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quelli che… in quattro ne progettano cinque…

…..e ne fanno solo tre.

di Luciano Belli Laura , 4 mag.

In rassegna temporale risalente ai giorni del G8 e culminante in quelli della scelta tra otto candidati sindaco, confrontiamo cinque progetti per L’Aquila di quattro big come Shigeru Ban, Guido Bertolaso, Mario Cucinella e Renzo Piano. Poiché, in tre anni, solo due opere sono state realizzate ed una è appena cantierizzata, nel solo campo della ricostruzione degli spazi culturali sembra constatabile la mancanza d’un piano d’utilizzo di rilevanti risorse e di donazioni nazionali ed internazionali. Quindi, l’utilizzo del progetto a fini propagandistici.

progettisti

progetti

realizzazioni

Shigeru Ban

1 – Conservatorio “A. Casella” con Auditorium

 in Via L. da Vinci angolo Via Madonna di Pettino

3 – L’Aquila Temporary Concert Hall (LTCH)

in via F. Savini, nel quartiere Acquasanta

Auditorium da 230 posti

Guido Bertolaso

2 – Conservatorio “A. Casella” in loc. Colle Sapone

Conservatorio in M.U.S.P.

Mario Cucinella

4 – Teatro da 800 posti in Piazza d’Armi

Renzo Piano

5 – Auditorium del Castello al Parco del Castello

Auditorium da 250 posti

Shigeru Ban è noto per il suo impegno nell’offrire una risposta alle emergenze derivanti da disastri naturali attraverso progetti a costi contenuti. In zone colpite da eventi catastrofici di tutto il mondo, ha realizzato decine di opere sperimentando l’utilizzo di materiali economici e riciclabili come il cartone o il bambù. Spesso avvalendosi anche della collaborazione d’una rete d’architetti volontari per l’emergenza mossi da uno spirito solidaristico (VAN, Voluntary Architects’ Network, operante dal 1995). All’indomani del sisma, Shigeru Ban perviene alla definizione della sede temporanea sia per le attività didattiche ed artistiche del Conservatorio sia dell’Auditorium. Per ragioni di tempo e d’economia, vengono entrambe collocate in una struttura esistente su un lotto di 3.800 metri quadrati lambito dalla via Leonardo da Vinci, dalla Via Madonna di Pettino e dal viadotto della A24. Quasi tutto al di sotto della pensilina ondulata in ferro costruita per ospitare la rimessa delle vetture della metropolitana di superficie. Al costo di 1,5 milioni (di cui 500mila donati dal Giappone) sono previste diverse aule dai 20 ai 40 posti ed un Auditorium per 600 persone. Presentando il progetto al G8, si conta d’aprire il cantiere a fine luglio, di finire i lavori a settembre e d’aver operatività la struttura a novembre. Tuttavia, in un’intervista rilasciata a Channelbeta a dicembre 2009, il prof. Aldo Benedetti sostiene che “l’indifferenza del Comune verso questa ipotesi di progetto e la totale anarchia per ogni questione urbanistica hanno affossato la realizzazione dell’opera ch’era già bloccata da ingiustificati ostacoli di natura urbanistica ed economica frapposti speciosamente dalla Protezione civile. Indi, solo per non rischiare un incidente diplomatico con il Sol Levante, dall’architetto Shigeru Ban venne concesso di ri-progettare altrove l’Auditorium purché smembratodal Conservatorio.

Guido Bertoleso cura il ripristino del Conservatorio “Alfredo Casella” in un MUSP (Modulo Uso Scolastico Provvisorio) in località Colle Sapone. Viene realizzato al costo di 5,75 milioni d’euro lordi (ribasso d’asta del 28,73%) dalla Costruzioni Metalliche Prefabbricate srl. La struttura provvisoria priva di contenuti architettonici acquista un interesse meramente funzionale giacché viene posta nei pressi d’altre strutture scolastiche.

Shigeru Ban, dopo la decisione di Bertolaso di separare la sede dell’ateneo dalla sala concerti, ri-progetta L’Aquila Temporary Conzert Hall nel lotto adiacente alla nuova sede del Conservatorio “Alfredo Casella” installata dalla Protezione civile in un anonimo MUSP sorto nel quartiere Acquasanta, a ridosso dell’uscita “L’Aquila est”. La sala principale ellittica da 230 posti è disposta diagonalmente e, isolata con muri di sacchi d’argilla espansa dalle altre salette e dal foyer, sta sotto un’unica copertura metallica a piramide ribassata estesa per 700 metri quadri. Shigeru Ban voleva i Paper Tube, tubi di carta riciclata precompressa, in funzione portante, di contenimento e come elemento architettonico qualificante gli spazi riservati al pubblico. E le pareti trasparenti eran concepite, dice A. Benedetti, come quelle d’una “lampada traslucida che nelle ore notturne segnerà l’ingresso orientale della città”. Poi, la Protezione Civile ed il Comune de L’Aquila bocciano l’uso del cartone nelle strutture portanti per ragioni meramente normative. E Shigeru Ban ripiega su strutture portanti in acciaio di gran lunga meno espressive di quelle che egli ha già impiegato in tutto il mondo. Infine, la costruzione appaltata per 552mila euro (donati dal Giappone) viene realizzata dal Consorzio Imprenditori Edili soc. coop. r.l. di Modena e inaugurata il 7/5/’11 da Franco Gabrielli (ex Prefetto de L’Aquila e nuovo capo della Protezione civile) e da Hiroyasu Ando (ambasciatore del Giappone).

Superando tutte le diverse situazioni di compromesso incontrate nella costruzione non collimanti con i propri desideri, Ban non avrebbe mai rinunciato al coinvolgimento degli studenti nella realizzazione ed infatti a marzo, in un workshop di preparazione al cantiere, molti studenti provenienti  da diverse Università italiane e straniere hanno realizzato modelli al vero delle pareti in tubi di cartone nonché un plastico dell’edificio. L’attesa era febbrile ma, per A. Benetti, “Anche in questo caso ci si è dovuti accontentare di ben altro. Solo in un secondo tempo e dopo che la struttura metallica era stata eretta, un manipolo di studenti è stato ammesso ai margini del cantiere per osservare lo sviluppo dei lavori”. Giammai imparassero dall’architetto nipponico come intervenire nel dopo sisma italico con un po’ di modestia, con rapidità ed efficacia pur con materiali riciclabili.

Mario Cucinella disegna il Teatro di Piazza d’Armi come “un grande ponteggio di legno che tiene un invaso conico”. La struttura si presenta all’esterno come una grande arca di ponteggi e l’interno, per evocare semplicità, ha la forma del liuto. L’architetto sostiene: “Riprende l’idea del teatro classico settecentesco, portandolo ad una evoluzione in chiave più democratica. Concepito per questo più vicino all’impianto greco, con i palchi tenuti insieme …. La netta separazione tra platea e balconi lascia spazio ad un ritrovato senso della comunità. La scena teatrale è tagliata dentro il cono per abitare lo spazio in maniera democratica”. Poi, sentendosi urbanista ed amministratore, aggiunge: “Il teatro che stiamo progettando deve essere un luogo di sperimentazione, che non deve togliere nulla al teatro storico della città, dove tra l’altro si registra la media di occupazione teatrale più alta d’Italia. Il progetto intende aprire lo scenario del teatro-studio, dove poter fare sperimentazione; un tipo di realtà che in Italia manca ancora (con unica eccezione forse per il Teatro Piccolo di Milano). Il valore più forte del progetto è dettato da uno dei temi più importanti in questo momento a L’Aquila, e cioè la mancanza di ruoli di aggregazione, tema equivalente all’abitare della città. Superato il tema dell’emergenza, bisognerà pensare nuovi luoghi della socialità. Piazza d’Armi è un luogo datato, abbandonato da tempo. Inserire lì il teatro, prevedendo anche attività commerciali, significa voler creare un luogo di aggregazione quotidiana. Stiamo infatti anche pensando di allargare la piazza del teatro per farla diventare piazza del mercato, perché possa diventare il luogo della rinascita”.

Si svilupperà in pianta su una superficie di 2.500 metri quadrati, e sarà alto 19 metri. Sarà un’arca in mezzo al parco. E, ancora il progettista, enfatizza: “Vorrei offrire la sensazione di entrare non in un ricco teatro settecentesco italiano, ma dentro uno strumento, in un ‘liuto abitato’, del quale poter facilmente scoprire la semplicità. Potrei ancora definirlo una specie di castello, un semplice ponteggio, come quello delle barche, che nasconde quest’arca, simbolo della rinascita dell’Aquila”.

I materiali e le risorse produttive dovevano essere messe a disposizione da Cosmit e Federlegno. Poi, Federlegno fa un passo indietro e dichiara che la realizzazione non sarà più gratuita ma … “al costo”. In pratica il materiale doveva essere pagato al prezzo d’acquisto dei fornitori. Quindi, niente dono. Anzi, un dono a pagamento. Giacché, ci sono 2,7 milioni di dollari raccolti dalla comunità degli abruzzesi di Camberra (con tanto di tavole imbandite e l’inno di Mameli) e congelati, fino alla realizzazione dei lavori, nel fondo ‘Australian Abruzzo Earthquake Appel Fund’. Così, l’assessore alla ricostruzione deve rinviare il problema: disporremo dei fondi quando appalteremo i lavori per i quali s’è dovuto fare un concorso internazionale per il teatro all’interno di un parco; … il comune ha raccolto altri quattro milioni di euro! Cosicché, sentendosi tradito da questi e da quelli, all’architetto non resta che sfogarsi con una lettera.

Renzo Piano progetta un grande stradivari adagiato nel parco”. Nei giardini del Castello cinquecentesco, proprio a ridosso del Forte spagnolo, dove una volta all’anno piazzavano il “baraccone del tiro a segno”. Costo 6,7 milioni d’euro per 250 posti in sostituzione dell’Auditorium intitolato a Nino Carloni che funzionava prima del sisma all’interno del Castello spagnolo. In verità solo il progetto preliminare risulta donato da Renzo Piano, mentre l’esecutivo ed il definitivo sono stati affidati dalla Provincia autonoma di Trento a professionisti dello studio dell’architetto genovese, al costo di oltre  756mila euro. Quando l’opera realizzata da Shigeru Ban è costata in tutto 552mila euro e sebbene per il recupero del Teatro comunale bastino circa 3 milioni d’euro. Eppure, l’assessore alla cultura Stefania Pezzopane è entusiasta per l’inizio dei lavori ed il sindaco Massimo Cialente dice: “Chi fa polemica sta ragionando in maniera strumentale”. Anche Daniele Tatasciore che scrive:Il progetto è datato 5 dicembre 2009. Ma i lavori li hanno avviati solo il 6 marzo 2012”? Prima del voto, qualcosa si deve pur fare.

In legno, ovviamente, per motivi acustici e poiché “effimero nelle pretese è eterno nella durata”. A forma, banalmente, di cubo? Giammai, giacché il cubo di Piano si scompone in tre parti ed il maggiore, che contiene la sala Auditorium, rotolando s’appoggia di spigolo sul terreno. Stabilmente, con una inclinazione di 30 gradi corrispondente all’inclinazione dei gradoni della platea interna, quindi con una curva di visibilità ottimale. Gli altri due cubi, collegati con il primo attraverso passerelle in ferro, vetro e legno, contengono il foyer, le toilette, gli impianti tecnologici, ed i camerini per gli artisti. Per dissimulare la presenza d’un edificio vero e proprio? Forse, in quanto non forme o forme pure, i tre cubi dovrebbero confrontarsi il più silenziosamente possibile con la massa compatta del Forte cinquecentesco”. Però, i lati obliqui del cubo grosso misurano circa 19 metri. Ed allora, giammai per illusione ottica, la “pelle” esterna, rivestita in doghe d’abete come la copertura, diventa una parete ventilata distaccata da quella interna. Insomma, una bella e provvisoria architettura High Tech.

Tuttavia, provvisoriamente, per parare ricorsi vari e l’imprudente parere di Emanuele Imprudente, abbattono alberi, fanno un grande scavo e realizzano una ciclopica fondazione in cemento armato.

Qui c’è una rilevante documentazione fotografica dei siti e delle opere sopra descritte.

[LBL]

Dopo la commemorazione….

…riprende la competizione al posto della ri-costruzione

di Luciano Belli Laura, 10 apr.

Tra le molteplici commemorazioni delle 3e32 del 6 aprile 2009 di molte emittenti e di tanta carta stampata,  seguo Robinson di rai3, dove Philippe Daverio considera le 19 new town berlusconiane come dei “campi di concentramento senza filo spinato” e, sfumato dai titoli di coda, Antonio Cornaccione li vede con deportati non comunicanti solo per aver acquisito dialetti assai diversi, tant’è la distanza tra l’un e l’altro insediamento.

Spengo la TV pensando a Daverio ministro subito ed a Cornacchione meritevole di laurea honoris causa in urbanistica e sociologia. Poi, rifletto sul fatto che tra un anno, alla stessa ora, sullo stesso programma o sulle stesse pagine, tutti saranno di nuovo pronti a lacrimar e disquisir solo su quanto hanno fatto B.&B. nella fase emergenziale. Indi, mi chiedo se la ri-costruzione lasciata a metà non sia imputabile anche ad altro. Ossia, alla politica urbanistica degli amministratori locali che, approfittando della distruzione della polis (comunità), anziché ri-costruire innanzitutto il cuore della polis (città) favoriscono la costruzione, in ogni luogo, di nuove appendici edilizie prive di qualità. Mentre, i centri storici evacuati e puntellati sono colpevolmente lasciati alle intemperie. Se tre anni di gelo aquilano equivalgono almeno a dieci d’esposizione a Roma, sostiene Daverio, i danni del tempo ancor maggiori dei sismici saranno irreparabili.

Quantunque, imputabili a coloro che al motto immota manet  non associano le lettere P.H.S. significanti publica his salus e pertanto trascurano il significato compiuto ch’è: L’Aquila rimane salda a difesa della pubblica salute, dell’interesse della comunità. Prima nell’assecondare il cavaliere (ora inesistente) a fare L’Aquila Due purché disaggregata in porzioni da collocare “vicino” alle Frazioni, cioè prevalentemente sui terreni meno appetibili alla speculazione edilizia. Poi, nell’evitare di fare un Piano di Ricostruzione alternativo al Piano Regolatore vigente che permette ovunque ogni nuova costruzione. Indi, nell’abdicare al ruolo guida (proprio d’una appena rispettabile Amministrazione Pubblica) da sostenere nella pianificazione degli insediamenti urbani e territoriali. Infine, nel lasciare inutilizzate ingenti risorse pubbliche e/o nel favorire l’impiego delle disponibilità private (ancorché donate) per realizzare nuove opere prima del compimento della ri-costruzione dell’esistente.

Quindi, anziché la campagna elettorale a favore dei soliti noti ci vorrebbe un processo, dove sostenere l’accusa di perpetuazione ed accentuazione del disastro sismico. Un’incombenza facile, ardua, improba?

Un’impresa facile per chi sa bene che in qualsiasi nido siano deposte le uova d’un cuculo costruttore, al loro dischiudersi il cuculo costruttore in erba, con l’aiuto del dorso, si sbarazzerà dell’altre uova e dei ri-costruttori privi di piume presenti nel nido. Poi, ingannando i genitori adottivi, si farà accudire come fosse il loro pulcino.

Un compito arduo se, nel descrivere puntualmente lo stato attuale della ri-costruzione, anche Francesco Erbani e Vezio De Lucia non trovano la motivazione del perdurare di questo “cantiere infinito”. Idest, quella degli esperti d’enigmi urbanistici localistici, prima alleati credenti nella convenienza di costruire ex-nuovo invece di ricostruire l’esistente ed ora contendenti soltanto per temporanea utilità elettorale.

Un dovere improbo, per ora, assolto in questa mia virtuale arringa pubblica sostenuta da argomenti tecnici forse comprensibili anche ai non addetti ai lavori, purché elettori non a loro insaputa.

modifiche-art-18-urbanistica


foto Yar Man, nov 2012

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il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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