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la ricostruzione secondo Zamberletti

dopo i commissari, più potere ai sindaci

da “il Capoluogo”, 24 feb

Oggi “Il Centro ” pubblica un’intervista al “padre” della protezione civile italiana Giuseppe Zamberletti, all’indomani dell’incontro tra il ministro Barca e i rappresentanti politico istituzionali dell’Abruzzo, teso a trovare una soluzione per la ricostruzione della città  dell’Aquila.

Zamberletti ha alle sua spalle la gestione dei terremoti del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980)  e commenta la notizia della prossima scadenza del mandato del commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi: «Quando incontrerò Chiodi, e spero di averne occasione, gli stringerò la mano come sempre perché è una persona corretta, ma gli dirò anche che avrebbe dovuto pensarci prima a togliersi le vesti del commissario. In Friuli l’impianto per l’emergenza durò, più o meno 5 mesi. Poi furono dati ampi poteri ai sindaci. Fu un passaggio fondamentale per la ricostruzione e ritengo che lo sarà anche per L’Aquila. Malgrado i ritardi». Nella stessa intervista, a cura di Andrea Mori, Zamberletti risponde ad alcune domande sul futuro del territorio aquilano.

Onorevole, è d’accordo che la fine del commissariamento segna un svolta?

«Certo, l’idea di dare potere ai sindaci è fondamentale. Quando l’ho adottata al Sud tutti pensavano che fosse meglio proiettare le autorità da Roma. Io mi opposi e quei sindaci si comportarono in modo mirabile smentendo certi luoghi comuni».

Che cosa cambia nel sistema della ricostruzione?

«Cambia che a un sistema monolitico e burocratico pubblico si sostituisce un’organizzazione più fluida e dinamica, diciamo, a carattere “misto” pubblico-privata. Con la divisione, per quanto riguarda la ricostruzione nei centri storici, in comparti del territorio, in zone cioè più o meno estese come un quartiere».

Andiamo per gradi, cominciamo dai sindaci: che cosa dovranno fare?

«Nelle mie esperienze i sindaci sono stati i responsabili del coordinamento della ricostruzione, si occupavano delle gestione dei fondi da dare ai privati e quindi dei budget da richiedere al governo attraverso la Regione».

La Regione quindi c’entra sempre nella ricostruzione.

«Sì, solo nel ruolo di intermediazione. Mi spiego. La ricostruzione avviene per comparti. Ma lì dove la situazione diventa complessa per motivi tecnici o di disaccordo fra i privati, interviene il sindaco che espropria provvisariamente l’area interessata dai cantieri per restituirla ai legittimi proprietari una volta terminati i lavori».

Un espoprio forzato per velocizzare i tempi. E la Regione?

 «I sindaci erano supportati da un ufficio tecnico centrale, la segreteria generale della Regione, che interveniva di fronte a problemi complessi che altrimenti avrebbero fermato i lavori. I sindaci potevano chiedere aiuto a questa struttura speciale per realizzare così una regia unica per la ricostruzione».

Che cos’ha di diverso questa struttura speciale della Regione dall’attuale struttura dell’emergenza, Sge, del commissario?

«Innanzitutto è una struttura prevalentemente tecnica con grosse competenze, composta da ingegneri e altri professionisti che ha il compito esclusivo di dare una mano ai sindaci nel risolvere i problemi tecnici-urbanistici e di calmierare i costi. E’ un ufficio che aiuta i sindaci a portare avanti gli espropri provvisori e a dirimere i contrasti fra cantieri e a costruire secondo norme stabilite».

 Anche in Umbria la ricostruzione ha proceduto attraverso i comparti.

«Sì, ma lì non c’è stata la mano del pubblico. Era in mano ai privati. Il modello Friuli vuole invece il sistema misto che consente di gestire al meglio la ricostruzione su vasta scala. Anche perché nell’esclusivo ruolo di mediatore Stato-sindaci-Regione di questa struttura centrale c’è sempre un politico. In Friuli ricordo che è stato il sindaco di Gemona che è poi diventato assessore regionale. Sia ben chiaro, ogni operazione di ricostruzione resta e deve restare in mano ai sindaci».

 In Friuli, quanto tempo dopo il terremoto venne avviata questa struttura?

«Iniziò ad operare con la realizzazione della case provvisorie e con l’attivazione degli investimenti industriali post-sisma che avrebbero evitato lo spopolamento».

 Il lavoro, il problema sociale dell’Aquila.

«Se c’è è perché non si è pensato a come trattenerlo e quindi ad investire. Io fui molto criticato per questo, per aver sperperato fondi pubblici, oggi mi ringraziano».

 Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha detto che nel 2014 può terminare l’emergenza. E’ d’accordo?

«Me lo auguro, penso di sì. In due anni si può fare molto, esclusi i centri storici che sono molto più complessi. Mi ricordo di Onna. Ecco il centro storico di Onna non credo che possa essere ricostruito in due anni».

 Il ministro Barca, in visita all’Aquila, ha espresso perplessità su come ricostruire il centro storico. Ha detto che ci vuole “un colpo d’ali”.

«Guardi, il nostro motto è stato “ricostruire dov’era e com’era”. Di certo non si può lasciare un centro storico fantasma. Siamo nel 2012, ci sono strutture abitative centenarie che vanno riviste e adeguate alla tecnologia. Se lei va in Friuli vede che i bar sono stati tutti ricostruiti conservando esteriormente la struttura, dentro invece sono modernissimi».

demolizioni e macerie

NO ALLE DEMOLIZIONI SELVAGGE E ALLA POLITICA DI “SGOMBERO DELLE MACERIE”


La Donau Universitat, che ha portato in Abruzzo l’esperienza di ricostruzione dei centri storici in Firuli del prof. arch. Pirzio-Biroli, considera i cantieri della messa in sicurezza e dello sgombero ragionato dei materiali lapidei, come quello ad esempio adottato nel centro storico dell’Aquila in Piazza Santa Maria Paganica, metodologicamente esemplari e da applicare non solo alle chiese ma anche e subito alle case.Infatti tale pratica di cantiere va adottata immediatamente, come fatto anche a Venzone in Friuli, nei borghi storici lungo il Tratturo Magno, come ad esempio a Paganica, a San Gregorio e a Castelnuovo, dove la Donau Universitat sta operando.

Questo metodo a lungo sperimentato si oppone alle demolizioni praticate senza alcun criterio all’Aquila e non solo, che non rispettano il patrimonio dei Beni Culturali anche apparentemente invisibili, di proprietà degli abitanti cui appartengono gli immobili.

Tutti, anche quelli della cosiddetta “architettura minore”.

L’azione sconsiderata di abbattimento e di demolizione è una forma di espropriazione non autorizzata del patrimonio culturale di proprietà privata a partire dalle murature portanti in elevazione costruite da secoli di sudori dagli abitanti e dai loro parenti emigrati all’estero, muri di elevazione invece facilmente consolidabili e recuperabili.

Esempi sono infatti le porzioni di muri portanti che sostenevano absidi, cupole, navate che valgono tanto quanto le case degli abitanti di Paganica in Via salita del castello e in Via dei Frati; come le mura portanti degli edifici della Piazza di San Gregorio compresa la Chiesa (la cui abside è ancora in piedi e per la quale urge la messa in sicurezza), e così come le case storiche di Castelnuovo lungo Via San Giovanni.

Sia gli elaborati su questa metodologia riguardanti alcuni aggregati consegnati dalla Donau al comune dell’Aquila, e sia i rilievi e gli elaborati progettuali in corso per la preparazione di cantieri pilota e simultanei su più edifici, hanno disegnato tutti gli elementi decorativi delle facciate e i reperti lapidei di pregio a terra.

Tale esempio di catalogazione contemporaneamente al disegno delle abitazioni da ricostruire, prevede lo stoccaggio presso le proprietà di questo patrimonio architettonico.

Questo patrimonio architettonico anche minuto, è costiuito da resti di stucchi, di portali in pietra, di portoni in legno, di archi, di resti di volte di elementi lapidei squadrati utilizzabili per il completamento di murature antisismiche.

Non si tratta infatti di demolire edifici, ma di smontarli pezzo su pezzo, se necessario, al fine del recupero di murature di pregio.

Non si tratta di sgombero e rimozione di “macerie”, ma di catalogazione e selezione di elementi architettonici di pregio e anche di quell’architettura minore che ha comunque valore, materiale inerte e rifiuti generalmente metallici .

Come il cantiere di Santa Maria Paganica viene trattato in questo momento come fosse un’area archeologica, ovvero con attenzione scientifica, così i borghi storici vanno trattati con le stesse attenzioni adottate nelle aree archeologiche.

Questo metodo inquadra la ricostruzione nelle tecniche del restauro urbano più che in quello semplificatorio di demolizione e ricostruzione garantendo il futuro turismo culturale dell’Abruzzo.

I lontani depositi di macerie previsti non permettono di rendere i cantieri di restauro e ricostruzione convenientemente economici rispetto a depositi invece individuati a ridosso degli edifici dei palazzi dei borghi.

Per questa opera di restauro la Donau Universitat coordinata dal prof.arch Pirzio-Biroli e dal dipl. arch. Hanus, ritiene urgente l’apertura di una scuola di restauro e di lavorazione della pietra possibilmente da realizzarsi presso l’antica cava di Poggio Picenze o di Tornimparte.

Questo programma di minuziosa progettazione di recupero e restauro dei borghi storici lungo il Tratturo Magno, ridurrebbe il traffico dei mezzi pesanti risolvendo per due terzi il problema del trasporto delle macerie, e renderebbe supeflue possibili varianti infrastrutturali dannose per la conservazione del paesaggio del Tratturo, patrimonio dell’umanità.


foto Yar Man, nov 2012

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