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palazzo INAIL: a proposito di demolizioni e di ricostruzioni

Adelchi Serena, il fascista che trasformò L’Aquila

 da http://robertoalfattiappetiti.blogspot.it
Oggi sono diciotto mesi dal sisma de L’Aquila, ma nel capoluogo abruzzese di festeggiare non c’è voglia. Se l’emergenza è stata affrontata con indubbia tempestività, la ricostruzione sembra segnare il passo e la cronicizzazione dei disagi non li rende più tollerabili. Tanto che a qualcuno potrebbe sfuggire un classico “Si stava meglio quando c’era lui”. E il lui in questione non sarebbe Mussolini né Berlusconi, che pure nelle settimane post-terremoto era di casa (si fa per dire) a L’Aquila. Ma Adelchi Serena (classe 1895), il politico aquilano più importante del Novecento. 
A lui si deve, negli anni Trenta, la modernizzazione della città e non è un caso se gli edifici fatti costruire dall’allora podestà hanno resistito alla violenza delle scosse mentre palazzine molto più recenti sono venute giù senza opporre la minima resistenza. A Serena, equilibrato, moderato e rispettoso com’era degli avversari politici, una battutaccia come quella di Ciarrapico sulla kippah non sarebbe mai venuta in mente. In privato non si faceva scrupolo di liquidare le leggi razziali come “pagliacciate” e il suo nome, coerentemente, non compare tra i 360 che firmarono il Manifesto della Razza, salvo poi scoprirsi antifascisti dopo il 1945. Eppure l’essere stato un fascista convinto e aver ricoperto con zelo incrollabile (aggettivo che più fascista non si può) l’incarico di segretario nazionale del partito non gli risparmiarono l’accusa di tradimento. La colpa? Non aver voluto aderire alla Repubblica Sociale. Costretto a vivere in clandestinità e braccato dai tedeschi, nel dopoguerra venne assolto da ogni addebito e restituito all’affetto dei suoi concittadini, compresi gli antifascisti, che si affrettarono a testimoniarne il rigore morale.
(nella foto lo storico aquilano Walter Cavalieri, coautore del libro)
«Gli aquilani lo tennero sempre in considerazione sia per il prestigio che aveva avuto in passato, sia per le sue doti umane e la cordialità del suo carattere». È quanto scrivono due storici abruzzesi, Walter Cavalieri e Francesco Marrella, nel loro recentissimo libro Adelchi Serena, il gerarca dimenticato (Edizioni GTE, pp. 270, € 30), grazie al cui contributo il politico aquilano – a quarant’anni esatti dalla morte – viene sottratto alla damnatio memoriae cui sembrava condannato. L’opera, quanto mai necessaria in una storiografia ancora inquinata da luoghi comuni, spazza via a colpi di documenti riservati e carteggi privati inediti le leggende che avevano trasformato un amministratore capace in una specie di persecutore di ebrei e criminale di guerra (lui, che di guerre ne aveva fatte due, la prima da volontario e la seconda speditovi per punizione dalle cricche affaristiche e filo-naziste del regime). Come ricordano gli autori, «nel trigesimo della sua morte “un noto professionista aquilano, antifascista silenzioso ma tenace”, scrisse un articolo suL’Aquilasette che si conclude così: “Nelle opere veramente notevoli che realizzò si espresse l’uomo che difese per vent’anni e strenuamente la Città dalle insidie dei pirati della costa. Fu un grande aquilano e il gonfalone del Comune alle onoranze funebri forse se lo meritava”».
Sì, perché prima ancora che per la sua brillante ascesa politica a livello nazionale – deputato nel 1924 a soli 29 anni, ministro dei lavori pubblici, membro del direttorio nazionale, vice segretario e infine segretario del partito dall’ottobre 1940 al dicembre 1941 – Serena si fece apprezzare proprio nel suo ruolo di primo cittadino – podestà si diceva allora – dell’Aquila (incarico che ricoprì dal 1926 al 1934). Suo l’ambizioso progetto della “grande Aquila” che, nel giro di pochi anni, cambiò il volto e le ambizioni della bella ma pigra “capitale settentrionale” dell’antico regno borbonico, dedica alla pastorizia e ai commerci, trasformandola in una nuova città monumentale, ricca di uffici pubblici, scuole, strutture culturali, sportive e assistenziali all’avanguardia. E valorizzandone – grazie al Gran Sasso – le inespresse potenzialità turistiche con investimenti mirati.
Cavalieri e Marrella hanno il merito di raccontarne con dovizia di particolari e con rara oggettività l’intensa esperienza amministrativa senza mai incedere nell’agiografia ma sottolineandone anche i limiti: la crescita esponenziale dell’Aquila – sottolineano – venne portata avanti anche a danno dei comuni immediatamente limitrofi, annessi d’autorità. Il nome di Serena – che nel dopoguerra stabilì la sua residenza a Roma, dove morì nel 1970 – tornò ad affacciarsi sulle cronache politiche abruzzesi soltanto nel 2001 quando l’allora sindaco dell’Aquila Biagio Tempesta, alla guida di una coalizione di centrodestra, decise di intitolargli la piscina comunale, opera che, come tante altre, era stata fortemente voluta da Serena. […..]
Salvo questa breve parentesi di ritrovata “popolarità”, Serena tornò nel dimenticatoio. Pochi storici se n’erano occupati e con una certa malcelata sufficienza. Se Matilde Lucchini nel suo I gerarchi del fascismo liquida Serena con due parole – «un grigio» – Emilio Gentile ne La via italiana al totalitarismo ne rivendica invece l’importante ruolo svolto anche all’interno del fascismo: «Nessuno – denuncia lo storico – ha preso in considerazione la politica del partito nel periodo della sua segreteria, da tutti ritenuta senza importanza e limitata a una gestione di ordinaria attività burocratica». In realtà, com’è ampiamente provato dal libro di Cavalieri e Marrella, Serena prese molto seriamente il suo compito, «rivendicando al partito il ruolo centrale di guida della rivoluzione fascista» e andando persino al di là delle aspettative del duce che, nel nominare il fidato Serena alla segreteria del partito in sostituzione del deludente Ettore Muti, avrebbe preferito «un mero esecutore di ordini, efficiente ma poco intraprendente». Una specie di replicante di Achille Starace, zelante quanto inoffensivo, un propagandista con buone capacità organizzative ma niente di più.
Serena, però, che di Starace era stato il principale collaboratore in qualità di vicesegretario, si dimostrò subito diverso, con idee del tutto autonome e progetti politici tutt’altro che modesti, rivendicando l’autonomia del partito rispetto al governo e insistendo, da simpatizzante del fascismo legalitario e liberale di Bottai, sulla necessità di una forte azione moralizzatrice che avrebbe dovuto rigenerare il fascismo. Come scrivono gli autori, il suo «staracismo si dimostrò sobrio, ammortizzato, ripulito dai noti eccessi formali e marziali, mitigato nelle sue forme di culti maniacale e nei suoi aspetti esteriori spesso ridicoli» dedicandosi per lo più alle iniziative sociali e al controllo dei prezzi nei primi difficili mesi della guerra. Finendo, però, per indispettire lo stesso Mussolini che, indisponibile a cedere quote di potere ad altri, con un pretesto lo depose spedendolo a combattere in Croazia con i vecchi gradi di maggiore dei bersaglieri conquistati nella Grande guerra.
La storia, con il 25 aprile e poi con l’8 settembre, prende un’altra piega e Serena, già da tempo scettico rispetto all’alleanza con i tedeschi, si chiama fuori. Per sfuggire alla reazione dei nazisti e al rancore degli antifascisti, conduce una difficile vita da clandestino. Fino al luglio del 1947 quando, dopo un lungo processo, l’Alta Corte di Giustizia di Roma lo assolve in via definitiva. Resiste alla tentazione della politica, al corteggiamento della Dc ma anche del Msi. Muore a Roma il 27 gennaio del 1970, non senza aver rivolto ai figli le sue ultime parole: «Mi raccomando l’onestà». Era la sua ultima preoccupazione. Lui che, figlio di un commerciante, era diventato avvocato e poi politico tra i più potenti d’Italia, senza mai arricchirsi. «L’unico affare della mia vita – confidava con l’ironia che lo caratterizzava – l’ho fatto sposando mia moglie».
Roberto Alfatti Appetiti

demolizioni: chi autorizza, chi controlla

da http://www.abruzzoweb.it, 1 dic

 “All’Aquila sono arrivati i nuovi barbari”.

È questa l’accusa lanciata in un appello promosso da Giandomenico Cifani, ricercatore del Cnr e responsabile della sezione aquilana di Italia nostra, Donato Di Ludovico dell’Istituto nazionale di urbanistica, e Pierluigi Properzi, consigliere comunale e ordinario di Tecnica urbanistica dell’Università dell’Aquila. Tra i sottoscrittori del documento si leggono nomi importanti della cultura nazionale come Salvatore Settis e Vittorio Emiliani.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la demolizione della storica sede Inail di corso Federico II, “uno dei numerosi edifici realizzati in epoca fascista – scrivono – che, notoriamente, all’Aquila ha prodotto interventi di grande qualità architettonica e che caratterizza profondamente intere parti del tessuto urbano, ma anche strutturale visto che sono tra gli edifici che hanno subito meno danni dal terremoto del 2009”.

“Il fatto è tanto più grave, e lascia sconcertati – aggiungono – se si pensa non solo che dalla scheda di rilevamento danno risultano solo danni strutturali leggeri ma anche, e soprattutto, che l’edificio è vincolato”.

[…]

Al Ministro per i Beni e le attività Culturali
Lorenzo Ornaghi
Via del Collegio Romano, 27
00186 ROMA
L’Aquila, 01 dicembre 2012

Al Ministro per la Coesione Territoriale
Fabrizio Barca
Largo Chigi, 19
00187 ROMAAl Direttore MiBAC Abruzzo
Fabrizio Magani
via Francesco Filomusi Guelfi
67100 L’AQUILA

Al Soprintendente BAP – Abruzzo
Alessandra Vittorini
Convento Agostiniano S. Amico Via San Basilio 2/a
67100 L’AQUILA

Al Sindaco del Comune di L’Aquila
SEDE

Agli organi di informazione
LORO SEDI

Oggetto: Demolizione della storica sede dell’Inail in corso Federico II a L’Aquila

QUOD NON FECERUNT BARBARI, FECERUNT BARBERINI: il centro storico, per le parti non distrutte dal terremoto, viene distrutto dai nuovi barbari.

In queste ore si sta procedendo, a tappe forzate, alla demolizione della storica sede dell’Inail in corso Federico II, accanto al Cinema Massimo, uno dei numerosi edifici realizzati in epoca fascista che, notoriamente, a L’Aquila ha prodotto interventi di grande qualità architettonica e che caratterizza profondamente intere parti del tessuto urbano, ma anche strutturale visto che sono tra gli edifici che hanno subito meno danni dal terremoto del 2009.
Il fatto è tanto più grave, e lascia sconcertati, se si pensa non solo che dalla scheda AeDES (Scheda di 1° livello di rilevamento danno, pronto intervento e agibilità per edifici ordinari nell’emergenza post-sismica) risultano solo danni strutturali leggeri ma anche, e soprattutto, che l’edificio è vincolato.
Se questa è la logica che sottende al recupero di uno dei più importanti centri storici d’Italia vuol dire che di fronte al nostro patrimonio storico architettonico e urbanistico, qualsiasi sensibilità è ormai perduta.
Questo gravissimo episodio, inoltre, dimostra ancora una volta che le complesse, contraddittorie e incomprensibili norme “costruite” per il dopo-terremoto del 2009 sono assolutamente “improprie” (tanto per usare un eufemismo) e consentono tutto e il contrario di tutto senza, per altro, alcun controllo della spesa.
Le tanto attese “nuove procedure” che dovrebbero essere tra poco – si spera – emanate rischiano di arrivare fuori tempo massimo.
….verrebbe da dire: “L’Aquila addio….” oppure “Dio salvi L’Aquila” come il Dossier INU del 2010.

Giandomenico Cifani
Italia Nostra – Sezione L’Aquila
Donato Di Ludovico
INU – LAURAQ
Istituto Nazionale di Urbanistica Laboratorio Urbanistico Aquila
Piero Properzi
Ordinario Tecnica Urbanistica
Università L’Aquila

Hanno inoltre aderito alla presente nota (cfr. elenco alla pagina successiva)

Alici Antonello Consiglio Direttivo Nazionale – Italia Nostra
Angeletti Paolo Ingegnere – Umbria
Associazione AAA Associazione nazionale Archivi di architettura contemporanea
Associazione patrimoniosos Associazione in difesa dei Beni Culturali e Ambientali
Bologna Ferdinando Storico dell’arte
Bologna Mauro Docente Università degli Studi L’Aquila
Cappelli Patrizia Pinatcoteca Nazionale di Ferrara
Centofanti Mario Docente Disegno e Restauro architettonioc – Università L’Aquila
Cesareo Antonello Storico dell’arte
Cherubini Alberto Presidente Comitato Tecnico Scientifico – Sisma Marche
Cialone Giovanni Italia Nostra – L’Aquila
Ciammitti Luisa Direttrice Pinatcoteca Nazionale di Ferrara
Corti Fausto Italia Nosra – L’Aquila
D’Angelo Umberto Ministero per i beni e le attività culturali – Roma
Dantini Michele Professore di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale
Di Biase Tommaso Architetto – Pescara
Di Sano Liberato Italia Nostra – L’Aquila
Eddyburg Sito informativo di società, politica, città e territorio, urbanistica e pianificazione
Emiliani Vittorio Comitato per la Bellezza
Guermandi Maria Pia Consiglio Direttivo Nazionale – Italia Nostra
Levi Donata Associazione patrimoniosos
Marinucci Ugo Avvocato – L’Aquila
Montanari Tomaso Docente di Storia dell’arte moderna – Univesità Federici II – Napoli
Morselli Anita Centro Studi “Giorgio Morandi”
Mottola Mottola Molfino Consiglio Direttivo Nazionale – Italia Nostra
Muzi Paolo Italia Nostra – L’Aquila
Pelagatti Giancarlo Presidente Consiglio Regionale Abruzzo – Italia Nostra
Petrusewicz Marta Docentedi storia moderna – Università della Calabria e City University of New York
Pinna Daniela Docente Università Bologna
Rech Clara Presidente ANISA – Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell’Arte
Reggiani Anna Maria Archeologa, Docente Università di Chieti
Riccioni Francesco Ingegnere
Saccuman Roberto Restauratore
Sassi Maria Michela Docente Università degli Studi di Pisa
Settis Salvatore Docente Scuola Normale Superiore di Pisa
Stanzani Anna Soprintendenza BSAE per le provincie di Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini
Turroni Sauro Architetto
Venturi Gianni Presidente Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara

demolizioni, ricostruzioni

PALAZZO INAIL, INIZIATA DEMOLIZIONE NEL CUORE DELLA NOTTE

di Roberto Santilli da http://www.abruzzoweb.it, 27 nov

Sta cadendo giù, per fare posto a un nuovo palazzo. Sono cominciati nella tarda serata di ieri i lavori di demolizione della storica sede dell’Inail in corso Federico II all’Aquila, accanto al Cinema Massimo ancora incerottato e di fronte a un altro palazzo storico da buttare giù, quello dell’Inps. Il palazzo verrà comunque ricostruito in modo da somigliare il più possibile all’originale, gravemente danneggiato dal terremoto del 6 aprile 2009. La ditta che si sta occupando della demolizione ha iniziato a smontare pezzo a pezzo le lastre di travertino di rivestimento. Le stesse saranno numerate per essere quindi rimontate nella versione più vicina all’originale, il cui progetto risale al 1922.

Completato dopo la seconda guerra mondiale dopo diverse fasi, il palazzo, uno dei più importanti della zona voluta dal podestà Adelchi Serena, ha segnato per anni la storia dei portici ‘quadrati’ aquilani con la presenza di importanti realtà commerciali […]

I lavori di demolizione che apriranno alla ricostruzione si concluderanno alla fine di gennaio 2013. Due anni e mezzo circa il tempo necessario alla ricostruzione totale del palazzo. E la zona già da adesso è chiusa al transito di auto e pedoni. “Abbiamo salvato le lastre di travertino nei punti non pericolanti – spiega uno dei responsabili della ditta impegnata nella demolizione – visto che il palazzo è gravemente danneggiato non è possibile recuperare tutto”.


foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

webcam da www.MeteoAQuilano.it
da www.caputfrigoris.it

il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

Archivio post

Massimo Giuliani: “Il primo terremoto di Internet” (libro o e-book)



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