuovere comportamenti sostenibili, nell’ottica di quella che, sulle colonne di Labsus, abbiamo spesso definito come sussidiarietà quotidiana. La condivisione dei dati peer-to-peer permette di gestire in modo più efficiente infrastrutture e servizi urbani (ad esempio Google map) (3). Non è possibile dunque imporre dei sistemi di innovazione dall’alto perché “le città sono sistemi open source: canovacci aperti ai progetti che possono migliorarle” (4), secondo Ratti. Questo significa che la città per essere luogo di innovazione deve puntare sulle persone.

Diversi modi di essere “intelligente”

Anche la Commissione europea ha più volte esortato le amministrazioni locali e regionali ad adottare approcci di “riorganizzazione urbana” sempre più smart che siano in grado di raggiungere gli obiettivi stabiliti con la strategia Europa 20-20-20 e quelli enunciati nella Digital agenda. Ma diversi sono i modi di essere città intelligente. Lo hanno dimostrato le città arabe che hanno saputo utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione, soprattutto i social network, per diffondere informazioni e richiamare alla collaborazione i cittadini (come pure Occupy New York, Occupy Boston).

Il flusso di informazioni dunque può essere gestito in modo differente generando così diversi modi di essere città intelligenti: città che utilizzano sensori per registrare il traffico urbano e sperimentare soluzioni green per migliorare la vivibilità urbana, come dimostra il caso di Portland, città che vedono la partecipazione dal basso dei cittadini che si prendono cura degli spazi urbani come dimostra il caso dei progetti di Labsus Rock your school e Rock your city: esempi di smart schools in cui gli studenti hanno recuperato nel primo caso l’edificio scolastico ripulendolo da scritte, mentre nel secondo caso l’attività degli studenti si estenderà anche alla “manutenzione civica” del quartiere attorno alla scuola (il quartiere Eur-Roma). Altri interessanti casi di città intelligente vista dal lato della partecipazione civica, sono le iniziative dei comuni di Fontecchio (Borghi attivi)

Santa Maria del Ponte (Borgo Attivo) si trova nella media valle del fiume Aterno, in provincia dell’Aquila nel cuore dell’Abruzzo montano, in una delle zone meno toccate dallo sviluppo sia industriale che turistico, ancora poco conosciuta anche dagli abruzzesi e perfino dagli stessi aquilani e forse per questo, quella che più si è conservata integra e incontaminata.

e Solarolo (Solarolo si attiva – Laboratorio per la sussidiarietà) che hanno realizzato dei laboratori di progettazione partecipata ed iniziative per la cura degli spazi pubblici e della città intesa come bene comune.

Bilbao, Metropoli 30

Mentre ci sono città mondiali come Monterrey e Bilbao che puntano ad attrarre capitale sociale per generare dei poli di ricerca, trasformandosi da centri manifatturieri ad incubatori di start–up e di innovazione sociale. La città basca di Bilbao in particolare ha saputo reinventarsi passando da centro manifatturiero e siderurgico a centro di cultura e innovazione. Un percorso che ha avuto inizio negli Ottanta e culminato nel progetto di rigenerazione urbana Metropoli 30 promosso da cittadini, associazioni civiche e stakeholders locali. I cittadini e gli attori locali si sono incontrati in meeting e seminari per discutere del futuro della città presentando progetti di riqualificazione urbana. La prima operazione di trasformazione è stata la riqualificazione dell’area portuale di Bilbao con la nascita del Ribera Park e di un nuovo museo cittadino. Nel corso degli anni la strategia smart della città (che ha portato alla nascita di un nuovo aeroporto, di centri congressi, a un più efficiente sistema regionale di trasporto e a poli di ricerca) si è rivelata vincente perché ha saputo coinvolgere cittadini e attori locali che attraverso assemblee pubbliche e workshop hanno contribuito a definire il piano di rinnovamento urbano (5).

Da un recente studio condotto da Cittalia-Fondazione Anci ricercheSmart cities nel mondo“, che raccoglie le principali esperienze mondiali di città intelligenti, emerge come la partecipazione civica si leghi all’innovazione tecnologica. E’ il caso della città di Gent che nel 2011 ha promosso la nascita di una piattaforma di crowdsourcing My digital idea for Ghent in cui i cittadini potevano segnalare progetti o iniziative per una strategia smart della città. O ancora il caso della città di Amsterdam che ha coinvolto i cittadini, gli attori locali e le stesse istituzioni in un piano per la riduzione delle emissioni urbane. Mentre la città estone di Tallinn ha puntato su un sistema di e-ticket e mobile parking. Attraverso l’invio di un messaggio dal proprio cellulare è possibile indicare il luogo in cui è stato parcheggiato il veicolo e il tempo di permanenza mentre attraverso il sistema della carta di identità elettronica nazionale, introdotta già nel 2005, l’amministrazione locale ha puntato ad un sistema di biglietti elettronici per raccogliere informazioni sulla mobilità urbana e riprogrammare così le politiche di intervento.

La città “sussidiaria”, nuovo modello di governance urbana

Città intelligenti sono dunque città attente alla cura dei beni comuni, sono resilienti, ovvero capaci di reagire a calamità naturali mettendo in campo strategie di comunicazione cha aiutano i cittadini a comprendere i rischi ambientali legati al proprio territorio. Sono città in cui si stabilisce un nuovo paradigma amministrativo, in cui i cittadini entrano in contatto tra di loro costruendo delle vere e proprie reti relazionali: è il capitale sociale la vera risorsa.

Capovolgendo la falsa credenza secondo cui è smart tutto ciò che consiste in un semplice agglomerato di sensori e luci sfavillanti, la vera innovazione da attuare, e che qualunque buon amministratore dovrebbe aver presente, è quella sociale. Sono le città in cui soggetti pubblici e privati riescono a collaborare per favorire lo sviluppo, in cui l’inclusione sociale e la crescita riescono ad essere davvero intelligenti, sono le città in cui le nuove tecnologie fanno da sponda al capitale umano, ne sono uno strumento di “capacitazione”. La città deve tornare ad essere il luogo della produzione di valori e della creatività attraverso “il sapiente sfruttamento delle nuove tecnologie e del cyberspace che possono trasformare i cittadini in ‘curatori quotidiani’ dei beni comuni” (6). Questo perché è nelle aree urbane che si gioca la sfida della crescita e della competitività socio-economica (7).

Concludendo il nostro viaggio tra le principali esperienze di “città intelligenti”, ci viene da domandarci: ma se la collaborazione tra soggetti pubblici e privati è la chiave di volta per lo sviluppo di modelli urbani sostenibili e intelligenti, in cui la tecnologia va di pari passo con la partecipazione civica, non è forse il modello dell’amministrazione condivisa basato sul principio di sussidiarietà orizzontale a favorire la nascita di città intelligenti?

Note bibliografiche:


(1) Michele Vianello, Direttore Generale di Vega Parco Scientifico Tecnologico di Venezia – ForumPA 18 maggio 2012, Key note speech L’intelligenza delle città.
(2) Ad esempio quando i turisti vanno in giro per le città e “postano” su flickr le foto dei luoghi visitati immettono dati importanti in rete che permettono di avere informazioni sugli spostamenti urbani. Sono informazioni che potrebbero essere utilizzate dalla pubblica amministrazione per migliorare le politiche urbane con un grande risparmio di risorse economiche.
(3) Lo dimostra l’esperimento di Singapore Live progettato dal Senseable City Lab del MIT, come pure il caso di Google Map, leggi: “La città intelligente nasce dal basso“, in Il Sole24ore di Carlo Ratti e Anthony Townsend.
(4) Intervista a Carlo Ratti su L’Espresso, marzo 2012 – pag. 164.
(5) Tim Campbell – Smart cities, Bilbao in Urban Land.
(6) Christian Iaione, “La città come bene comune“, in Labsus Editoriali.
(7) Edoardo Bergamin, Arrivano le smart cities – Mappa delle città italiane che vogliono diventare intelligenti, Italic N. 11 (aprile-maggio 2012).

L’Aquila (e non solo), la ricostruzione metta al centro le persone

L’Aquila, la ricostruzione metta al centro le persone

Per la sociologa dell’Università Cattolica Barbara Lucini prima di parlare di smart city gli amministratori devono creare un nuovo dialogo con la popolazione

di Martina Pennisi, da http://mag.wired.it, 17 maggio 2012

          

Pensare alla ricostruzione partendo dalle esigenze della popolazione“. A dirlo Barbara Lucini, sociologa dell’Università Cattolica di Milano che si è soffermata sulla situazione aquilana con la sua tesi di dottorato. ” Non bisogna dimenticarsi dell’uomo della strada“, spiega Lucini, facendo riferimento agli interventi previsti per trasformare il nuovo centro in una smart city.

La svolta digitale, spiega la sociologa, ” coinvolge una fascia di popolazione con determinate caratteristiche sociali e professionali. È, come l’introduzione della banda larga, sicuramente un aspetto interessante, ma si focalizza in prima battuta sui bisogni dei giovani ed esclude gli anziani“.

Secondo Lucini, la ricostruzione è una questione di priorità. E il primo problema da affrontare è ” il senso di appartenenza alla città, gli abitanti non la riconoscono più“. Parallelamente agli interventi strutturali e in un’ottica di innovazione, bisogna ” occuparsi degli impatti sociali sulle persone, promuovendo, ad esempio, circuiti di assistenza per i senzatetto che in seguito al terremoto hanno visto peggiorare ulteriormente le loro condizioni di vita“.

Lucini si concentra su un ulteriore particolare aspetto:Corsi specifici per preparare la popolazione a un eventuale nuovo sisma. L’Aquila e l’Abruzzo rimangono a rischio e l’illusione dell’urbanizzazione non ci mette al riparo dagli eventi naturali. Partendo dalle scuole e attraverso attività di volontariato, si deve promuovere una ” cultura della prevenzione. Ci stiamo rivolgendo a una popolazione che ha subito un trauma, ci sono studi che testimoniano l’aumento dell’utilizzo di psicofarmaci. Vedere le reazioni degli aquilani alle nuove scosse crea un senso di impotenza“. Per la sociologa è insomma necessario aiutare i terremotati a imparare a convivere con il rischio che caratterizza l’area in esame.

Costruire reti di dialogo e dare voce anche anche alle categorie tradizionalmente inascoltate aiuterà inoltre gli abitanti “ riprendere possesso del territorio e a sentirsi coinvolti nel processo di ricostruzione“. È necessario, tiene a ribadire Lucini, ” creare una coscienza comune e sociale“. Le persone al centro e prima di tutto.

diventare una smart-city

Se L´Aquila per rinascere diventa una smart city

di Riccardo Luna da http://www.eddyburg.it, 18 mar

con postilla

Ci vuole tanto coraggio per venire a parlare di smart city a chi non ha più una city perché un terremoto se l´è portata via ormai tre anni fa. Ci vuole tanto ottimismo per parlare di soluzioni intelligenti a chi in questi anni ha subito la stupidità di chi poteva decidere per il bene comune e non lo ha fatto. I professoroni sbarcati ieri a L´Aquila sono giovani, coraggiosi e ottimisti. Lavorano per l´Ocse, l´organizzazione mondiale per lo sviluppo e la cooperazione economica. Vengono da dieci paesi e cinque continenti. Dicono con entusiasmo frasi come “L´Aquila is beautiful” oppure, in italiano, “vi porto i saluti degli abruzzesi della Nuova Zelanda”, e pensano che questo possa lenire le ferite del cuore. Sembrano ingenui ma non è così. Per molti mesi, mentre qui tutto era fermo, hanno studiato la situazione, hanno fatto tante interviste e ieri si sono presentati con un piano. Un grande piano.

Si chiama “Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell´Aquila”, ovvero “come rendere una regione più forte dopo un disastro naturale”. La parola magica è smart city. Ovvero la città intelligente. La terra promessa attorno a cui lavorano in tutto il mondo architetti, ingegneri, ambientalisti per costruire un pianeta migliore.
Un modello chiaro e definito di cosa sia una smart city ancora non esiste, ma l´Unione Europea ha stanziato svariati miliardi di euro per spingere almeno trenta città europee a diventare smart entro il 2020: tra le città italiane Genova ha appena vinto la gara con Torino aggiudicandosi i primi tre lotti. Ma è solo l´inizio. Il ministro Profumo ha messo sul tavolo altri 200 milioni per chi volesse realizzare progetti “smart” in alcune regioni del Centro sud. Intanto il progetto dell´Expo 2015 ha abbandonato la via degli orti urbani e preso con decisione quello della smart city ottenendo così i soldi e la tecnologia di Telecom, Cisco, Accenture, mentre altri nove partner sono in arrivo per un totale di 400 milioni di euro di fondi privati da investire in un quartiere di Milano.
Cosa vuol dire “smart”? Vuol dire meno traffico, meno inquinamento, energia pulita, niente file e tante altre bellissime cose. Il presupposto è dare Internet a tutti, persone ma anche oggetti: lo scenario sono migliaia di sensori che mandano dati in tempo reale a supercomputer che li analizzano trovando soluzioni per farci vivere meglio in città sempre più affollate. Ma non basta Internet a rendere una città intelligente. Contano anche i materiali (più legno meno cemento, per esempio). E i comportamenti delle persone: con azioni stupide è impossibile avere una città intelligente. Insomma come ha spiegato qualche giorno fa il direttore del centro Nexa, il professor Juan Carlos De Martin, “una città digitale non è necessariamente smart, mentre una città smart è necessariamente digitale”.

Ma torniamo al piano. Oggi i professoroni guidati dagli olandesi della università di Groningen lo presentano in pompa magna nei laboratori dell´Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso, uno dei gioielli della ricerca italiana. Uno dei pochi simboli felici della regione. Non sarà un momento banale: nel corso della giornata è atteso anche il presidente del Consiglio Mario Monti che secondo molti verrà a mettere il sigillo del governo sul progetto “L´Aquila Smart City” dopo che anche Expo2015 ha detto di voler mettere a disposizione le proprie soluzioni tecnologiche per la ricostruzione. Vedremo se sarà così.

Ieri pomeriggio intanto il piano è stato anticipato agli aquilani. Si chiama strategia di “condivisione e partecipazione”. O anche “ricostruzione dal basso”. Serve a creare consenso, ma anche a fare piani migliori. L´appuntamento era alle tre del pomeriggio nel ridotto del teatro comunale, proprio nel centro storico sventrato, tra macerie e transenne che sembrano eterne, come fossero monumenti alla nostra incapacità di ripartire. La sala era strapiena, gonfia di umori cattivi e con qualche speranza che affiorava negli applausi convinti dopo i discorsi dei professori Ocse, così belli e astratti a volte.

In ventesima fila, come un cittadino qualunque, c´era Fabrizio Barca, che non è solo il ministro che ha avuto dal premier Monti la delega ad occuparsi della ricostruzione. È anche l´artefice del piano l´Aquila Smart City. La storia è questa. L´idea di una ricostruzione intelligente non è venuta ai signori dell´Ocse, ma ai giovani architetti aquilani. Meno di un mese dopo il sisma si sono costituiti in una associazione che hanno chiamato “Collettivo 99”, dove collettivo non ha il senso di una collocazione politica, ma solo di un lavoro comune, tengono a precisare; mentre 99 è il numero che rappresenta la storia dell´Aquila, i castelli della fondazione, le piazze, le fontane. Insomma i giovani architetti aquilani, mentre il governo Berlusconi e la Protezione Civile di Bertolaso allestiscono in fretta case provvisorie e danno il via alla solita ricostruzione all´italiana, scrivono documenti su documenti per dire che il dramma del terremoto può essere una opportunità, perché con le nuove tecnologie si può ricostruire una città migliore, con spazi comuni diversi, verde ed energia al centro di tutto. Una smart city. Naturalmente non li ascolta nessuno.

Ma in qualche modo riescono a far sì che una parte degli otto milioni di euro raccolti da sindacati e Confindustria, in un fondo di solidarietà, vengano usati per uno studio strategico. Così arrivano al ministero dello Sviluppo Economico e lì intercettano Barca, che allora era un alto dirigente con eccellenti contatti all´Ocse. Il piano parte così. Per questo alla fine non è tanto diverso dalle cose che scrivevano gli architetti aquilani. In più dice tre cose. Indire una gara internazionale per la ricostruzione. Candidare l´Aquila a capitale europea della cultura del 2019. Diventare un laboratorio mondiale di innovazione.

Poi si sono alzati i cittadini aquilani. Con il dolore impresso sul viso e nella voce la rabbia per essere stati ignorati finora. Hanno detto che L´Aquila intelligente è una cosa bella, certo, ma prima di tutto vogliono tornare a dormire in una casa. Prima di tutto.

Postilla

Abbiamo valutato molto criticamente il documento che ha prodotto l’evento dell’Aquila, cui la Repubblica (giornale ormai filogovernativo come pochi altri) dà ampio e beneaugurante spazio. La cronaca conferma le ragioni della nostra critica. Il debolissimo documento dell’OCSE è un testo che è stato adoperato identico in molte occasioni, e per L’Aquila è stato completato con alcuni inserti: quelli appunto che accreditano la positiva “innovazione” di un intervento per l’edilizia storica che si imita a conservare le facciate demolendo il resto, che considera meritevoli di una qualche tutela solo i “monumenti” demolendo “l’edilizia minore”, che promuove la sostituzione del paziente lavoro dell’urbanistica, della storia e del restauro con l’intervento “creativo” degli architetti, magari mobilitati da un concorso internazionale.
Ma come ha osservato un nostro redattore, ciò che conta non è il documento, ma gli sponsor. E gli sponsor sono preoccupanti: il governo, la Confindustria, le organizzazioni regionali e provinciali della Cgil, Cisl, Uil; uno schieramento molto ampio. In un clima certamente più civile e “internazionale” di quello della precedente gestione B&B, anzichè introdurre nel pensiero corrente che per salvare l’Italia servono le “new towns” in salsa di Arcore, vi si vuole introdurre la convinzione che per rendere “smart” le città occorre cancellarne la memoria storica.
Insomma, un grande evento pieno d’”intelligenza” per accreditare l’idea che i centri storici si possono “ristrutturare”; l’”Aquila smart city” per cancellare la Carta di Gubbio.


foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

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il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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