Posts Tagged 'new town'

le affermazioni di Gabrielli….

…… e lo strumento della diaspora

di Pina Lauria, da http://www.laquilablog.it , 17 otto
Le affermazioni del Capo Dipartimento della Protezione Civile in merito al mancato attivismo della comunità aquilana, seguono, di qualche giorno, le dichiarazioni del Presidente della Repubblica e dell’architetto Renzo Piano, pronunciate da entrambi nel corso dell’inaugurazione dell’Auditorium: priorità non più rinviabile della ricostruzione del centro storico e giudizio negativo del progetto c.a.s.e.

Le stesse affermazioni, quest’ultime, che cittadine e cittadini aquilani hanno pronunciato già all’indomani della tragedia, convinti che tali scelte avrebbero determinato, come conseguenze non più o difficilmente riparabili, l’aggressione al territorio ma soprattutto la dispersione della popolazione e la perdita di identità, con l’azzeramento delle relazioni sociali, familiari, territoriali: in breve, l’annichilimento di una comunità portatrice di valori collettivi e di memoria civile/culturale. Ma siamo stati inascoltati e condannati come ingrati.

La diaspora, scientemente voluta e purtroppo avallata, è stato il fondamento che ha retto la costruzione della gestione verticistica e affarista del post terremoto, escludendo dal confronto e dalla partecipazione i cittadini, considerati come corpi estranei.

Le modalità seguite per l’assegnazione degli alloggi i cittadini le hanno conosciute, e solo in parte, nel corso del passaggio delle consegne. Leggendo i documenti in seguito pubblicati, si è potuto leggere, ad esempio, che quasi tutti gli insediamenti del progetto c.a.s.e erano aree vincolate per gli abitanti delle frazioni: di conseguenza, l’alloggio doveva essere assegnato necessariamente in quell’insediamento, indipendentemente dai componenti il nucleo familiare. Tutto ciò, giustamente, nel rispetto del principio della territorialità che viene definito, nelle OPCM e nelle ordinanze sindacali, come valore condiviso e degno di tutela, a garanzia del mantenimento delle relazioni sociali, familiari, culturali.

Tutela che non è stata presa affatto in considerazione per gli abitanti del centro storico e dei quartieri immediatamente fuori le mura, dispersi tra i 19 insediamenti: chi, in tempi ormai lontani, ha sollevato questa problematica, è stato accusato di “fare campanilismo” e di non avere la visione della “città territorio”! Ritengo che tutti i cittadini, soprattutto quando colpiti da eventi disastrosi, debbano essere tutelati attraverso questo principio che ha valore internazionale, riconosciuto dalle massime organizzazioni poste a  garanzia dei diritti inalienabili delle persone, particolarmente quando l’autodifesa si indebolisce.

Anche questa diaspora del centro storico e dei quartieri, con il conseguente azzeramento delle stratificazioni relazionali, civili e culturali, è stato l’ulteriore tassello per ritardarne la ricostruzione: il cuore della città chiuso ai suoi abitanti, alloggiati “temporaneamente” in un raggio distante 30 chilometri dalle loro case,  inaccessibile ai cittadini, per la quasi totalità ancora zona rossa. Una identità da rendere lontana, sbiadita, che è ancora concesso possa appartenere alle singole persone, ai sopravvissuti, fino a quando e se riusciranno a resistere.

Sequestrare la città e ogni voce di dissenso; il metodo sperimentato è stato quello di non informare, di quasi azzerare il livello di democrazia nei mesi immediatamente successivi alla tragedia, di sentirti “ospite” nelle tendopoli, di essere escluso da ogni scelta e dal processo di ricostruzione; infine, di colpire 70 aquilani per “educarne” 70 mila: colpirli, con avvisi di garanzia ed oggi con i primi rinvii a giudizio, nella loro dignità, nel loro dolore, nella loro legittima indignazione; continuare a colpirli con affermazioni che sembrano essere più da teoria dell’evoluzione che da processi partecipativi che si ha il dovere di favorire e porre in essere, è l’epilogo, spero, di una fase che è passata sulla pelle dei terremotati aquilani, mai ascoltati, sempre ingrati, alcuni cialtroni (quattro, per l’esattezza), settanta da processare.

Vorrei dire al Dr. Gabrielli che i terremotati emiliani e la popolazione emiliana assistita, che ad oggi risulta essere di 2.994 persone, hanno fatto tesoro  delle modalità con le quali, a L’Aquila, è stato gestito, e per tanti aspetti ancora gestito, il post-terremoto. Noi aquilani, comunque giudicati, abbiamo regalato un patrimonio inestimabile. Ognuno di noi, tanti, pochi, ingrati, cialtroni, denunciati, rinviati a giudizio, sequestrati insieme con il sequestro della città (e delle carriole), indignati, sofferenti/depressi, ieri e oggi ignavi, silenti, sarà comunque il lievito dal quale potrà crescere il pane. Gli aquilani non hanno alcun bisogno di frasi e giudizi ad effetto, che hanno come unico obiettivo quello da far “parlare di altro” per distogliere attenzione, energie ed intelligenze da indirizzare alle soluzioni non più rinviabili per la rinascita complessiva della città, a fronte di una ricostruzione, materiale e sociale, lenta, lontana per il centro storico, ingabbiata e puntellata nei meandri di una normativa confusa e contraddittoria, di uno scontro tra poteri, con i cittadini come ostaggi e incolpevoli vittime.

chi ha bloccato una seria ricostruzione

Ricostruire bene l’urbs e la civitas si poteva e si può

di Vittorio Emiliani, su http://www.eddyburg.it, da L’Unità, 12 ott.

Bisogna finalmente far partire, in modo serio e pianificato, la ricostruzione, praticamente ferma a tre anni e mezzo dal sisma, del centro storico aquilano e dei borghi antichi del circondario. È stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a dire autorevolmente «basta con le New Town, occorre ricostruire L’Aquila». Una esortazione politica che va raccolta subito, riflettendo anche sulle cause di un così lungo stallo. Fu Berlusconi a chiamare New Town i costosissimi quartieri-satellite, dei ghetti in realtà, alzati senza alcun disegno urbanistico nella campagna. Nemmeno parenti delle vere New Town di marca laburista, città nuove, servite di tutto, destinate a decongestionare nel dopoguerra la «Great London».

Berlusconi combinò lo sbrigativo «ghe pensi mi» delle New Town col trasferimento di migliaia di persone negli alberghi della costa, per affermare, insieme all’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, un proprio «modello» che prescindesse anche dalle più riuscite esperienze di ricostruzione post-terremoto, come Friuli e Umbria-Marche. Esperienze, queste, condotte in porto sotto la regia delle Soprintendenze e del Ministero per i Beni Culturali in accordo con le comunità locali collocate in piccoli villaggi di prefabbricati in legno dotati di scuole e di altri servizi sociali, vicino ai centri colpiti. Il ministro era Walter Veltroni, il direttore generale, e commissario straordinario, l’indimenticabile Mario Serio che nominò suoi vice Antonio Paolucci per l’Umbria e Maria Luisa Polichetti per le Marche, con risultati eccellenti.

A L’Aquila invece la regia l’assunsero Berlusconi & Bertolaso. Nei confronti della loro politica si levarono allora poche voci critiche. Fra esse ci fu certamente l’Unità. Ci fu un gruppo di urbanisti (Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Georg Josef Frisch curatore del documento pamphletL’Aquila, non si uccide così anche una città? , uscito nello stesso 2009). Berlusconi portò qua il G8 scippato alla Maddalena, mendicò adozioni internazionali, impegnò di suo pochi fondi – rispetto a quelli massicci investiti dal governo Prodi-Veltroni in Umbria-Marche – e soprattutto tagliò fuori Soprintendenze e tecnici di fama internazionale. Come Giuseppe Basile, rimandato a casa nonostante avesse coordinato i restauri della Basilica Superiore di Assisi, riconsegnata in totale sicurezza (stava crollando a valle) e restaurata in ogni centimetro, dopo soli due anni e due mesi. Si obietta: L’Aquila è molto più grande di Gemona o di Assisi. Ma nel secondo caso l’area terremotata andava da Assisi a Urbino (il Duomo subì gravi danni), e investiva tanti altri centri storici: Foligno, Gualdo Tadino, Nocera Inferiore, Tolentino, Camerino, Fabriano.

Il ministro Bondi risultò assente. Come ora lo è Ornaghi, purtroppo. Nel 1997, con Prodi, si erano mobilitati mezzi, energie, competenze per un piano serio di ricostruzione. Nel 2009 l’incolta sicumera del premier fece in realtà mancare una regia forte e un programma da subito orientato al restauro e al recupero. Nei quali noi italiani – ecco il grottesco – siamo maestri nel mondo: fra strutturisti, architetti, urbanisti, restauratori di ogni materiale, ecc. Da tre anni e mezzo il «provvisorio» impera e l’emergenza non tramonta mai.
 Ora il ministro Fabrizio Barca annuncia l’arrivo di fondi Ue per la ricostruzione. Sulla base però del debole e arretrato, documento Ocse-Università di Groeningen, che, prescindendo dalle esperienze italiane più avanzate e ormai sedimentate (dalla Carta di Gubbio in qua), distingue ancora fra «monumenti» da conservare ed «edilizia minore» da demolire, proponendo (che innovazione) la conservazione delle sole facciate storiche dietro le quali costruire ex novo. Così regrediremmo di decenni.

Benissimo dunque il «basta con le New Town», basta col provvisorio. Bisogna andare avanti però con progetti seri e fondati di restauro-recupero, coinvolgendo competenze reali, locali e nazionali, facendo partecipare i comitati di cittadini, lasciando perdere i lustrini degli archistar e badando anzitutto agli abitanti che vendono e se ne vanno, disperati da tanta lentocrazia e insipienza.

 

quartieri senz’anima

intervista di Fabio Tonacci a Vezio DeLucia, da http://www.eddyburg.it, 9 ott.

«Sa cos’ è oggi L’Aquila? Una periferia senza memoria. Le new town l’ hanno rovinata, eppure dopo il terremoto del 2009 tutti erano d’ accordo nel farle. Ormai il danno è fatto, ora bisogna concentrare tutti gli sforzi e i finanziamenti per ricostruire il centro storico. E L’Aquila si deve dotare al più presto di un nuovo piano regolatore». A parlare è Vezio De Lucia, decano degli urbanisti italiani.

Professore, dare un tetto agli sfollati dopo il sisma era la priorità. Quali altre soluzioni si potevano adottare?
«Sistemazioni provvisorie, moduli abitativi da smontare dopo 3-4 anni. Non certo quartieroni sconnessi l’ uno dall’ altro come sono oggi le new town, fatte oltretutto con un eccesso di misure antisismiche. Adesso sarà difficile recuperare una logica urbanistica unitaria della città».

Da cosa si ricomincia? 
«Bisogna concentrare tutte le risorse, finanziarie e culturali, per mettere mano al centro storico. Adesso pare che ci siano le disponibilità finanziarie per farlo. Basta con la burocrazia, l’ imperativo è ricostruire».

Come vede l’ Aquila tra dieci anni?
«Io spero che il centro storico tornerà ad essere l’ anima della città, anima culturale, intellettuale, commerciale e politica. E piano piano va risanato il disastro delle new town, che tra le altre cose hanno portato al caos della mobilità cittadina».

Bisognerà abbatterle, prima o poi?
«Sono costate troppo, lo stato ha pagato un prezzo tre volte superiore a quello dei moduli provvisori. È dura decidere di abbatterle. Ma di sicuro uno dei nodi da affrontare al più presto è l’ adozione di un nuovo piano regolatore, che in tre anni e mezzo non è stato emanato».

ricostruire ma senza new town

di Vittorio Emiliani, da http://www.eddyburg.it, l’Unità, 4 giu

L’Emilia-Romagna è stata all’avanguardia in Europa della politica di restauro e di riuso dei centri storici.

Davanti alle immagini dell’Emilia terremotata e alla civiltà dei comportamenti di tutti, ripenso fra i brividi al Cavaliere che va a visitare impettito l’Aquila diroccata, con trecento morti tutt’intorno, e proclama che lui la ricostruirà in pochi mesi, edificherà le “new towns” (senza sapere di cosa stia parlando) e tutto tornerà “più grande e più bello che pria”. Specie dopo la gran parata spettacolare del G8 scippato alla Maddalena e le solenni promesse di adozioni da parte straniera di questo o quel monumento. Un delirio allucinato che pure tanta parte dell’Italia applaudì al canto “meno male che Silvio c’è”. Un incubo fosco per noi che avevamo in vario modo partecipato alle tragedie di Tuscania, del Friuli, di Umbria e Marche, con centri storici colpiti a morte, chiese rase al suolo o comunque crollanti a partire dalla basilica-simbolo di San Francesco in Assisi riconsegnata invece in piena salute in un biennio, ricavando da quelle ricostruzioni una cura “italiana” apprezzata nel mondo. Non disperdere le comunità locali, far sentire subito il calore della solidarietà, creare condizioni di abitabilità in nuclei vicini a case, casolari, fabbriche e stalle, lavorare sulla coesione sociale, puntare, d’intesa con gli abitanti, sulla ricostruzione com’era dov’era. Anche in Irpinia – dove il “cratere” era stato enorme, tremila i morti, novemila i feriti nel gelo dell’autunno inoltrato – per i beni culturali l’intervento della Soprintendenza speciale di Napoli e di quelle regionali fu efficace e senza “code” giudiziarie, senza “cricche” di mezzo. Nella stessa Napoli – commissario alla casa, Maurizio Valenzi, responsabile degli uffici, Vezio De Lucia – furono risanati e redistribuiti circa 10 mila alloggi senza ombre di sorta.

Perché tutto questo non è stato ricordato abbastanza nei giorni tragici dell’Aquila trasformata in un crudele set televisivo per un presidente che l’“Economist” chiamava “the jester”, il giocoliere, il buffone? Uno che si vantava di seguire un suo modello originale che avrebbe ridato all’Aquila e all’Abruzzo una rinascita pronta e radiosa. L’abbiamo veduta quella rinascita, e l’inquinamento sottoculturale è stato così profondo che anche adesso in loco si favoleggia di archistar, di smart-city, senza avvedersi di altri atroci inganni.

Per quest’area vasta dell’Emilia-Romagna colpita a più riprese dal terremoto la rinascita ha da essere quella evocata dal presidente Napolitano per il Friuli, a cominciare dai beni culturali che sono segni forti di identità collettiva, fondamenta di una intensa storia comunitaria. Citerò un caso che ben conosco: Pieve di Cento, al di là del Reno, verso Bologna, uno dei centri storici che l’intesa fra Soprintendenze ed enti locali aveva restaurato e recuperato nel modo più generale e rigoroso. La sua chiesa maggiore è ora scoperchiata dal sisma, le tele di Guercino, Guido Reni, Albani, Lavinia Fontana sono coperte di polvere, il suo bel teatrino comunale è segnato da crepe profonde. Decenni di sforzi vanificati o sfregiati in una notte? Ho saputo che gli abitanti si mostrano riluttanti persino al necessario trasferimento in laboratorio di quelle grandi tele con l’argomento: “Non le abbiamo lasciate portar via nemmeno a Napoleone, neanche ai Tedeschi…”. Mi sono sentito rassicurato. Anche su questo, come sulle case, sulle fabbriche, sulle stalle del parmigiano-reggiano, la gente di qui non vuol mollare e non mollerà. E se qualcuno – come si dice – vorrà demolire più di quanto serve per scongiurare il pericolo di altre morti, scatterà, credo, con l’opposizione, la molla del recupero, del restauro, del ripristino fedele. L’ha già scritto qui Vezio De Lucia: per decenni l’Emilia-Romagna è stata all’avanguardia in Italia (e quindi in Europa) nella politica di restauro e di riuso dei centri storici, col piano Cervellati-Fanti, preceduto dai censimenti di un grande fotografo, Paolo Monti. Così come fu davanti nella pianificazione territoriale, poi più volte tradita. Sono pagine di ieri che bisogna far tornare in onore. Ora che l’Italia non ha più Arcore come capitale. Ora che essa guarda agli esempi migliori e mostra il dignitoso, paziente coraggio di tante altre occasioni.


foto Yar Man, nov 2012

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