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riconfigurazione urbana – un progetto per via XX Settembre

di Alfonso Di Felice, su http://europaconcorsi.com , 16 mag

(Premio ZOLDAN 2012)

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L’intervento nasce con l’obiettivo di creare un forte tessuto urbano in una zona quella a ridosso del tribunale “intra moenia” in cui si presenta frammentario e di scarso valore. Da questi presupposti si giunge alla creazione un’architettura “totale”, che attraversa il tempo e rilegge le fasi storiche di L’Aquila dalle origini. Il progetto è frutto di uno studio del costruito storico aquilano e da esso prende vita: l’antico percorso che da Piazza Duomo, attraverso la zona degli “horti”, conduce fino a Porta romana, è la direttrice che permette una continuità con il centro.

Questo percorso viene riproposto e preso come spunto per creare una piazza posta a ridosso di Via XX settembre, un nuovo polo urbano direttamente collegato con Piazza Duomo. La natura del vuoto è duplice e la semplice morfologia lo dimostra: un piano inclinato incastrato al suolo funge da copertura per le attività commerciali poste sotto e genera, al di sopra, un luogo di socializzazione. Il percorso storico “vive” di vuoti mentre quello preesistente carrabile Via XX settembre è di diversa natura perché su di esso si attesta un fronte unico di nuovi edifici residenziali (prevalgono i pieni) che separano la nuova piazza dal caos del traffico.

La dimensione umana è mantenuta grazie allo slargo pedonale che si crea sulla via e che permette l’affaccio sulla zona sottostante di Villa Gioia. Il fronte costruito da un lato è solido, mentre verso valle si smaterializza, si trasforma in pensilina attrezzata per servizi e zona di filtro tra strada ed affaccio. Esso costituisce una testata su cui possenti stecche residenziali perpendicolari alla strada si lanciano sul parco. Questa gerarchia del costruito genera “calate” pedonali che ricalcano i vicoli del centro storico e che collegano, su vari livelli, Via XX settembre e Villa Gioia (ove è ricavato un parco urbano). Tramite la nuova piazza inclinata, si passa sotto Via XX settembre (che altrimenti sarebbe stata una cesura del tessuto storico) attraverso un livello intermedio con una vocazione commerciale e si raggiunge il parco e le attrezzature connesse. Non è tutto.

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Su Via XX settembre nasce una torre come punto di fuga della forte prospettiva. In realtà essa è un solido geometrico puro destinato all’intera città, un cilindro rivestito da una gabbia in acciaio corten e vetro al fine di sfruttare l’irraggiamento solare ed accentuare la preziosità dell’oggetto. Posta sulla congiungente visiva due simboli aquilani la torre civica e la cupola di S.Bernardino, la torre è un progetto di orizzonti. A partire dal basamento ci sono residenze fino ad una forte interruzione: alla medesima quota di Piazza Palazzo c’è un giardino sospeso, spazio di aggregazione che ha la stessa natura dell’obiettivo che traguarda. La parte più alta è destinata ai servizi (fino alla quota della torre civica) ed a strutture ricettive. Sulla cima è inserita una grossa sfera incastrata tra il volume e l’esterno. Essa corrisponde per metà ad un vuoto del costruito e per metà ad un pieno (in cui è inserito un solarium): una cupola trasparente posta alla stessa quota di quella opaca di S.Bernardino La torre civica e la chiesa sono inquadrate da un taglio presente nel volume dell’albergo: l’oggetto è destinato alla città ma ha una direzione preferenziale. Esso è una sorta di solido platonico perfetto, un’ idea usata come “matrice” per la nascita e la crescita della città di L’Aquila. L’intervento è totale, investe tutto il costruito e sovverte lo scorrere del tempo: è come se la città si fosse sviluppata a partire dai dettami della torre.

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storici dell’arte e ricostruzione civile

da http://www.italianostra.org , 05-05-2013

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Storici dell’arte e ricostruzione civile

Vedere con i propri occhi. Forse è questo il principale dovere professionale di uno storico dell’arte. Ed è proprio per questo che il 5 maggio tutti gli storici dell’arte italiani si sono riuniti all’Aquila: per vedere con i propri occhi la realtà – unica al mondo – di un centro monumentale straordinariamente esteso e straordinariamente importante semidistrutto e non restaurato.

C’era anche il nuovo ministro ai Beni e Attività culturali, Massimo Bray che è rimasto per l’intera durata della manifestazione per ascoltare direttamente da L’Aquila l’appello per la rinascita della città. Un segnale davvero importante dopo anni di non-governo e malgoverno del patrimonio culturale italiano.

Se nell’Italia del 2013 c’è un fronte in cui lo scempio del paesaggio e la distruzione del patrimonio artistico si fondono in un unico micidiale attacco alle libertà fondamentali dei cittadini, quel fronte è l’Aquila. Finalmente, terminata l’orrenda esperienza del commissariamento, sono partiti i primi ventitré cantieri: ma chiese monumentali come il Duomo sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve. E di questo passo ci vorranno oltre vent’anni per riavere l’Aquila ‘come prima’. Ma a quel punto senza i cittadini: con un’intera generazione di non-cittadini cresciuta nelle non-città che sono le new town.

Il rischio è allora che qualcuno pensi di trasformare l’Aquila ricostruita in una specie di set cinematografico, o di disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holdings economiche. Si tratterebbe, cioè, di fare all’Aquila in un colpo solo ciò che un lento processo sta facendo a Venezia o a Firenze: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati.

È per questo che gli storici dell’arte sono andati all’Aquila: per portare, attraverso i loro occhi allenati, nella coscienza intellettuale di tutta Italia che cosa è, veramente, la tragedia dell’Aquila; per avviare una vicinanza di tutta la comunità scientifica della storia dell’arte alla ricostruzione materiale dei monumenti, con tutti i problemi enormi che le sono collegati; per riscoprire la vera identità della loro missione professionale. Per comprendere, cioè, che la storia dell’arte non serve a intrattenere ricchi signori attraverso le mostre mondane della domenica pomeriggio, ma serve a restituire – attraverso la conoscenza – ai cittadini italiani l’arte e la storia delle loro città.

All’Aquila il divorzio tra cittadini e monumenti è tragicamente evidente: ma questo è un destino che incombe su tutte le città d’arte italiane. Il 5 maggio gli storici dell’arte sono stati all’Aquila per affermare che non basta una ricostruzione materiale: è il tempo di una ricostruzione civile. Per l’Aquila, per l’Italia.

della ricostruzione, di Montanari e d’altro

Dialogo (epistolare) tra Luciano Belli Laura e Adriano Di Barba9 mag. ’13

ADB: …..ma non credi, caro Luciano, che la pianificazione abbia dato ripetute prove (in Italia e nei decenni) di clamorosi fallimenti e, sostanzialmente, di inutilità (quando non addirittura di tradimenti) delle intenzioni del pianificatore, attraverso i ripetuti stravolgimenti che ogni Piano ha subìto?

LBL: Purtroppo sì!

ADB: Non credi che lo strumento del PPA sia inadeguato e inattuale, specialmente se applicato a strumenti urbanistici traditi o stravolti dall’arrembaggio della speculazione?

LBL: Sicuro, ma era solo una proposta momentanea!

ADB: Non credi che tale strumento avesse un senso (teorico) in epoche di aggressione selvaggia dell’edilizia, per fronteggiare la rincorsa al costruire comunque e dovunque e che, in questa epoca scellerata e sfortunata, tali spinte siano state fiaccate dalla crisi economica?

LBL: Il PPA aveva senso nel compromesso trovato da Bucalossi per rendere la Concessione edilizia un potere in mano alla Pubblica amministrazione. Che, appunto con il PPA poteva anche decidere QUANDO costruire. Giacché, SE, COME E QUANTO costruire erano decisi tramite lo strumento urbanistico (destinazione d’uso dei suoli, con interventi diretti o con piani esecutivi, indici di fabbricabilità)

ADB: Non credi che in una situazione emergenziale, quale la ricostruzione dell’Aquila, non abbia alcun senso “nobilitare” un PRG vetusto, imbolsito e stravolto, come  dimostra la periferizzazione selvaggia della città, ante terremoto. Adesso, che senso avrebbe, disciplinare la ricostruzione sulle regole di un PPA svuotato dai fatti e superato dagli eventi? 

LBL: Nessun senso! Infatti il PPA non disciplina/disciplinava né la ricostruzione né la nuova edificazione. Semplicemente perché il Programma P. di A. non è un PIANO, ma solo un BILANCIO: delle entrate e delle uscite.

ADB: E allora: non avrebbe maggiore senso, andare a soppesare la valenza urbana del singolo progetto, uno per uno, valutandone il logico inserimento in un disegno urbano storico? Ad esempio, dando valore cogente, serio, al progetto “Asse centrale” e alle “6 aree a breve”, che secondo me sono l’unico documento utile sin qui prodotto (e naturalmente ignorato alla grande).

LBL: NO ! . Ma come si fa a dire che questo progetto è meglio di un altro? Forse, si può solo dire che questo progetto può essere realizzato prima di un altro. Perciò, per non fare favoritismi (o amministrazione clientelare) occorre avere un bilancio completo delle entrate e delle uscite. Che può essere anche temporalizzato. Tutto nella massima trasparenza e condivisione.

ADB: E infine: CHI, amministratore o tecnico, in quella sciagurata amministrazione comunale avrebbe le competenze e l’onestà di eseguire un tale lavoro di vaglio ragionato dei progetti, dopo aver favorito cani e porci e penalizzato poveri cristi o avversari di merende?

LBL: E allora? Muoia Cialente e tutti i Filistei … ? Ma quante volte? NON è più il tempo di … lagnarsi. Forse, è quello di lasciare ai giovani l’iniziativa ed aiutarli con la forza della memoria e della saggezza. Esagero?

Ora, caro Adriano, ti faccio leggere, quello che vorrei scrivere a Tomaso Montanari, a proposito del suo intervento del 5 maggio. Così mi puoi dire cosa ne pensi

 

A Tomaso Montanari

Forse, per restituire l’Aquila e i suoi monumenti ai cittadini aquilani ed alla nazione italiana, è ora [secondo il Vangelo di Tommaso (100,2-3)] di dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Cialente quello che è di Cialente.

Voglio farlo da ex-insegnante semplice di Storia dell’Architettura che ho sempre privilegiato all’insegnamento di Disegno e Progettazione (o di Costruzioni e Tecnologia) perché convinto che, come nel salto in lungo, una valida rincorsa fosse il preludio d’una buona proiezione in avanti. Giacché persuaso che Architettura designi “una concezione ampia, perché abbraccia l’intero ambiente della vita umana”. Quindi: “non possiamo sottrarci all’architettura, finché facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l’insieme delle modifiche e alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto.

Né possiamo confidare i nostri interessi a una élite di uomini preparati, chiedendo loro di sondare, scoprire e creare l’ambiente destinato a ospitarci, meravigliandoci poi dinanzi all’opera compiuta, e apprendendola come una cosa bell’e fatta. Questo spetta invece a noi stessi; ciascuno di noi è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto orientamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta, per evitare di tramandare ai nostri figli un tesoro minore di quello lasciatoci dai nostri padri. (W. Morris, Prospects of architecture in civilization, in On art and socialism, London 1947; tr. it.: Architettura e socialismo,Bari 1963, p. 3).

E da osservante esterno della vicende di questi quattro anni, quindi da credente che, se i rappresentanti della maggioranza dei cittadini aquilani davvero desiassero restituire L’Aquila e i suoi monumenti alla comunità locale e nazionale, già da tempo avrebbero posto in essere quello che, quarantotto mesi dopo il terremoto, gli Storici dell’Arte hanno chiesto loro efficacemente il 5 maggio 2013.

Se costoro veramente volessero la ricostruzione della polis (in latino, urbs od oppidum) cioè della città in senso materiale e della polis (in latino, civitas) cioè della comunità avrebbero iniziato un quarantotto contro la new town progettata dal Governo Berlusconi nelle quarantotto successive alle 3 e 32 del 6 aprile 2009.

Invece, questo progetto alternativo alla ricostruzione com’era e dov’era della città (delle case, degli opifici e dei monumenti danneggiati o crollati) fu sostanzialmente assecondato purché spezzettato in C.A.S.E. (senza alcun opificio, negozio e spazio per la vita comune) localizzabili prevalentemente “vicino alle frazioni” più lontane. Più che altro per salvare dall’esproprio per pubblica utilità i terreni di maggior valore prossimi al centro storico. Cosicché, diciannove nuovi quartieri meramente residenziali (in modo blasfemo nomati new town dai costruttori di Cesare) furono trasformati in luoghi di deportazione della popolazione follata dal centro storico aquilano dal sisma e dal credo, in pio modo, d’urbanisti di Cialente.

Se costoro decisamente desiderassero la ricostruzione non deviata da interessi privati l’avrebbero attuata immediatamente inserendola in una pianificazione urbanistica governata dalla mano pubblicaInvece, mentre la Protezione civile di Bertolaso curava il passaggio dalle tende alle 183 nuove case dei 19 C.A.S.E., l’incivile protezione d’interessi speculativi e clientelari privati favoriva la costruzione d’una miriade di casette d’emergenza e di progetti di nuovi insediamenti residenziali e commerciali. Ovunque e comunque. In variante o secondo le previsioni d’un vetusto strumento urbanistico. Tanto inefficace per la pubblica utilità quanto fecondo per la privata proficuità. E mentre le risorse governative certe finivano prevalentemente nelle tasche d’italici costruttori ed arredatori delle new town (giacché solo le briciole andavano ad urbanizzatori, impiantisti e fornitori di torroni locali), le risorse incerte venivano progressivamente dilapidate da controllori (nazionali, regionali, locali; di ruolo e di nuova nomina), di progettisti, di contabili, di facilitatori ed affini.

Pianificando realmente (cioè dilazionando all’inverosimile) la ricostruzione della città. Tergiversando nel fare Piani Strategici inutili e Piani di Ricostruzione fasulli. Evitando rigorosamente di rifare il Piano Regolatore Generale ed abbandonare quindi la concertazione pubblico-privato per la realizzazione di NUOVE costruzioni ad immagine e somiglianza delle finte new town berlusconiane.

Se costoro concretamente concupissero rinunciare ad ogni progetto di trasformare l’Aquila in una sorta di Aquilaland, non avrebbero dovuto assecondare neppure la costruzione di teatri lignei nei luoghi dove stazionava il baraccone del tiro a segno. Nonché il trasferimento del mercato dalla centrale piazza apposita alla periferica Piazza d’Armi, allestita con piattaforme ellittiche di cemento e virtuali teatri a forma di liuto.

Se costoro effettivamente esigessero che L’Aquila risorga com’era e dov’era non avrebbero caparbiamente rifiutato di fare un semplice Programma Pluriennale di Attuazione della Ricostruzione. Che escludesse categoricamente ogni nuova opera fino alla chiusura di tutti i cantieri deputati a costruire quanto danneggiato e reso inservibile dal movimento tellurico dell’ultimo lustro. Ben prima di salire sulla barca di Barca per fare etichette con un cronoprogramma inattuabile da appiccicare ai muri ammuffiti delle case e dei monumenti.

Se costoro realmente reclamassero che la prima urgenza della politica nazionale fosse quella della difesa e della ricostituzione del patrimonio culturale, non avrebbero improvvisato periodiche stizzose rivendicazioni di governance e teatrali manifestazioni d’ammaino di bandiere e/o dismissioni di fasce tricolori. Avrebbero preteso (non elemosinato) che fosse stanziato quanto necessario ed indispensabile alla rinascita della città e della comunità. Senza il ricorso al gioco d’azzardo ed il beneplacito dei m.e.r.c.a.t.i..

Se costoro sul serio stabilissero di lasciar fare ai cittadini che credono nel diritto d’avere il diritto di ….!”

ADB:  … ehhh,, Luciano, le cose che tu dici a Montanari (sacrosante) sono ormai superate dalla rassegnazione dei cittadini; o dalla rabbia e dalla frustrazione di coloro che ormai arredano alla meno peggio la loro c.a.s.a, dopo aver sperato per 4 anni di tornare nella loro vera casa, ripescando le loro cose dalle casse e dagli scatoloni ammiffiti nelle cantine. O dall’opportunismo di chi ormai ha avuto il suo e quindi non ha nulla più da chiedere. O di chi è seduto al banchetto e non gliene frega altro che attendere che arrivino le portate più succulente dalle cucine (che ormai il tempo della cottura a puntino è trascorso).

Ma non vedi? Quel ***,  ***, ***, di sindaco, stasera litiga col prefetto perchè gli intima di rimettere le bandiere che ha fatto ammainare, e minaccia di destituirlo per decreto: così farà la parte della vittima o dell’eroe impavido e dell’artefice della resistenza e della ricostruzione della città.

Ier sera, in uno scambio di post su FaceBook, un nipote litigava ancora dopo 4 anni, con suo zio, sul costo unitario esorbitante e sospetto delle c.a.s.e…. cosa ti aspetti che facciano? o che vogliano sapere più di quanto gli sia già stato detto da tanti e in tante lingue? Se ti fa piacere che metta il tuo messaggio sul blog (anche se quello è diventato un vecchio catorcio inutile alla causa della “ricostruzione”), fammi sapere e mandami una bella foto; ma cosa c’è rimasto ormai da far vedere che non sia stato mostrato?

8 maggio
(foto Anna P. Colasacco)

dopo il 5 maggio

lettera da Tommaso Montanari, 7 mag

dopo il 5 maggio

Cari amici,
vi ringrazio di aver partecipato così numerosi alla riunione degli storici dell’arte all’Aquila. È stata una giornata per molti di noi indimenticabile. Sono sicuro che dopo aver visto quella meravigliosa città senza i suoi cittadini, ferita a morte e quasi senza soccorso da quattro anni, molti di noi guarderanno alla ‘nostra’ storia dell’arte con occhi diversi. Con gli occhi della Costituzione, dei diritti della persona, dell’impegno civile, dell’educazione alla cittadinanza. Il giorno dopo, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente ha restituito la fascia tricolore al presidente Napolitano, e ha ammainato il tricolore nel centro dell’Aquila.

Lo ha fatto perché «sono quattro anni che la ricostruzione non parte; quattro anni che la Citta’, uno dei centri storici piu’ importanti d’Italia, è deserta, distrutta». Nella lettera al Capo dello Stato, il sindaco ha scritto: « Ieri, 5 maggio, mille storici dell’arte Italiani, si sono incontrati a L’Aquila per denunciare lo stato di abbandono del centro storico eil fallimento della ricostruzione.

Mi sono sentito mortificato come Sindaco, mortificato di dover mostrare ancora le nostre piaghe». A leggere  giornali del giorno dopo viene da dire, amaramente, che non è solo la classe politica a disinteressarsi del futuro dell’Aquila: una città e una comunità che non sembrano aver nemmeno diritto ad un centesimo dello spazio dedicato al discutibile passato di Giulio Andreotti.

Di fronte a tutto questo, ripetiamo con forza: l’Aquila è una tragedia italiana, non un problema locale. Il centro monumentale dell’Aquila appartiene alla Nazione: ora la Nazione deve essere al servizio dell’Aquila. Non ci stancheremo di ripeterlo: il 5 maggio è stato solo l’inizio. Come hanno detto, con i loro cartelli, gli studenti di storia dell’arte venuti da Napoli «non c’è più tempo per aspettare domani»: il momento di restituire l’Aquila e i suoi  monumenti ai cittadini aquilani e alla nazione italiana è ora.

Col saluto più grato,
Tomaso Montanari

la ricostruzione civile – documento finale

da http://news-town.it, 5 mag.

«Gli storici dell’arte riuniti all’Aquila oggi, 5 maggio 2013, intendono scuotere con forza tutte le istituzioni e ogni cittadino italiano. Vogliamo ricordare che non ha paragone al mondo la tragedia di un simile centro monumentale abitato che ancora giaccia distrutto, a quattro anni dal terremoto che l’ha devastato e a quattro anni dalle scelte politiche che l’hanno condannato a una seconda morte.

La prima cosa che vogliamo dire è che l’Aquila è una tragedia italiana, non un problema locale. È questo il senso della nostra presenza fisica, è questo il senso della volontà di guardare con i nostri occhi i monumenti aquilani in rovina. L’articolo 9 della Costituzione impone alla Repubblica di tutelare il patrimonio storico e artistico «della Nazione» attraverso la ricerca: ecco, oggi la comunità nazionale della storia dell’arte è all’Aquila. Per dire che il centro dell’Aquila è un unico monumento di assoluto valore culturale che appartiene alla Nazione: e che ora la Nazione deve essere al servizio dell’Aquila.

Mai come oggi, mentre finalmente i primi ventitré cantieri iniziano a prendersi cura di alcuni tra gli edifici monumentali del centro, è vitale che il sapere critico, la ricerca, l’insegnamento, la professionalità degli storici dell’arte siano a disposizione degli organi di tutela pubblici. E noi ci siamo.

Siamo anche profondamente consapevoli del valore civile della storia dell’arte, e non accettiamo la riduzione della nostra disciplina a leva dell’industria dell’intrattenimento ‘culturale’ al servizio del mercato.

Ed è per questo che affermiamo con forza che la ricostruzione della città di pietre non basta. Per questo la nostra giornata è intitolata alla «ricostruzione civile».

Gli storici dell’arte sanno che la città di pietre ha senso solo se è vissuta, giorno dopo giorno, dalla comunità dei cittadini. E questo legame vitale all’Aquila è stato volontariamente spezzato. Così, anche ammesso che, tra vent’anni, riusciamo ad avere l’Aquila com’era e dov’era, avremo una generazione di aquilani che non è cresciuta in una città, ma nelle cosiddette new town: cementificazioni del territorio senza alcun progetto urbanistico, e anzi immaginate come somme di luoghi privati. Senza spazio pubblico, senza arte, con un paesaggio violato.

Dunque, gli storici dell’arte riuniti all’Aquila chiedono con forza:

1) Che il restauro del centro monumentale dell’Aquila, inteso come un unico e indivisibile bene culturale da proteggere, sia la prima urgenza della politica nazionale del patrimonio culturale. Che il flusso del finanziamento sia costante, e che l’andamento dei lavori sia pubblico, e totalmente trasparente. Che questo processo riguardi anche tutti gli altri centri storici del cratere, parti di un unico sistema ambientale, paesaggistico, urbanistico, storico-artistico.

2) Che l’Aquila risorga com’era e dov’era. Che non si ricorra a demolizioni, e non si ceda all’assurda tentazione di improprie ‘modernizzazioni’ del tessuto urbano che violino la Carta di Gubbio. Che il significato civile e sociale di ogni monumento, del suo aspetto storico e della sua connessione con tutto l’organismo urbano che lo accoglie, sia considerato il primo, più importante, inderogabile valore.

3) Che si rinunci ad ogni progetto di trasformare l’Aquila in una sorta di Aquilaland, cioè in un parco a tema che estremizzi quella perdita di nesso tra monumenti e cittadini che consuma giorno per giorno città come Venezia e Firenze. Per questo diciamo no ai progetti di realizzare parcheggi sotterranei, centri commerciali, richiami turistici a spese del tessuto storico monumentale e abitativo.

4) Che il restauro del centro sia progressivamente accompagnato dal ritorno degli abitanti. Non possiamo aspettare venti anni per far trasferire gli aquilani dalle ‘new town’ nelle loro vere case: bisogna immaginare una politica di incentivi che acceleri questo processo, e che faccia progressivamente rivivere il centro. Per far questo, la ricostruzione deve inserirsi in una pianificazione urbanistica governata dalla mano pubblica, e non deviata da interessi privati. A questa pianificazione spetterà anche decidere del futuro delle ‘new town’: alcune dovranno essere abbattute, per ripristinare il paesaggio, altre potranno forse trovare un uso proficuo, ma solo all’interno di un piano preciso.

Non c’è più tempo: il momento di restituire l’Aquila e i suoi monumenti ai cittadini aquilani e alla nazione italiana è ora».

centri storici e new towns…

… nell’Italia dei terremoti
Immagine

da http://www.estense.com/?p=292379

Mercoledì 17 aprile alle ore 18, la Sala Boldini, Ferrara, ospita l’incontro “L’Italia dei terremoti. Centri storici, paesaggio, new towns”, con un intervento di Carla Di Francesco, direttore generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e le arti contemporanee al ministero dei beni culturali.

Durante l’evento la regista Luca Cococcetta introdurrà anche la proiezione del documentario “Radici. L’Aquila di cemento”. L’incontro è coordinato da Luisa Ciammitti e Massimo Maisto.

pakistan, 16 aprile

pakistan

da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.htmlingv 16 apr

 


foto Yar Man, nov 2012

L’Aquila in diretta

webcam da www.MeteoAQuilano.it
da www.caputfrigoris.it

il sismografo di Massimo

che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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