Posts Tagged 'beni architettonici'

una ferita per la nostra storia

di Salvatore Settis, da la Repubblica, 21 maggio 2012 (m.p.g.)

Crollano chiese e castelli in Emilia: abbiamo dimenticato la lezione di Urbani. 

Torri abbattute, chiese sventrate, centri storici mutilati: il terremoto dell’Emilia rinnova la tragedia che periodicamente colpisce il Paese. Con la perdita di vite umane, le distruzioni del patrimonio culturale sono la traccia più violenta che un terremoto si lascia dietro. Feriscono la memoria collettiva.
Feriscono l’accumulo di storia che i nostri padri ci hanno lasciato, e che la Costituzione ci impone di preservare per i nostri nipoti.

Spesso ci vantiamo di quanto sia grande l’arte italiana. Dimentichiamo però quanto sia fragile, perché fragile è il nostro territorio, il più franoso d’Europa (mezzo milione di frane censite nel 2007), il più soggetto al danno idrogeologico e all’erosione delle coste, anche per «interventi sull´ambiente invasivi e irreversibili» sui due terzi del territorio (dati Ispra). È, anche, il più soggetto a sismi, recentemente censiti da E. Guidoboni e G. Valensise: dall’Unità d’Italia a oggi, 34 terremoti distruttivi e un centinaio di meno gravi, senza contare migliaia di piccole scosse. 1.560 i Comuni colpiti, non meno di 250.000 i morti, 120.000 solo a Reggio e Messina nel 1908.

Avezzano 1915, Garfagnana 1920, Carnia 1928, Irpinia 1962, Belice 1968, Friuli 1976, Noto 1990, Umbria e Marche 1997, Abruzzo 2009: sono le date di altrettante battaglie, anzi di una guerra continua che l´Italia combatte contro i terremoti. Con che esito? È triste constatare che a ogni terremoto ci consumiamo di lacrime, per poi dimenticare e sbalordirci quando il sisma colpisce di nuovo, e sempre nelle stesse aree.
Resuscitare i morti è impossibile, ma sarebbe facile ridurne il numero, e insieme limitare i danni al patrimonio evitando i due principali fattori di rischio: il forsennato consumo di suolo che “sigillando” i suoli agricoli ne riduce l´elasticità e accresce gli effetti di frane e sismi; e l´addensarsi di edifici costruiti in spregio ai criteri antisismici “per risparmiare”, cioè perché guadagni di più chi costruisce, condannando a morte i cittadini (per esempio all’Aquila).

L’amnesia collettiva che ci affligge spinge in direzione opposta, come mostrò il famigerato “piano casa” di Berlusconi (2009), che “semplificava” le norme antisismiche, invitando le Regioni a sostituire ogni garanzia preventiva con «controlli successivi alla costruzione, anche a campione» (art. 5). Il terremoto d’Abruzzo (due giorni dopo) bloccò l’approvazione della legge, mai varata anche se tutte le Regioni si affrettarono a fare le loro leggine.
Il piano per la protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico messo a punto nel 1983 da Giovanni Urbani, grande direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, è rimasto lettera morta. Al contrario, il terremoto d’Abruzzo ha segnato una brusca inversione di rotta nella cultura italiana della tutela. Prima di allora (per esempio in Friuli e in Umbria), la ricostruzione dei centri storici era data per scontata: l’abbandono dell’Aquila (fino ad oggi, tre anni dopo) in favore delle new towns amate da Berlusconi e dai costruttori ha calpestato le priorità costituzionali, condannando alla rovina il patrimonio culturale e il tessuto sociale della città.

Accadrà lo stesso in Emilia? Anche stavolta, come col “piano casa” di Berlusconi, la sequenza fra i provvedimenti del governo e gli eventi naturali è drammatica. È di questi giorni l’annuncio del ministro Passera, secondo cui 100 miliardi verranno spesi nei prossimi anni in “grandi opere” per rilanciare l’economia. Ottima notizia, se per “grandi opere” si intendessero le necessarie, urgentissime misure per mettere il territorio nazionale in sicurezza dalle sue mille fragilità e non, come sembra, per continuare in una spietata cementificazione, figlia della mitologia bugiarda di una crescita infinita imperniata sull’edilizia, a scapito dell’ambiente, del paesaggio, dei cittadini. Ma se tutte le “grandi opere” si facessero continuando a ignorare la fragilità del territorio, l’Italia ne uscirebbe più debole, e non più forte. E con essa il suo patrimonio artistico, di cui solo a parole ci vantiamo, abbandonandolo intanto al suo destino (nulla è stato fatto per rimediare agli insensati tagli di Tremonti ai Beni Culturali nel 2008).

Il Presidente Napolitano, in un discorso a Vernazza, la cittadina delle Cinque Terre colpita da alluvione (quattro morti), ha detto che «bisogna affrontare il grande problema nazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione». Dopo questo saggio monito, l’unico provvedimento concreto è stato, con sinistro tempismo, la “tassa sulla disgrazia” istituita con decreto legge del 15 maggio: in caso di calamità naturali (come il terremoto dell’Emilia), lo Stato se ne lava le mani. Nessuno avrà più un centesimo, se non aumentando le accise sulla benzina, cioè ridistribuendo i costi fra i cittadini (anche i disoccupati, anche i poveri); i cittadini (meglio: chi può) sono inoltre invitati a stipulare un’assicurazione (privata) contro le calamità.
La domanda è dunque: può lo Stato abdicare al proprio compito primario di tutelare il territorio e l’eguaglianza dei cittadini? Può davvero promuovere, all’indomani di un terremoto, nuove cementificazioni e nuovi balzelli?

MiBAC oggi

Il Ministero dei Beni Culturali di Mario Serio e quello odierno

Un ricordo per misurare la differenza con la penosa situazione dell’oggi. 

di Vittorio Emiliani, su http://www.Eddyburg.it Scritto per eddyburg, 7 marzo 2012

L’ancora recente scomparsa di Mario Serio, gran commis d’État, prima soprintendente dell’Archivio Centrale dello Stato diventato con lui struttura esemplare, poi validissimo titolare dell’Ufficio centrale e quindi della Direzione generale del Ministero, fino al 2005, non ha suscitato – una dicotomia che si ripete invariabile e allarmante – nessun interesse nei giornali e telegiornali, mentre fra gli addetti ai lavori ha raccolto un numero davvero eccezionale di testimonianze, di e-mail di apprezzamento, di ricordo, di aperto e nostalgico rimpianto. Rimpianto per un Ministero stravolto dal suo stesso ingrandimento a livello centrale (un testone su un corpo sempre più anemico e gracile), dall’immissione di dirigenti esterni che dovevano essere i mitici manager e che invece hanno portato faide e lotte intestine, dalla diàspora dei suoi migliori, con una decadenza dei valori e delle pratiche della tutela da far temere per la sorte stessa del Ministero voluto da Giovanni Spadolini come “diverso” dagli altri e ridotto come e peggio degli altri negli ultimi anni di malagestione.

Si era fatto promotore di quella raccolta di messaggi Pippo Basile, indimenticabile coordinatore di tanti restauri post-terremoto, in particolare di quello umbro-marchigiano del settembre 1997, messo a capo di una ancora formidabile struttura tecnico-scientifica proprio da Mario Serio commissario straordinario per quel sisma che fece poche vittime e però danni assai gravi nell’area vastissima fra Assisi e Urbino. A cominciare dalla Basilica di San Francesco che minacciò di scivolare tutta quanta a valle e che fu invece messa in sicurezza nelle strutture, integralmente restaurata e riconsegnata ai padri francescani in meno di due anni e mezzo. Ministro era Walter Veltroni.

Subito dopo il terremoto terribile dell’Aquila, lo stesso Basile, appena andato (assurdamente) in pensione come tanti altri tecnici bravissimi del MiBAC, si presentò sul posto offrendo gratuitamente i suoi saperi (si era fatto una assicurazione da sé e portato il proprio elmetto), ma venne rimandato subito indietro. Basile non serviva.

I risultati della ricostruzione, diametralmente opposti a quelli di Umbria-Marche, sono, desolatamente, sotto gli occhi di tutti.

Mario Serio era uno studioso di grande solidità, un uomo molto fattivo e però assolutamente schivo, alieno dai giochi di potere che oggi imperversano (ancora purtroppo), un laico vero per il quale lavorare “in squadra” era la regola di tutti i giorni. Perché Serio, acuto studioso dell’amministrazione in generale, come scrisse Guido Melis nella prefazione ai suoi scritti (o, più sommessamente, ai suoi “materiali per una storia”, usciti presso la Bononia University Press), era fortemente radicato nell’esperienza delle “belle arti” partita con la legge Rosadi in epoca giolittiana. Oggi ci si riempie la bocca parlando soprattutto di beni culturali “da far fruttare”, “da mettere a reddito”, di “apertura ai privati”, di gestioni finalmente “manageriali”. Le recenti montagne di neve cadute nel Montefeltro hanno prodotto seri danni a Urbino (la Chiesa dei Cappuccini) e a Urbania (Palazzo Ducale) minacciando il peggio: ma il ministro Ornaghi, o il sottosegretario Cecchi, chi li ha visti?


foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

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il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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