Racconti, pensieri e testimonianze del dopo-terremoto, raccolti sulla “rete”

2013

marzo

Il terremoto ha dato e ha tolto. A chi ha tolto beni e affetti, ha però dato coraggio e trasparenza. A chi ha dato vantaggi e potere, ha tolto umanità e cuore. La frase: “quello se n’è uscito di coccia dopo il terremoto” ce la siamo sentita dire in molti. Colleghi, amici, vicini di scrivania, parenti serpenti. Facce di corno che non accettano che le persone abbiamo trasformato la loro naturale mitezza in pretesa di rispetto e di verità. Non è roba che succede agli altri e sui giornali, succede ogni giorno, a tutti. Perciò da oggi in poi, quando sentite qualcuno dire la frase: “Quello se n’è uscito di coccia col terremoto”, se vi resta un minimo di onestà, fategliela ringoiare, chiunque egli sia. Abbiate la forza di scandalizzarvi, specie se è un collega, un vicino di scrivania, un amico, un parente serpente. Perché al contrario il terremoto, a noi, ci ha fatto uscire di casa, ma ci ha fatto entrare di testa. (Luisa Nardecchia)

2012

19 novembre

Bisogna venirci e basta. Per questo ho solo raccolto sensazioni.
Perché chi non è mai stato all’Aquila non è mai stato all’Aquila e ha fatto male. Chi ci è andato in ritardo e per troppo poco spero possa essere perdonato e presto riaccolto. (Daniele Bellasio)
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26 ottobre

Stanno offendendo , oltre alla professionalità e serietà dei giudici, una intera comunità qualificandola come oscurantista o vendicativa. Ma lo sanno questi signori quanti passaggi ogni giorno facevamo sul sito dell’iINGV ( istituto nazionale di geologia e vulcanologia) da qualche mese? Sanno questi signori che abbiamo cercato di documentarci e di capire in tutti i modi e che non c’è stata mai una voce (singola o collettiva) chiara, che potesse spiegarci meglio cosa stavamo vivendo, le precauzioni da prendere, le cose a cui badare, le strategie da mettere in atto per noi per i nostri figli, gli anziani o gli studenti…, Che nessuno ha mai parlato di prove di evacuazione, l’allestimento di luoghi di prima emergenza? Sanno questi signori che abbiamo vissuto per circa 9 mesi con scosse sotto i piedi? Sanno che questo è stato l’unico parere di grandi scienziati( quello della commissione grandi Rischi) che sostanzialmente ci ha detto: sta scaricando energia, è normale..passerà? Di chi dovevamo fidarci, se non di loro? Io, come tanti altri quella sera, ho disobbedito. Mi sono affidata solo alla mia paura ed a un ” cumulo di circostanze.” Solo per questo sono ancora qui a raccontarlo. Ma loro avevano detto ( la commissione grandi rischi) che ” l’energia si stava esaurendo” che lo sciame sismico, che era del tutto normale..e che anzi..era favorevole…ci sono interviste televisive ai componenti della Commissione che lo provano, interviste sui giornali…hanno rassicurato su ciò che non potevano prevedere. E poichè molti di noi li hanno considerati scienziati, saggi, competenti li hanno ascoltati. Questo è il punto. (Luisa Nardecchia)

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22 ottobre: Giuliana era mia cugina. Nella vita professionale era un ingegnere elettronico e si occupava della certificazione dei nuovi modelli di aeromobili, in particolare dei veicoli senza pilota. Era una delle maggiori esperte del settore, anche a livello internazionale. Aveva 46 anni ed è morta abbracciata al suo bambino che si chiamava Stefano Antonini e di anni ne aveva solo nove. Domenica sera, dopo la prima scossa, Giuliana aveva parlato al telefono con il suo ex marito, cardiologo all’ospedale San Salvatore dell’Aquila perché aveva deciso di lasciare il loro appartamento di via Fortebraccio e di andare a dormire con il figlio dai genitori di lei in via Gabriele D’Annunzio. Si sentiva più tranquilla. Non poteva sapere che casa sua sarebbe rimasta in piedi mentre quella dei genitori sarebbe crollata su se stessa. Assieme a loro è morto anche il padre di Giuliana e nonno di Stefano, Marino Tamburro (mio zio). In queste ore di Giustizia a loro, che non torneranno mai fra noi, va il nostro pensiero con un abbraccio a tutti i familiari delle vittime di quell’assurda notte. (Massimo Alesii)

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Arriva una telefonata. Succede così.
Ti arriva una telefonata, un giorno.
“E’ guarita”, sussurra una voce.
“Vengo subito”, rispondi.

Quando guarisce una casa, qui all’Aquila, non so dire se quello che provi è una grande felicità oppure no.
Quando è guarita la mia, dopo quasi due anni di coma e cure intensive e trapianti, volevo prenderla a calci.
Quando l’ho vista tutta imbellettata, con i suoi nuovi colori e senza più un graffio, l’ho guardata in cagnesco e le ho chiesto chi vuoi fregare?
Sono belle queste pareti nuove, sì, ma guarda che sotto ci sono ancora quelle crepe e quei momenti di nulla, quelli che mi hai disegnato intorno quella notte, quelli che mi correvano dietro e sembravano l’elettrocardiogramma del mio cuore impazzito.

Ancora oggi mi è straniera, questa mia casa.
Ancora oggi capitano quegli inizi di notte, quelli che ti riportano indietro, quella domenica, rivedo tutto.
Rivedo la tavola lasciata apparecchiata, ci penso domani.
Vedo quel computer, era in una stanza, la mia, che oggi non c’è più. Vedo quel computer e ricordo l’ultima mail scritta, l’ultima ricevuta.
Poi il letto. Quel sonno che non arrivava. Ricordo certe ultime parole.
Ricordo quel rumore, da lontano. Poi ricordo che siamo saltati in aria e poi una nave preda di un mare folle.

Questa casa non è più mia. Non è più mia lei e non sono sua io.
Non basta guarire, per tornare ad essere quello che eravamo.
Siamo pezzi rincollati e dipinti con colori sgargianti, per distogliere l’attenzione da un lavoro fatto come si poteva, con quello che restava.

Quando vado a trovare una casa che è guarita mi disegno un sorriso di circostanza con le dita e lo blocco con i denti, dentro.
Stringo.
Il sapore del sangue mi calma. (Tiziana Pasetti)

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“L’Aquila e’ una ferita aperta per tutti noi: e’ l’unico caso forse nel mondo in cui per una citta’ distrutta non si decide la ricostruzione e ci continua a cincischiare sul futuro della citta’” (Rosanna Camusso)

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…. saremo sempre degli sfollati, fin quando non torneremo nella città, nei paesi distrutti, nelle frazioni del cratere… fin quando non torneremo nelle nostre case. (Patrizia Tocci)

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[……….] Come cittadina dell’Aquila sento spesso parlare anche di impoverimento della città dovuto alla dispersione di oggetti e tesori conservati per secoli in edifici danneggiati dal sisma.

Colgo l’occasione per rivolgere, non so a chi, una domanda: che fine fecero, molto prima del sisma, i preziosissimi riquadri di legno dorato originali del seicento che coprivano il soffitto della basilica di Collemaggio, allora rimossi per motivi estetici sui quali non discuto, e poi spariti per sempre? Erano un bene della città, anche miei, dove sono andati a finire? Non si potevano conservare disposti in bell’ordine, in qualche luogo aperto al pubblico? (Emanuela Medoro)

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“Le condizioni in cui versa il cimitero dell’Aquila sono oramai al limite della decenza per una città che possa ritenersi civile. Dopo tre anni dal terremoto non si è stati capaci di realizzare uno straccio di progetto per sistemarlo, nonostante siano stati previsti ingenti finanziamenti, così da mettere fine ad una situazione che oramai risulta particolarmente insostenibile per i cittadini aquilani. ” (Maria Teresa Tatozzi)

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[….]  Tutti sono andati via tranne i cani. Loro no. Sono rimasti lì a fare letteralmente la guardia alla propria città. Sembrava dicessero : “Se gli umani non ci sono, allora ci pensiamo noi”. […..]

(MariaPiera d’Alessandro)

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«Era bella. È brutta. Sarà Bellissima.» (Adis, bambino aquilano)

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[…………….]

Non c’è più nulla, in via Filippo Corridoni, ora.

Arrivo, spengo la macchina, e chiamo.

Miiicio miciomiciomicio! Mischhh!…

Rovescio la mia busta di spaghetti a terra, loro arrivano, sono pochi, tre o quattro, i pochi rimasti qui dopo il 6 aprile di tre anni fa.  Sono riusciti a salvarsi dal crollo della casa con la cortina rossa, la casa di Serena, che si è seduta sul suo porticato, sbriciolata, sprofondata, ingoiata dalla terra, lei, il suo portico con il pavimento di mattonelle rosse su cui noi bambini si pattinava.

Venite, piccini… nznznznz… Venite, su!

Non c’è più nessuno che guarda da dietro le tende. Sono morti, ingoiati dalla terra. Oppure scappati via. Posso sentire lo scalpiccio dei piedi che corrono, volo di tortore dopo lo schioppo, ali sotto le suole delle scarpe… I gatti, però, sono rimasti. Sporchi, smagriti, selvatici, piccole linci selvagge, arruffati, soli.

Miciomiciomiciomicio!… Nznznznznz… Mischhhh!”.

Venite qui, piccini, la Gattara vi nutre, vi porta acqua da bere. Siete stati bravi, siete stati coraggiosi a restare in questo posto.. Venite, la Gattara vi protegge, perché siete rimasti qui senza casa, senza cibo.

I gatti mangiano avidamente, io riempio di acqua una grossa ciotola di plastica.

La polvere delle macerie mi secca la bocca, la sento nella gola. Sono passati tre anni. E neanche una bimba, dietro il tronco di un albero, che mi guarda con il suo occhio destro sbarrato. Neanche una bimba, in via Filippo Corridoni, a vedere la Gattara come una bellissima fata senza storia.

da “la gattara (Luisa Nardecchia)” su http://www.laquilablog.it/la-gattara-luisa-nardecchia/3409-0404/”

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”Dopo avere visitato la prefettura si capisce cos’e’ stato il terremoto? In realta’ avevo gia’ idea del grandissimo problema che c’e’.  Quello che appare e’ che c’e’ stato un intervento iniziale estremamente efficace, purtroppo poi negli anni successivi tutto si e’ bloccato” (Francesco Profumo, ministro per l’istruzione e la ricerca)
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“…ho visto una storia senza colori, che mi ricorda le foto in bianco e nero, quando manca la gente manca il colore e c’è solo il vuoto (David Grossman)

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Non me l’aspettavo così (Mario Monti)

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“Quando ripenso al terremoto, capisco perché ci fanno studiare Foscolo a scuola: il travaglio di lasciare i luoghi della vita, senza rivederli come erano, la perdita del ricordo. Oggi manca all’Aquila l’agorà, il luogo di aggregazione culturale e sociale. E non c’è neppure la cultura del divertimento. Non c’è mai stata la mentalità per un night vero e di qualità in città, purtroppo c’è prostituzione clandestina. Io sono aquilano, orgogliosamente aquilano: ho amato e amo questa città, i luoghi, i rumori, i colori neroverdi con i quali ho vinto lo scudetto under 19, giocavo come pilone. Non voglio perdere la speranza della rinascita, ma è ora che la politica smetta di fare solo politica, ed inizi a risolvere i veri problemi.” (un Aquilano)

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“A tutti noi è piaciuto guardare Guido Bertolaso, l’uomo solo al comando. Per tutti era Guido. Guido qui, Guido, Guido su e Guido giù. E guardando Guido siamo caduti nella narcosi generale, imbambolati. Ora non è facile svegliarsi”. Rita Innocenzi, sindacalista della Fillea Cgil

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Questa è pur sempre una città. Non basta un tetto o un posto in cui dormire e dove cucinare. La vita è un’altra cosa (Piero Angela)

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Tutto si è bloccato a 3 anni fa. L’Aquila, 6.4.2009 h 3,32….(L.)

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L’acqua delle palle di neve di Luisa Nardecchia

Ma come devo fare co’ ‘sta figlia mia?”. Si guardava bene dal dirlo, ma dentro di sé lo pensava.

A me una figlia facile, una di quelle normali, una di quelle che vogliono i massaggi e la manicure no, eh? Io sempre la strada in salita!”. Si guardava bene dal dirlo, Giuseppina, tanto lo dicevano gli altri, lo dicevano tutti, alle spalle, col risolino all’angolo della bocca o l’aria di compatimento: “Poveretta, quanti guai le dà quella figlia, povera donna!”. Allora lei alzava il mento e camminava fiera, impettita, indignata. Al diavolo loro e le loro belle figlie con le unghie laccate: non ce l’avrebbe cambiata mai, la sua Alba, con quelle lì. Però ogni tanto lo pensava… “Come devo fare co’ ‘sta figlia mia, come devo fare dio mio… come devo fare…”. Difficile dalla nascita, Alba: chi l’aveva vista bambina, quando sembrava Heidi, felice per ogni piccola cosa, poteva anche capire, ma gli altri no. Poteva capirla sua madre, forse, o forse sua zia, che se l’era portata sempre dietro ovunque, o la sua maestra delle scuole elementari, che era rimasta per lei come una zia saggia e prudente, una buona consigliera.

“Bisogna prendere un avvocato” disse la zia Laura, preoccupata ma decisa.

“Un avvocato? E chi lo paga un avvocato? E per due cause?”.

“Non esagerare, dai, la prima è caduta”

“E allora aspetteremo che cada anche la seconda. Di più non posso fare”

“Certo che pure lei però… Per forza in prima linea deve stare? Un po’ da parte no, eh, mandare avanti gli altri… stare un po’ attenta… no eh?”

“La conosci… L’hai cresciuta insieme a me”

“E la conosco sì. Però qui mica si tratta più del gatto randagio e del cane ferito… qui andiamo sulle cose serie”

“Alba è cresciuta, Laura. Prima erano ginocchia sbucciate per arrampicarsi sugli alberi, occhi neri quando si picchiava con i grandi. Ora è questo. Dovevamo aspettarcelo, su…”

“Non abbiamo fatto niente per evitarlo. Quando è andata all’università a Roma avevo pensato… avevo creduto… speravo che…”

“Non è colpa di nessuno: il terremoto c’è ogni tre secoli… E’ capitato a noi. Era destino”

“Lascia stare il destino… Piuttosto: lei lo sa? A che ora rientra?”

Proprio in quel momento la chiave gira e la porta si apre.

“Accidenti….. quanta neve!….”. La faccia di Alba, ben chiusa in un cappuccio stretto stretto e con le gote tutte rosse per il freddo, si rabbuiò appena vide dalla porta la madre e la zia sedute in cucina, davanti al tavolo. “Oddio, e mo’ che altro è successo?”. “Niente, solo un’altra denuncia per occupazione di suolo pubblico, che sommata a quella dell’anno scorso per il blocco della A24 fanno due denunce. Che sommate all’abbandono dell’università, del lavoro part-time che avevi trovato, dell’affitto della casa di Roma dove però non stai, fa un sacco, ma proprio un sacco di guai”.

Alba restò ferma, in piedi ancora fuori dalla porta, rigida come un merluzzo secco. La gioia della nevicata le si era mozzata nella gola come un boccone buttato giù per lo spavento. “Come… un’altra denuncia?” “Eh sì”. “Ma solo a me?” “A te e a pochi altri”. La faccia prese un’espressione di tale rammarico che zia Laura non riuscì a non intervenire. “Dai Alba, non è la fine del mondo, risolviamo pure questa, dai, non fare così”. Alba iniziò lentamente, come un automa, a togliersi il cappotto, scrollando la neve sullo zerbino, con cura, per non bagnare il pavimento. Dopo una lunghissima pausa disse solo: “Ma perché sempre a me?”. “Oh, figlia mia, sapessi quante volte lo dico io”. Di nuovo zia Laura decise di interrompere la pesantezza. “Perché hai sette palmi di corata, Alba, ecco perché! Perché sei generosa, non ti risparmi, e proteggi gli altri, come hai sempre fatto”. “Zia, spiegami che male ho fatto….”. Ma la madre era fuori di sé. “Siete una manica di matti. E’ per questo che avete scelto quel posto lì, vero? Perché sapete che siete matti! Gli avete pure cambiato nome, a quel posto, che io per capirlo ci ho messo un anno e mezzo. Lo sapete che siete matti, perché invece di studiare e pensare al futuro, che non c’è lavoro, che non c’è più la casa, che non c’è più la città, voi state a perde’ tempo lì… Ma lo sai che la gente c’ha paura di passare lì? Lo sai che a vedervi vestiti come i fricchettoni dei tempi miei, la gente pensa alla droga? Lo sai che tutti quei cani che girano lì intorno perché li andate raccogliendo in giro, quelle persone strane con le chitarre.. ma che è… Woodstock? Lo vuoi capire che non è quell’aria? Che la gente ha paura? Che i tempi sono cambiati? Alba! Ma perché non fate i ragazzi normali? Lo studio, i fidanzatini, l’aperitivo, il cinemino.. dai su… ma che è?”.

Alba era sempre più affranta a sentire la madre parlare così. Si lasciò cadere sulla sedia, come un vestito tolto dalla gruccia. Zia Laura le versò un po’ di caffè ancora caldo e glielo porse, girando lo zucchero nella tazzina finché lei non allungò la mano per prenderla. Giuseppina, a vederla così, si fece forza. E’ che non era colpa sua, povera figlia… Magari chissà che cosa le avevano messo in testa… Doveva esserci un “piano” dietro, qualcun altro che sobillava. “Ma chi ve l’ha messa in testa ‘sta cosa, insomma? Chi ci sta dietro, povera figlia mia, dillo a mamma, è andata così, vero che è andata così? è così vero Alba? E’ vero che c’è qualcun altro a monte? Però adesso la denuncia ce l’hai tu, eh, invece loro stanno a casa con i figli che vanno all’Università, eh, magari fanno la Bocconi, eh? Loro la Bocconi e voi i boccaloni, eh? Dai dimmelo! Chi è? Eh, chi è?”. Per fortuna suonarono alla porta. Madre e figlia erano appoggiate con i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani, sembravano corpi vuoti, solo zia Laura scattò in piedi per andare ad aprire. “Oh, guarda chi c’è! La maestra Giovanna non manca mai quando Alba si mette nei guai!”. Si salutarono, si abbracciarono, non appena Giovanna ebbe finito di sistemare fuori dalla porta l’ombrello pieno di neve. “Hai saputo della denuncia eh? Vedi che casino, cara la mia maestra comunista?”. Risero, tutte e due. La maestra Giovanna era una donna minuta, all’antica, gonna sotto il ginocchio pure quando nevicava, miope come una talpa. Zia Laura la chiamava sempre maestra comunista per via delle idee di Alba, per prenderla in giro. “Ecco qua la tua pupilla! E noi che abbiamo fatto tanto per farla studiare!” ridevano. “Eh, non è la maestra comunista! – rideva Giovanna – è che tua nipote è una terrorista!… E poi ha una vera passione per le cause perse!”. Una bella risata ci voleva proprio. Dalla cucina, però, non riuscirono a condividere il buon umore. Alba fissava la tazzina di caffè. Il setaccio ancora una volta aveva separato la farina dalla crusca. E lei era la crusca.

Muor giovane colui che al cielo è caro!” recitò la maestra Giovanna “e vaglielo a spiegare, Alba, a chi prende i libri come cose che devono fare solo gli altri!”.

“Oh, qui non muore nessuno!” si svegliò all’improvviso la madre.

“Ma è una metafora, Giuseppì, muore inteso come si sacrifica, si immola per la causa!” “Ma quale causa?”

“L’Aquila, la civitas

“E chi vi paga? Perché non lasciate decidere ai preposti, professionisti, tecnici, gente pagata per questo?”

“Eh, Giuseppì… Mica tutti so’ capaci! Se tutti gli uccelletti conoscessero il grano, povero contadino!”

“E solo la figlia mia il grano lo deve conoscere? E solo lei viene beccata dal contadino, che se la cucina poi bene bene dentro al sugo per la polenta?”.

Alba non diceva una parola. La mente viaggiava verso il ricordo di quel “no” forte e imperioso che aveva sentito a Roma, dopo il sisma, e a quei pensieri che l’avevano riportata qui. “La mia città è distrutta, i miei amici, i miei parenti, tutti quelli che ci stanno dentro. Io non posso stare in nessun altro posto che questo, tutto mi chiama. Anni passeranno, e passeranno decenni. Questo sarà il baluardo, il fronte. Qui la vita ha il suo significato. Qui si può pensare alla terra, curarla. Qui si può ritagliare un angolo. So che non dovrei lasciare gli studi, il lavoro, la grande città, tutto quello per cui ho faticato finora…. E’ che non riesco a non farlo. La mia città è ferita a morte, ha bisogno di cure. Qui… io… sono…. io sono… felice!”.

Il telefono interruppe il flusso dei pensieri, Alba rispose subito, disse qualche monosillabo, poi riappese.

“Inizia il torneo, vi saluto, devo andare.”

“Ma che torneo?”

“Battaglia a palle di neve”.

“Che? Battaglia a palle di neve?”

“Sì, facciamo una festa alla neve”

“Una festa alla neve? Ma se questa nevicata ha messo in ginocchio tutta la città!”

“Non tutta”

“Ma che dici Alba? …. Quando torni?”

“Quando finisce la festa alla neve. La neve che pulisce, purifica, nutre la terra”

“Ma figlia mia, tu te ne stai a uscì, te stai a impazzì! La neve impedisce il passaggio, le cure, rovina i pochi palazzi rimasti… la neve è una disgrazia!”

“Per voi è sempre una disgrazia: sia che nevica, sia che non nevica. Perché neanche la guardate, la neve. Guardate solo la strada asfaltata che vi deve portare dove non serve andare. E tutto quello che vi limita in questo trasporto, il sole, il vento, l’afa, l’acqua, la sabbia e la neve, tutto quello che vi sciupa il vestito è solo… è solo… qualcosa che vi sciupa il vestito”.

“Ma quale vestito? Ma che stai a ddì, figlia mia, vieni qua, tu stai male!”.

La maestra Giovanna prese Giuseppina per il braccio e la tirò a sé. “Lasciala stare, Giuseppì. E’ sconvolta dalla notizia, su… E poi è l’età, deve passare”. “Ah! – esclamò la povera madre – e quando sarà passata, che cosa si ritroverà in mano, Alba? Te lo dico io! Solo acqua! L’acqua delle palle di neve!”.

Ma Alba in quel momento era lontana, camminava e vedeva il futuro: sé stessa, il suo ragazzo, i suoi figli, quei figli nati dal terremoto del 2009, e dalla nevicata del 2012.

I figli, quelli che l’estate era estate, l’inverno era inverno.

Quelli che avrebbero ricostruito L’Aquila.

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Colpevolmente ci siamo dimenticati di voi per secoli, ma oggi ci rendiamo conto di quante sofferenze avete patito voi sopravvissuti al sisma del 2 febbraio 1703 ed oggi, virtualmente, commemoriamo le oltre 6000 vittime di allora nella speranza che i nostri amministratori sappiano, con gli enormi mezzi tecnici ed economici odierni, essere all’altezza di ciò che voi ci regalaste: una città meravigliosa che tutti vorremmo rivivere al più presto. Anche oggi, come allora, nevica e fa freddo, ma al contrario di quel 2 febbraio 1703 tutti gli aquilani hanno un tetto ( seppur provvisorio ) ed una stufa con la quale scaldarsi. Grazie vecchi, le vostre sofferenze hanno contribuito a rendere le nostre meno dolorose. (T.)

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“L’Aquila è una terra di mezzo, un limbo tra un passato aristocratico e un oscuro futuro; siamo costretti ad una vita sospesa, una vita da criceti, ogni mattina pronti a correre nella ruota con l’angosciante certezza di ritrovarci sempre nello stesso punto. (A. ed E.)

“La socialità aquilana di identificava nei crocicchi medievali: arrivarci a piedi, percorrerli, scegliere la strada era un rito. Oggi a piedi non si arriva da nessuna parte e le rotatorie ti accompagnano velocemente all’uscita da tutto”

“Ti hanno riempito di tubi, ferri, sostegni, chiodi, puntellamenti… Sei crocifissa. Ma quando risorgi?”

“L’Aquila, capoluogo di regione situato ai piedi del massiccio del Gran Sasso d’Italia e piacevole borgo medievale ricco di storia, di arte e di cultura. TRE ANNI FA.”

“Mi mancano i vicoli. Mi mancano le passeggiate tra le stradine semibuie del centro storico. Mi mancano i sampietrini, i palazzi antichi e i rosoni maestosi. Mi manca l’acqua delle fontanelle. Mi manca passeggiare insieme a Te, e ora che ti sei seduta, stanca di tanta polvere e tanto sudore, io Ti aiuterò con il mio braccio a rialzarti, ti tirerò con la mia mano…. ” (M.)

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La sensibilità viene dalla sofferenza. Ma pagherei ancora quel prezzo esoso già pagato. Non ce l’ho più con la mia pena, lei mi rende ciò che sono. (E.)

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E’ il terzo inverno che passiamo nelle C.A.S.E. Il terzo inverno che la sera facciamo a chi fa prima per rimettere la macchina al coperto perché neanche il regolamento di condominio abbiamo avuto! E oggi in banca ci chiedevamo se non era il caso di far addebitare le bollette sul conto, visti i tempi della ricostruzione….

E alle poste? Andare alle Poste a fare la fila per ritirare la corrispondenza che arriva alla Zona Rossa! Lì c’è la gente, quella vera. E si esce col magone, se senti quello che dicono e che raccontano. E ai Caf?

Ma di che parliamo? La fila alle poste, in banca, ai Caf??

Roba da poveri. (L.)

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A L’Aquila ogni giorno, sforzo doppio: quello di ricostruire e quello di non far crollare ciò che regge ancora, famiglia compresa. (E.)

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2011

L’ospite

Luisa Nardecchia

Finalmente Carlo si era sistemato come meglio poteva: finalmente questo terzo inverno l’avrebbe trascorso nel calore di quella che amorevolmente lui chiamava “la baita”.

Il villaggetto di casette di legno era uno dei tanti villaggetti sorti nell’immediato dopo-sisma, un po’ spartani, spuntati come funghi per gestire l’emergenza e poi rimasti come dimore più o meno stabili, visti i tempi lunghi della ricostruzione. “Bella eh!” disse Carlo al vicino di baita, indicando orgogliosamente la palizzata di legno della recinzione, perfettamente in tinta, fresca fresca di pittura. “Bella, bella!… Bravo! Pure io la voglio fare in tinta con il resto della baita! Se ne parla a primavera, però. Adesso mi voglio godere le vacanze di Natale in santa pace!

Aveva fatto proprio un bel lavoro, Carlo, quel giorno: il freddo gli aveva quasi cotto le mani, provava la stessa sensazione di quando da piccolo tirava gli attacchi degli sci con le mani gelate. Stessa sensazione, quarant’anni e un terremoto dopo. Aveva spennellato tutto il giorno la palizzata pensando a Karate-Kid e ora, stanco ma felice, si accingeva a infilarsi a letto. Il caldo del piumone era intriso dell’odore del mordente e l’aria era pregna del sentore del legno, avvolgente, calda… Gli occhi gli si fecero pesanti… le palpebre iniziarono a chiudersi come saracinesche. Ma, sul più bello dell’abbandono, proprio dentro all’orecchio, schioccò, all’improvviso… un suono piccolo piccolo ma chiaro e distinto: “CRUNCH”.

Sì…. proprio così: “Crunch”! Gli occhi si spalancarono immediatamente. “Crunch?” Una grondata improvvisa di sudore affermò impetuosamente quello che la mente negava con assoluta decisione. CRUNCH CRUNCH CRUNCH. Poi silenzio. Il suo sesto senso gli urlava senza alcun dubbio: “QUI DENTRO C’È UN TARLO”. Carlo restò terrorizzato dall’orrendo sospetto, mordendo il piumone e battendo i denti. Quali ataviche paure può mai scatenare un coleottero nella mente di un uomo adulto e consapevole? Che male può fare una piccola farfalla? Poco o niente, in verità: è solo che un tarlo dentro una casetta di legno situata dentro un villaggetto di casette di legno è come un’ape in un campo di fiori, un bifidus nello yogurt, un virus nella calca della fiera della Befana, l’orso Yoghi nel cestino della merenda. Un altro CRUNCHevocò, nella mente di Carlo, fumetti di Walt Disney e storie di Paperino in cui le termiti divoravano all’istante il letto del povero papero mentre ci dormiva dentro, facendolo finire su un mucchietto di segatura. Il fatto è che in quella casetta di legno c’erano tutti i soldi di Carlo: aveva venduto per comprarla, aveva fatto gli accomodi, curato i particolari, la veranda, i mobili su misura, la stufa di ghisa, perfino la Iacuzzi. “No, non può essere. Le casette di legno vengono trattate, mica sono fatte di truciolato!?! Ci sarà una garanzia, suvvia! Ci sarà, nel peggiore dei casi, un trattamento, una disinfestazione! Sì, sarà così… deve essere così. Ora dormo, domani ci si pensa”. Si girò dall’altra parte e si addormentò, in un turbinìo di pensieri e di preoccupazioni, la più seccante delle quali confluiva nel sorriso beffardo della sua ex-moglie, Alberta, che aveva cercato di dissuaderlo in tutti i modi da quello che lei definiva un “incauto acquisto”. “Come si sta ad Auschwitz? Si informava di tanto in tanto Alberta, per telefono, così, giusto per sfottere un po’. “Vi fanno fare l’alzabandiera, la mattina, al villaggio? Ehehehe .. C’è pure il capocampo della Protezione Civile che suona la tromba?” Oppure, cavalcando la vena telefilmica: “Chi di voi ha vinto la candidatura per girare La Casetta nella Prateria?” Altre volte andava sul genere western, tipo: “Quando apre il saloon?” Ma il sugo della storia era sempre questo: “Come fai a vivere lì, tu che hai sempre abitato in Via ed Arco delle Terziarie?”. Alberta non avrebbe mai accettato il compromesso di quelli che si erano adattati nelle periferie. Piuttosto sarebbe morta nella consapevole precarietà di una bidonville ai margini della Zona Rossa, pur di non vivere nell’illusoria stabilità campestre del villaggetto degli Hobbit, sedia a dondolo e pipa in bocca. Nella mente di Carlo, in quella notte piena di paure, la faccia di Alberta si confondeva in modo inquietante con quella del tarlo.

Il giorno dopo, intorpidito dal freddo e dalla preoccupazione, il nostro eroe telefonò al precedente proprietario della baita e gli spiegò la questione. Naturalmente quello cadde dalle nuvole. Scava e scava, di passaggio in passaggio, si risalì al fatto che il villaggetto era nato come struttura provvisoria, che le casette non erano state costruite per durare, che il legno non era trattato, che i costi iniziali erano stati bassi ma che poi, perduta velocemente la memoria di tutto ciò, dai primi acquirenti ai secondi ai terzi le casette erano finite a prezzi di mercato, come le vere case di legno. Come si suol dire… “quella, la carota…”. Com’è che il tarlo non stava nelle casette nate a sfizio per farci il barbecue a fianco dei villoni? Com’è che il tarlo non stava nelle dependance abusive nate per farci le festicciole? Colpa della carota! Parecchi aquilani rimasti in mezzo a una strada avevano investito su quelle sistemazioni “autonome” come fossero definitive, per morirci dentro: i loro figli, chissà quando, avrebbero potuto recuperare la muratura, i loro figli avrebbero dovuto ripescare il bandolo della matassa tessuto dai nonni e dai bisnonni, superando una (forse due) generazioni di arraffa-arraffa. Carlo, gli altri come Carlo, potevano solo resistere, tenere accesa la fiaccola, non mollare il fazzoletto di terra sotto ai piedi. La saggezza popolare di costoro non ripose mai alcuna fiducia nei potenti, belli che sistemati al calduccio di case vere.

E così, abbandonato da Dio e dagli uomini, Carlo, dopo un paio di giornate infernali in cui meditò di mollare tutto e mettersi a fare il cacciatore di cinghiali, si piegò infine docilmente a fare l’unica cosa ragionevole: digitare su Google la parola “TARLO”. Due giorni dopo, preventivo alla mano non proprio leggero, si presentò alla baita una squadretta di ghostbuster in tuta bianca, mascherina e attrezzi del mestiere. Invitarono il povero Carlo a farsi da parte e gli dissero di tornare a tarda sera.

I vicini iniziarono a canzonare: “Oh, Carlo, ma ti sei comprata la baita con l’ospite? Ehehehe…. Gli fai pagare l’ICI??? Ahahaha”. A vederlo darsi da fare, così affannato e preoccupato, tutti si affacciavano sull’uscio e lo chiamavano: “Ehi, Tarlo! Ops… Carlo! Ahahaha”. “Ridete, ridete”diceva lui ai vicini strafottenti “secondo me io faccio in tempo a immunizzarmi, ma voi?? Secondo me… no! ahahahah!”.

Dopo le prime risate, anche i vicini vissero progressivamente le stesse fasi del tarlo di Carlo. Perché quelli, i tarli, si sa… volano! Dopo la negazione ci fu il dubbio e poi la certezza. Poggiarono l’orecchio sulla parete e …..“CRUNCH!”. Anche per loro. La psicosi del tarlo si diffuse a macchia d’olio, nessuno più riusciva a dormire. CRUNCH CRUNCH CRUNCH CRUNCH! Sembrava una maledizione, danni e beffe a ripetizione! E prima il terremoto e poi le C.A.S.E. e poi la crisi e poi le liti tra ingegneri e Comune, tra Comuni e Commissari, tra ingegneri e condomini, tra ingegneri e amministratori di condominio! E infine lo spread, i tagli, addio ai soldi per la ricostruzione. E pure quando uno, esasperato, si organizzava una bella baita per conto suo e mandava tutto e tutti a farsi fottere e decideva di mettersi a fare il cacciatore di cinghiali… esso fatto… CRUNCH!. La vita superava la fantascienza: Alien.. La guerra dei mondi…. Visitors… un incubo. Carlo sognava quel tarlo appoggiato sulla bocca, grande come la farfalla del Dottor Lecter. Gli abitanti del villaggetto, alla fine, si erano coalizzati in questa nuova guerra da combattere, dopo le mille altre battaglie perse dopo il terremoto. “A testa alta, quatrà, e acqua in bocca! ‘stu cazz’ ‘e terramotu! Di gente che rrìe ne sémo sintita pure troppa, mo’ ci manchéa pure ju tarlu…. Stétese zitti… e jemm’ ‘nnanzi!”. Si parlava dei tarli solo con chi ce li aveva: “meglio invidiati che compianti”, dice il proverbio.

Gli abitanti del villaggetto misero in atto tutte le strategie per annientare il divoratore di casette. Il primo tentativo andò male. CRUNCH CRUNCH CRUNCH. Il tarlo era al suo posto, alla faccia dei gosthbuster. Secondo tentativo suggerito da Google: smontaggio e spennellata. Carlo si trasferì per due giorni da Alberta, mentre una nuova squadra di gosthbuster dava la caccia alle farfalle e soprattutto alle loro uova. Inutile anche questo. Terzo tentativo: il microonde. Stavolta le avrebbero cotte senza scampo. Prezzi scontati (si fa per dire) da parte della ditta, dato il numero consistente di casette da disinfestare.

Quasi mezzanotte, ormai, qualche giorno dopo. Il vicino di baita era uscito a fumare e a salutare Carlo con due bicchieri in mano, nonostante il freddo pungente e il discorso di Napolitano in televisione. “Allora, Carlo… che ne dici? Pensi che ne usciremo?”. Carlo mugugnò: “Mmmhh… Dunque… le uova si schiudono ogni 6.5 settimane, il che fa almeno 8 deposizioni, e il numero delle femmine aumenta del numero di Eulero elevato al numero delle settimane, meno 0.393111, che è il coefficiente basato sul tasso di natalità del tarlo: perciò a tutt’oggi ci sono e^8-0.393111, vale a dire: 2012 femmine pronte a deporre circa 50 uova a testa: sì, duemiladodici!” …. Manco a farlo a posta! “PUM!!! PUM!!!! PUUUMM!!!! BUON DUEMILADODICI A TUTTIIIIIIII!!!!” fu il coro di voci festanti da tutte le casette. Il vicino di baita gli porse il bicchiere: “Buon anno, Cà” . Carlo e il tarlo erano tutt’uno, ormai: gli era entrato nella testa. “Salute, auguri!” ….“Cin-cin!”… “Prosit!!!”.

Da lontano, altrettanto festoso, un sommesso e impercettibile…. “CRUNCH”.

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Regalo di Natale
Massimo Giuliani
Ho passato alcune ore a L’Aquila dopo Natale. Ogni tanto mi capita di andare a occuparmi di cose di famiglia e di faccende da risolvere in quella città, e stavolta ho colto l’occasione di alcuni giorni di pausa dal lavoro per fare un salto.

Avevo poco più di un’oretta libera dagli impegni che mi avevano portato lì, e ho pensato di utilizzarla per fare un salto in centro a comprarmi una piccola scorta di torrone. Fra parentesi: il torrone di lì è di una bontà smodata, e secondo me – anzi, non solo secondo me – batte di gran lunga le capitali riconosciute del torrone. Ma, come altre cose eccellenti che quella città produce e ha prodotto, c’è qualche ragione per cui non si deve dire tanto in giro. Vedi mai che arrivino da qualche altra parte a mangiarselo o, il cielo non voglia, a comprarsene un mezzo chilo.
Cammino lungo la piazza davanti alla Basilica di San Bernardino e noto che fra le transenne che dall’aprile del 2009 isolano la chiesa dai passanti c’è un varco. Toh! Alzo lo sguardo e sulla gradinata ci sono cinque o sei persone intorno a una ragazza bionda che sembra avere un’idea di cosa accade.

“Ma si può entrare?”, grido aspettandomi che mi dicano vada via, non lo sa che qua dentro c’è un finimondo? Invece no.

“È qui per la visita?”, mi fa la ragazza bionda.
“La visita? No, dicevo se posso dare un’occhiata dopo tre anni che non entro”.
Fra parentesi: la Basilica, che fu edificata nella seconda metà del 1400 e poi in parte ricostruita dopo il terremoto del 1703, è una delle chiese più belle d’Italia. Ma, come altre cose eccellenti che quella città produce e ha prodotto, c’è qualche ragione per cui non si deve dire tanto in giro. Vedi mai che arrivino da qualche altra parte a godersela e a fotografarla.
Entro fra le transenne e vado verso il gruppetto in cima alla gradinata. “Stiamo per iniziare una visita guidata al soffitto, io sono la guida”, mi dice. Il soffitto? Me lo ricordo, il soffitto ligneo di Cenatiempo, uno spettacolo. Lo stanno restaurando?
“I lavori sono finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio dell’Aquila, andranno avanti fino alla fine di febbraio 2012. Organizziamo visite al cantiere per tutto il periodo delle Feste”.
“Oh… fantastico. Non lo sapevo. Quanto dura?”.
“Fra mezz’ora siamo di nuovo giù”.
Ho i miei impegni che attendono ma sì, una mezz’ora ce l’ho.
Il gruppo aspetta un cameraman di una televisione, approfitto dell’attesa per entrare da solo nel grande portone.
Nella penombra cupa che mi accoglie non trovo più i riflessi dell’oro zecchino e dei marmi e i giochi di luce.
La sola fonte luminosa è uno schermo sullo sfondo, che nasconde l’altare e l’abside per mostrare le immagini delle mani dei restauratori all’opera, le dita che si muovono rispettose ma sicure sul legno. Un altoparlante swinga canzoni natalizie.
Le colonne poderose della navata centrale sono quasi nascoste dall’intreccio di tubi e snodi. Sopra, a destra, a sinistra, enormi impalcature. Avanzo nel buio respirando profondo. Il mio sguardo cerca di farsi strada fra i tubi e l’oscurità per intravedere i bassorilievi sul caratteristico fondo blu di Andrea Della Robbia. Difficile. Altre opere sembra siano state asportate dalle loro sedi: o saranno cadute?
Scatto qualche foto col cellulare.
Arriva la nostra guida alla testa del gruppo, mi fa un segno. Niente foto lassù, concordiamo.
Prendiamo un caschetto protettivo ciascuno e saliamo su un ascensore aperto che ci porta non so quanti metri più su. Quattro gradini ancora e mi trovo su un grande soppalco, ampio quanto la navata centrale, che nasconde quel che c’è giù e sul quale camminiamo come su un pavimento. Lo straordinario soffitto di legno, quello che guardavamo da giù a bocca aperta, ce l’ho a tre centimetri dal naso. Tanto che ci muoviamo chini per non urtare il legno lavorato secoli fa.
La guida ci racconta la storia nota da sempre e quella che è venuta alla luce ora, dalle infiltrazioni di umidità: non è il terremoto l’unico guaio da risolvere. Prima di quello, le tecniche antiquate di conservazione avevano provocato, o non erano riuscite a guarire, ferite che oggi non possono più aspettare.I differenti tiraggi delle tavole del soffitto hanno provocato sconnessioni e aperto passaggi all’acqua piovana. Eserciti di tarli hanno approfittato della situazione. Colori passati su quelli antichi secondo criteri oggi superati pongono problemi di difficile soluzione: ho capito che restaurare è anche fare continuamente scelte e assumersene la responsabilità. La verità è quella che abbiamo lì davanti agli occhi: muffa, fori, crepe, rotture, colori sbagliati; ogni tentativo di modificarla, anche per il suo bene, è un bugia. La domanda a cui rispondere ogni volta è: qual è la bugia meno bugiarda? Al centro del soffitto c’è il grande sole con al centro il cristogramma “IHS”: è il simbolo che accompagna la storia di Bernardino da Siena: intorno a quello, uno sfondo di puntini in rilievo. La guida ci spiega che quei puntini sono ceci della piana del Fucino: a connettere quel che sta là sopra con quel che cresce qua sotto; il sacro alla terra; e l’arte ai propri luoghi. Ci mostra una scatolina con un certo numero di ceci freschi che sostituiranno quelli vecchi.
Osservo da vicino il lavoro delle restauratrici (tutte donne) che fanno iniezioni contro i tarli e maneggiano vasetti di liquidi trasparenti. Tutte con le tute bianche e la sciarpa attorno al collo: fa un freddo cane, a restare seduti lì tutto il tempo.
A spasso lassù sembra di camminare in una specie di modo parallelo dove vigono regole diverse e dove sono diverse anche le scale, le proporzioni delle cose. Lassù ogni millimetro di legno, di colore, di storia viene maneggiato come se non ci fosse nulla di più prezioso nell’universo. Fuori di lì, a poca distanza, tutto è in fondo soltanto una città che va in polvere. Ci sono guai peggiori. E forse è vero.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta laggiù, restituiamo il caschetto, ringraziamo la guida e torniamo alla luce.

Se vi capita di passare da quelle parti, avete ancora pochi giorni: ma andateci. Fatevi questo regalo.
Fate un salto lassù. Provate a guardare le cose da là sopra. Fate un giro dove l’infinitamente piccolo ha un valore incommensurabile. Guardate le mani di quelle professioniste e pensate che altri, tanti anni prima, e tanti prima ancora, si prendevano cura di quei legni e di quei colori. Provate a immaginare che c’è stato un momento in cui altri li hanno osservati da così vicino e hanno scosso il capo con la stessa preoccupazione che l’altra mattina animava noi che eravamo lì.
Così, tanto per concedervi uno sguardo da una prospettiva diversa.
Tanti auguri.

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dicembre 2011

… So già che non ce la farò.
So già che la casa non è per me: è per mio figlio. Vuoi che gli lasci una inutile casa in una sperduta periferia di una città che non esiste??? E che ci fa? No no, io gli lascio una casa in centro, dentro le mura. Magari per i suoi figli, perché qualcuno L’Aquila la rimetterà a posto, qualcuno che non saremo noi ma qualcuno che ha investito e che vuole far fruttare il suo investimento. Gli squali vinceranno, ma passeranno solo su chi il terremoto lo ha vissuto. La mia vita non conta più se non per la lotta di non lasciare tutto agli squali. La Resistenza… La mia Resistenza….

(A.N.)

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la-vita-nelle-cose

Luisa Nardecchia

Mentre guardavo desolata intorno a me, il Vigile del Fuoco si girò di spalle.

Ebbi la sensazione di quando il veterinario chiede a John Grogan: “Vuole che vi lasci da soli un attimo?” prima di praticare l’iniezione letale a Marley. Diversamente dal veterinario, il mio Vigile del Fuoco non poteva andarsene, non poteva lasciarmi lì dentro da sola, doveva assistere all’ ultimo saluto alla casa, angelo custode alle spalle. Mio fratello mi dice: “Non vuoi portare via qualche altra cosa?”.

La voce per rispondere non mi uscì. Risuonavano, in quel corridoio, feste e voci e giorni di pasqua e di natale, e la figura di mio padre, e i giocattoli, e quando Dino sbatté la fronte sul termosifone per colpa mia, e quando mi comprai due pulcini colorati che scorrazzavano ovunque e quando con la mia amica Paola comunicavamo con due telefonini rossi di plastica calando il filo dalla finestra del bagno e quando passavamo ore e ore nell’atrio del palazzo a cercare le mattonelle storte… “No, va bene così, grazie” ho detto al Vigile. Dopo un attimo, Dino torna dalla cucina con due sedie in mano: due sedie di castagno, non antiche, solo “vecchie”, come uscite dalla soffitta della Signorina Felicita, due sedie di castagno stile country, un po’ sgangherate, me le ricordo da sempre. Poco dopo, il Vigile del Fuoco mi si avvicina, ha in mano un orologio a muro, lo ha spiccato dalla parete di fronte, me lo porge, perché io lo prenda. Non dimenticherò mai quella faccia, quella mano che trema, anche se chissà quante volte gli era capitato di fare la stessa cosa, per altri, prima di ogni demolizione. Presi l’orologio, mi aiutarono a portare giù le due sedie. Dissi addio, mandai un bacio, lasciai la porta aperta. Non per la casa, per la vita, che non demolisse con lei. Poi mi rimproverai un po’: da quando? Da quando questo attaccamento alle cose? Perché? La rifacciamo! La rifacciamo più bella! La rifacciamo che non si inclina più!”. Poi capii che non era quello, era la vita, era chi non c’è più, era i 309, era i palazzi antichi, era gli avvoltoi che mi ruotano in testa da quasi tre anni ormai, profittatori della fragilità e della debolezza, era che non tutti capivano, era che il mio è sempre il lato sbagliato della strada. Era il dolore di mio padre, che sentivo dall’aldilà, per quelle care cose, per quegli oggetti, messi qui da lui a uno a uno, era il dolore di mio padre, che se ne andava un’altra volta, insieme a quegli oggetti che io stavo lasciando lì al macero tra le macerie.

Mi ritrovai per strada, due sedie, un orologio, e non sapere che fare.

E mo’ queste ddò le metto, ché a casetta, se entrano loro, esco io?”…

Le portai da Patrizio. “Me le tieni, Patrì? Magari un giorno me li ridai, chissà… “.

Patrizio è uno di quelli che con le cose ci parla. Conosce il legno, il marmo, conosce gli impianti elettrici e l’argilla, i tubi e le tegole dei tetti. Solo gli zotici non capiscono che le sue sono mani di artista e che il suo cuore è un cuore di poeta. Patrizio mi capisce subito, non devo spiegare niente, non devo giustificare che non sono sedie antiche ma solo vecchie, lui capisce, abbraccia le sedie come due bambini, se le mette in macchina e poi abbraccia me, desolato… Sì che capisce, lui.

Passa un mese.

Ieri sera suonano alla porta di casetta, apro e davanti a me ci sono le due sedie, belle, lucide, rimesse a nuovo, come appena uscite dal falegname. C’è sopra un biglietto: “Sono contento di aver contribuito, con il mio intervento, a preservare questi due oggetti, che tu, con il profondo rispetto che nutri verso di loro, hai voluto salvare, legata ad essi da ricordi cari e lontani”. Leggo, non faccio in tempo a dire “ma….” che dall’ombra sbuca lui, Patrizio, ridente con quella faccia da birbante. “Ti ho portato a salutare le bambine!”.

Le cose… Le cose, loro, non hanno valore. Ma hanno il pregio di avere un’anima che unisce le persone. O le divide per sempre.

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Universi paralleli

Giorgina Cantalini

Nell’universo A la città è endocentrica, abitudinaria, pietrosa, gerarchica, ripetitiva, sovrastante campi e altopiani e sovrastata da cortine rocciose. Strati di storia, memorie e tradizioni la attraversano e la configurano delineando i vicoli che la percorrono. Il disegno architettonico dei luoghi si duplica identico nei cuori: durezze e preziosità, torpori e ingegni, freddezze e calori, approssimazioni e consapevolezze, nella rassicurante regolarità della provincia astiosa, ma accessibile. Tutto è a portata di mano: le distanze sono brevi, gli amici raggiungibili, l’incontro facilitato, i luoghi designati, gli aperitivi noti, le sorprese attutite, i percorsi dettati, l’ignoto esiliato. La bellezza serpeggia, la poesia s’intuisce, purché non si insista. Il clamore non gioverebbe all’equilibrio del reticolo murario ed umano di cui la città è composta. La dicono ‘immota manet’, ma non per la solidità e fissità delle sue fondamenta, bensì per la natura avviluppata e insolvibile dei contrappesi che ne formano l’incastro.

Nell’universo B la città è acentrica e labirintica. Ogni qualvolta si ha la speranza di essere arrivati alla meta, questa si dissolve in nuovi percorsi multidirezionali e rotatori. Le pietre si concepiscono senza capitelli e giacciono disseminate ovunque, smorzate nella loro possanza da rampicanti e terriccio. Ciò che di là sono tracciati architettonici, qui sono binari per ottovolanti in caduta libera, ciò che là è intrico umano, qui sono semplificati schieramenti unilaterali sparsi e in fila indiana. Nulla è prevedibile se non la dilatazione informe del labirinto, niente è afferrabile, perché distante e dislocato.  Nell’universo B si urla o si tace, alternando silenzi spettrali a rumori incoerenti. Non vi sono case, perché le pietre non possono stare insieme, ma si vive in alloggi di cellophan e neon, tra il prêt-à-porter e l’usa-e-getta. La città è chiamata ‘immota manet’, ma non per la natura intrinseca delle cose, bensì perché così è scritto sui souvenir di plastica a disposizione di turisti e curiosi.

Nell’universo A esiste il passato e il passato va dal più lontano al più vicino e il più lontano ha il sapore del mito e della tradizione: le feste di Natale, i fritti poveri, le ricorrenze dei pastori, le passeggiate ai santuari, le minestre di maggio, i carnevali brevi per rispetto di antichi lutti, le processioni del venerdì santo con la pioggia o la neve. Nell’universo A i padri tramandano ai figli gesti e sapori.

Nell’universo B esiste il passato recente vestito d’antico: ricostruzioni di cortei medievali allestiti da sartorie teatrali, stampe digitali di gonfaloni, fanciulle portatrici di bolle come miss, ruderi trasfigurati in set cinematografici, gare di falconieri, documenti d’archivio come codici davinci. Nell’universo B i padri non ricordano le storie di quelle celebrazioni e i figli migrati neanche.

Nell’universo A il futuro si confonde con il presente e il presente si culla pigramente nel passato. Ricordare è passatempo lieve e spesso esilarante e la nostalgia un rito abitudinario consumato nei circoli della città e nelle rare panchine assolate.

Nell’universo B il futuro è declinato burocraticamente in linguaggi cifrati, per i quali diplomi e lauree si rivelano inefficaci e le persone analfabete, il presente frutto di esperimenti di reset e il passato criminalizzato: le memorie sono condannate al rogo come le polizie religiose bruciavano le intelligenze e quelle fantastiche i libri.

Nell’universo A l’utopia è bandita. Consolidate e centenarie gerarchie la inibiscono e la vanificano in nome di regole e privilegi intoccabili e indiscutibili. Anche nell’universo B l’utopia è negata. Farmaci anti-depressivi e sostanze a vario titolo stupefacenti contribuiscono alla pacificazione dei desideri e alla costruzione di condizioni di vita indolori. Nell’universo A si preferisce lasciare tutto com’è, nell’universo B lo straniamento di moderni nirvana.

Nell’universo A il motto è ‘immota manet’, in quello B pure.

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Autocertificazione

…. Cosa vedono i miei occhi….

Ci volevano 3 anni e Gianni Letta per ribadire il concetto di autocertificazione dei lavori occorrenti  e controlli a campione per i cantieri E.

Noi professionisti lo stiamo ululando dal primo momento.

In malora reluis e cineas (sempre che a quello che dice l’articolo rispondano fattive modofiche all’iter amministrativo/tecnoco/economico odierno) e venite a controllare se quello che facciamo scaturisce da un progetto responsabile nell’ottica della sicurezza dei nostri committenti.

Noi abbiamo sempre firmato scelte e decisioni progettuali secondo coscienza. I nostri revisori di reluis e cineas, neanche le firmavano le integrazioni (o meglio dire tagli alle scelte progettuali e conseguenti parametri economici) in spregio alla legge Bassanini (obbligatorietà del Responsabile Unico del Procedimento) facendoci rifirmare progetti stravolti che sicuramente non erano i nostri  e che invece raddoppiavano la nostra responsabilità su scelte, a quel punto, fatte da altri che però non risultavano mai.

Continuo a sperare.

(F.)

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Strana città, L’Aquila

Luigi Fabiani

Strana città, L’Aquila. E soprattutto strani (che non vuol dire nulla di negativo) i suoi cittadini.

Ci sono cittadini che pretendono la tutela dei diritti. E ci sono quelli che gli vanno contro.

Ci sono “uomini politici” (parole grosse) che promettono e parlano come se fino a ieri fossero stati fuori dal circo della politica della prima e seconda repubblica e si fossero svegliati (illuminati) solo qualche giorno fa.

Ci sono cittadini che hanno una soluzione per tutto e passano ore a criticare l’operato di altri.

Ci sono nuove formazioni spontanee, comitati, associazioni, anche liste civiche che rifuggono la “politica” intesa come insieme di partiti, ma fanno di tutto per andare ad amministrare la città.

E cosa vuol dire amministrare una città? Vuol dire raccontare come la si vorrebbe, immaginarla in futuro più o meno prossimo, ricostruita e proiettata verso il futuro. Sì, L’Aquila tornerà a volare. Deve tornare a volare.

Però vuol dire anche avere conoscenza del presente.

Dei debiti fuori bilancio di amministrazioni passate, i cui responsabili oggi stanno amministrando la ricostruzione.

Della carenza di entrate per poter gestire un bilancio degno di questo nome.

Delle vertenze sindacali che, a torto o a ragione, si ripetono all’infinito.

Della disoccupazione che cresce negando qualsiasi speranza e qualsiasi futuro alle nuove generazioni.

Della solita “quadriglia” dei consiglieri comunali che passano da un gruppo consiliare all’altro, fino a formare il gruppo “mononucleare” e, pertanto, sono presenti in tutte le commissioni, che risultano essere più affollate dell’assise civica.

Delle frazioni che rivendicano un ruolo ed un’autonomia.

Dei servizi da erogare sempre maggiori e delle risorse sempre più esigue.

Della ricostruzione, di chi lavora per accelerare e di chi frena, dei soldi che ora ci sono o forse no.

Dell’economia moribonda e di una Zona Franca, sbandierata come imminente, che se mai arrivasse, causerebbe forse più danni che sollievo.

Del problema delle tasse e della loro restituzione (a dicembre 2011, 12 rate in una, tutt’insieme un decimo delle tasse. Addio tredicesima, per chi la prende!).

Eppure, non si perde occasione per dire qualcosa, per lo più contro chi sta amministrando, criticando sempre e comunque il suo operato, ma senza dare alcuna forma di aiuto concreto.

Per esempio: le “casette” temporanee, verranno abbattute o no? È giusto che gli inquilini del progetto C.A.S.E. che prima stavano in fitto, paghino un canone o no? I manufatti costruiti per ospitare le attività produttive de localizzate, su cui i proprietari hanno fatto cospicui investimenti, saranno abbattuti o no? I soldi per la ricostruzione ci sono o no?

E queste sono tutte scelte politiche. Su questi temi si dovrà amministrare una città. E chi si vuole proporre, dovrebbe dire subito e chiaramente cosa intende fare. Sia i vecchi politici, che si presentano con una nuova verginità, sia i nuovi. Poi, ci sarà anche spazio per parlare del futuro.

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La biblioteca provinciale Salvatore Tommasi tra cultura e sentimento

Maria Elena Marinucci

Ci sono luoghi e persone care che, rivisitate a distanza di tempo, hanno il fascino e il potere, quasi magico, di saper emozionare. Esse nascono da quell’armonia uomo-ambiente, dalla cultura, dalla coscienza, dalla storia che crea particolari e accentuati sentimenti, in grado di farci rivivere il passato, con la forza dei ricordi. Parlo di un luogo, che è stato parte integrante e formativo della mia gioventù e della mia vita, poiché essendo giovane studentessa liceale, spesso mi recavo presso  la biblioteca  provinciale  dell’Aquila “Salvatore Tomassi” o Tommasiana.

Questo posto, un dì fiorente,  di cultura e socialità, è stato cancellato insieme a tante case  e ad  altri luoghi a noi cari: le piazzette e le varie scalinate in cui ci intrattenevamo a chiacchierare  fino  a tarda ora. La  biblioteca provinciale dell’Aquila, centro d’eccellenza del capoluogo di Regione, aveva formato più generazioni ed era un costante richiamo per tanti giovani universitari,  che in quelle stanze, tra le sudate carte, hanno trascorso gran parte dei loro anni più spensierati. Era frequentata altresì, ai bei tempi, da tanti studiosi locali e forestieri che vi ci si recavano, per fare analisi, ricerche, trascorrendovi intere giornate. Oltre alla sede storica, nello splendido scenario di Piazza Palazzo, sede del Comune dell’Aquila, sul finire dei portici, attaccata al liceo classico,  si avvaleva di una succursale nell’abbazia di Collemaggio il cui unico fine era la conservazione e la divulgazione dei testi, per garantire  un effettivo diritto di ogni cittadino all’informazione, allo studio e alla conoscenza.

 La cultura, pur con tutti i suoi risvolti sul piano personale, politico ed umano è “Istruzione“.  Lo scrittore e filosofo, Carlo Cattaneo, uno dei padri dello Stato italiano, di cui quest’anno si celebra il 150° anniversario della fondazione, a tal proposito, infatti, sosteneva che l’Istruzione è la più valida difesa della libertà. Attraverso il sapere, si acquisisce la capacità, anche critica, di sviluppo del pensiero e gli strumenti di guida  per  poter vivere in un Paese pacifico. I mezzi per raggiungere tali nobili fini, risiedono nella voglia di studio di ognuno di noi e nelle tante biblioteche, disseminate  in tutto il territorio nazionale. Oggi quel prezioso e sterminato patrimonio di variegati testi,  un vero gioiello culturale, con i suoi 260.000 volumi giace tra la polvere, in un capannone, nella zona industriale di Bazzano.

Che tristezza infinita e che grave perdita per la collettività! La biblioteca doveva finalmente riaprire lo scorso marzo, in quel sito provvisorio, ma da una verifica tecnica dei vigili del fuoco, i locali non sono stati ritenuti idonei, per un’anomalia all’impianto antincendio. Secondo le intenzioni del presidente della Provincia, Antonio Del Corvo, la sede definitiva della biblioteca sarà l’ex palazzo della Prefettura, una volta restaurato. Secondo notizie che circolano in città, ancora tutte da confermare, sembra che adiacente alla sede della biblioteca, negli ex locali della Prefettura, dovrà essere istituito anche un museo della memoria,  in ricordo del terremoto del 6 aprile 2009. Senza alcuna vena polemica, ma con vero spirito costruttivo, mi  rattrista il  pensiero che un simile, inestimabile valore culturale, sia rinchiuso in quegli spazi angusti, lontani dal colore e dal calore di tanti suoi affezionati frequentatori ed estimatori. Essa, a distanza di 27 mesi dal drammatico evento, è l’ unica istituzione culturale cittadina ancora completamente chiusa.

La nostra biblioteca affonda le sue radici nella notte dei tempi, nel lontano 1848,   a seguito di una lunga disputa tra l’amministrazione provinciale e i Gesuiti,  la stessa si concluse nel 1872,  con una  gestione completamente autonoma.  Con il tempo, acquistò sempre più prestigio e autorevolezza fino al 1993,  quando fu inserita nel sistema bibliotecario nazionale insieme alla biblioteca universitaria dell’Aquila, formando il polo aquilano. Siamo e rimaniamo in vigile attesa della riapertura, facendo appello alla sinergia, secondo il protocollo d’intesa dello scorso novembre, tra la Provincia dell’Aquila, il vicecommissario, Luciano Marchetti e la direzione generale per i beni  librari del ministero per i Beni culturali. Ognuno faccia, con solerzia e tempestività, la  propria parte nel comune e supremo interesse della biblioteca e della città, nella ferma convinzione che la cultura è linfa vitale e sostegno morale, per tutti.

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dell’assuefazione

Luca Paolo Virgilio
[……]  Da “L’Aquila bella me” a Regno dei Palazzinari e Città delle Rotonde, il passo è stato breve ma non indolore. La sistematica trasgressione di qualsiasi vincolo estetico, architettonico e paesaggistico permette al Brutto di prosperare, al fianco della rassegnazione degli Aquilani, ai quali un po’ per volta vengono rubati un pezzo di verde, di ossigeno, di cielo, di terra, occupati da un cemento così armato che sta per ammazzarci tutti.

Gli Aquilani, che vagano come zombie per i centri commerciali, sembrano indifferenti davanti al Grande Orrido che gli fiorisce attorno. È un atteggiamento comprensibile per gente stanca e martoriata, ma non per questo giustificabile. Dopo aver perso la magia del centro storico, unico baluardo del Bello contro la deriva palazzinara, non possiamo lasciar distruggere l’ultima risorsa che ci resta: il nostro territorio, brandelli di bellezza nella regione più verde d’Italia, a cominciare dalle campagne dell’immediata periferia cittadina. Occorre salvaguardare l’estremo legame con la nostra storia, l’essenza stessa dei luoghi che abitiamo, l’ultima opportunità di rinascita della città abbandonata a se stessa. Ci stiamo lentamente autodistruggendo, narcotizzati dai fumi di una vita improvvisamente più brutta.

L’urgenza della situazione impone di salvare il salvabile e invertire la rotta fin da subito: costruire non per devastare il territorio, ma per valorizzarlo. Fermare i cantieri più invasivi, smetterla di occupare estensivamente nuovi terreni incontaminati, ma soprattutto iniziare per davvero a recuperare quello che c’è già. E quando c’è da costruire da zero, che l’edilizia urbana sia integrata nel contesto, rispettosa della storia dei luoghi e dell’ambiente, discreta. Bella. Dobbiamo pretendere piani regolatori, severi vincoli ambientali, rigidi controlli e sensibilizzare sulla necessità di tutelare il nostro patrimonio paesaggistico.

Perché s’intravede già l’ombra di un nemico anche più pericoloso del cemento: è l’Assuefazione, che poco alla volta ti convince che in fondo L’Aquila va bene così, cosa sarà mai un palazzone in più su quel prato incolto, una variante sopraelevata che cancella per sempre la vista del Velino, un capannone che sovrasta una campagna altrimenti inutile! Storditi dall’aria irreale del Regno della Bruttezza, ci dimenticheremo in fretta com’eravamo, com’era L’Aquila; faremo nostro il gusto dei palazzinari; ammireremo dentro teche rovine medievali appartenute a tempi lontani; voteremo come sempre il Partito del Nulla di turno, sperando che assicuri un posticino in Comune a nostro figlio. E, forse, ammetteremo in cuor nostro quanto è stato meschino non muovere un dito mentre questo schifo ci accadeva davanti.

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E non lo rividero più …

Luisa Nardecchia

E dire che era nato con la camicia. Ottima famiglia, buona condizione economica, laurea, dottorato, buon impiego, vita discreta, famigliola, giardino, cani, gatto, pesci e tartaruga. Ogni cosa era al suo posto quando L’Aquila, la sua città, andò in mille pezzi come il vetro di una finestra sfasciato da un pallone. Ed eccolo lì, con una borsa di stracci raccogliticci, in mezzo a una strada.

Che fare? La polvere dei crolli non si posava ancora, tutti erano attoniti e frastornati dalla tragedia, ma lui non ebbe alcun dubbio: l’unica soluzione era andarsene. “Non passerò neanche una notte in una tenda della Protezione Civile. Mai, neanche per idea”. Piuttosto avrebbe riesumato in qualche angolo del garage l’attrezzatura da montagna di quando era giovane. Sarebbe entrato di straforo in quel dannato garage, nonostante l’assoluto divieto di avvicinarsi agli edifici inagibili e avrebbe recuperato la sua vecchia tenda. Magari, se gli veniva a tiro, avrebbe portato via anche l’armonica e avrebbe iniziato una vita on the road come Jack Kerouack. O avrebbe dato fondo alle sue memorie di birdwatcher, con la sua Vera Tolfa a tracolla avrebbe camminato in montagna, costruito un capanno, si sarebbe nascosto lì… Ma la tenda da otto, da sedici, la tenda con la gente mischiata, la tenda con le mutande degli altri appese in giro, no. Fu tuttavia ragionevole, le prime notti le passò in macchina. Poi si decise e parlò fuori dai denti alla sua famiglia: “Io me ne vado”. “E dove vai?” “In campagna, lontano da qui”. Carlo, come tanti altri, in quel momento vide solo questo. “Allora buon viaggio”, gli disse laconica Alberta, con la quale aveva mantenuto ottimi rapporti e che pure era stata invitata alla fuga. Se mai ci fosse stata qualche speranza di riconciliazione, quella fu l’ennesima e definitiva cesura, con annessa ripetizione di ciò che le mogli dicono sempre ai mariti: “Tu non crescerai mai”.

E così Carlo se ne andò a 50 chilometri dalla città.

Il suo sogno di libertà si infranse poco dopo, quando fu precettato: gli aquilani dovevano tornare a lavorare, non dovevano lasciare le sedi, gli uffici, e dopo una breve pausa di compensazione, tutti ripresero i loro posti di combattimento per impedire la morte della città. Carlo avrebbe avuto pur sempre un’alternativa: farsi distaccare in altra sede, tipo Pescara, Teramo, Avezzano, cosa che fecero in molti, in verità: ma era un po’ difficile, per il nostro, perché il posto più vicino a quello in cui aveva scelto di abitare restava pur sempre L’Aquila. La condanna ricominciava, una condanna senza fine, poiché tutto era stato spazzato via, tranne quel maledetto foglio delle firme di presenza. Non restava che adeguarsi. “Qualcosa succederà”.

E accadde che una strana smania iniziò ad impossessarsi di lui. Senza casa, senza nessun oggetto del suo passato tranne la sparuta attrezzatura da campeggiatore, i libri di Castaneda e Tarantula, Carlo fu assalito prima dal timore, poi dalla certezza, di essere irrimediabilmente cambiato. Le “cose” non avevano più alcun valore per lui: ne aveva perse troppe. Iniziò a vestirsi senza più la cura di una volta, sentiva un piacevole senso di liberazione da tutte quelle trappole sociali che sempre –diciamolo – gli erano state strette. Il terremoto giustificò con gioia l’assenza di cravatte di ogni tipo, e non solo per lui, anche per tanti altri che con ostinazione continuavano ad autodefinirsi orgogliosamente “terremotati”. Solo chi era rimasto in casa propria continuò a fare le gare di habillés tipicamente aquilane. D’altra parte, si dice che “J’Aquilanu non magna pe’ vvestissi”. Non c’è da stupirsi, dunque, se fu una vera liberazione uscire dallo squallore della competizione quotidiana, dell’ostentazione della stupidità delle maglie griffate. Un ritorno all’essenziale. La ridicola corsa al capo firmato, la caccia alle scarpe di Casette d’Ete e alle maglie di Valmontone, apparivano ora ai suoi occhi comportamenti ancora più idioti che nella vita precedente, insulsi, come la riportata dei capelli sulla testa di un calvo. Uno i capelli o ce li ha, o non ce li ha: ogni finzione è assolutamente ridicola.

Passò un anno. Il cambiamento sociale fu sconvolgente. In una città fatta solo di periferie, le uniche coordinate possibili erano quelle di attività commerciali. Tutti i giorni, quando Carlo arrivava davanti al negozio di generi alimentari rumeno, accendeva il navigatore della Volvo. “PERCORRENDO VICOLO”, diceva quasi sempre la mappa. Erano strade senza nome, strappate alla campagna. Vendette il navigatore per cinquanta euro a Zoran, un ragazzo macedone della ditta delle pulizie del San Salvatore, che glielo aveva chiesto tempo prima e che iniziò a sistemarlo entusiasta sul cruscotto, mentre lui se ne andava incurante. “Percorrendo vicolo”. La giornata non gli bastava mai, le distanze erano incolmabili. Doveva tagliare ancora, tagliare, tagliare, tagliare!

Passò un altro anno. Dopo aver preso parte a quarantadue inutili assemblee di condominio, Carlo decise di svendere il suo appartamento alla Società F.o.t.t.e.c.a. Comprò una casetta di legno a 15 chilometri dall’Aquila, tra Pizzoli e Marruci, in aperta campagna, che Alberta amabilmente battezzò “la rimessa degli attrezzi”. Non c’era neanche la linea telefonica. La chiavetta Internet prendeva poco e male, e così Carlo finì per rinunciare anche a quell’unico, ultimo baluardo della sua socialità. Fu fare di necessità virtù, ma apparì a molti come un lottatore, uno che resiste alla sorte a testa alta, uno che “regge i colpi”. “Che mi perdo stasera? – pensava dalla casetta di legno – Minzolini? Saviano? Ah!… Mmmmhh…E ieri? Che mi sono perso ieri? La cantatrice calva? Gli speciali di Quark? Ah!… Mmmmmhhh…”. Mentre i più vivevano studiando le Ordinanze quotidiane e vendendosi per una casa-pollaio, lui, il Tiziano Terzani de noantri, il Mauro Corona de Madonna Fore, voleva solo sparire da lì. Tutto questo lo rese assolutamente trandy. All’Aquila, come si dice, ti invidiano pure la sfiga.

Un giorno Alberta lo incontrò al Cermone, si vedevano sempre più di rado, così lei suonò ripetutamente il clacson e gli fece cenno dal finestrino di fermarsi.

“Come stai?” gli chiese, preoccupata dal suo aspetto inselvatichito. Lo trovò tuttavia in buona salute, abbronzato e tonico, certamente per la nuova vita all’aria aperta. Notò non senza stupore un piccolo tatuaggio che spuntava dalla manica della maglia, ma resistette alla tentazione di guardare che cosa raffigurasse, per non metterlo in imbarazzo.

“Sto benone! E tu?”

“Mi difendo” rispose lei, con malcelata curiosità. Certo lui le sembrò più felice.

“Come mai non passi a trovarmi?”

“Eh… Sai.. Quindici chilometri… il traffico… Tu mi conosci”.

“Hai bisogno di niente?” gli chiese lei, più per forma che per convinzione.

“No, grazie… Tu se hai bisogno chiamami, che arrivo” disse lui a sua volta, più per forma che per convinzione.

“Ma dov’è la Volvo?” chiese lei stupita, conoscendo l’attaccamento del marito a quella macchina.

“Venduta. Si rovinava su queste strade”.

“Ah.. Capisco…”.

Carlo risalì sulla sua Skoda cassonata simil-pickup, e prese a tutta birra per una strada bianca, alzando dietro di sé una nuvola di polvere.

E non lo rividero più.

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Brandelli

Adriano Di Barba

“ … ormai sto alle c.a.s.e. ; sì, mi sono ambientato. Mica si sta male, siamo a un passo dalla campagna. E poi si è creata una bella atmosfera coi vicini. Gente prima sconosciuta, adesso stiamo bene insieme…”

“ … forse tra un po’, mi rimandano a lavorare in città. Non ne posso più di pendolare: 3 ore di viaggio al giorno, se va bene…”

“ … quei cassettoni barocchi, proprio non c’entravano niente, con la chiesa romanica! Hanno fatto bene a levarli…”

“ … abitavo in una casa bellissima, col giardino. Stavamo in affitto, ma pensavamo di comprarcela. Poi la trattativa si è interrotta, volevano troppi soldi e poi ce ne sarebbero voluti molti altri, per rimetterla a posto. Poi l’ha presa un altro. La stava ristrutturando; poi è venuto il terremoto. Ora è da abbattere…”

“ … In assemblea non ci vado più. Tengo altro da pensà… Dobbiamo formare il consorzio, co’ tutta quella gente!. 3 palazzine. 9 milioni; addo’ li trovemo?…”

“ … La più bella era S.Silvestro. Ci andavo spesso…E pure a S.Pietro…”

“ … Liberty? Dove? Ah, a Viale Collemaggio, a via Nizza!!! Sì, ma quelle villette facevano schifo: scomode… e poi quei giardinetti abbandonati!…”

“ … I cassettoni barocchi erano una testimonianza importante dell’architettura e dell’artigianato locale. La storia dei monumenti è fatta di sovrapposizioni, rifacimenti, dissonanze…”

“ … Ogni tanto vado a rivedere casa mia, di nascosto, in Zona Rossa. Mi meraviglia sempre vedere quante bandiere sono rimaste appese alle finestre delle case…! Non ci avevo mai fatto caso, prima. E poi, i manifesti rimasti attaccati ai muri, senza le date, li leggo, mi fanno trasalire: che sia stato solo un brutto sogno?…poi mi ricordo….”

“ … quel giorno il Sindaco, in piazza Palazzo, ha perso un’occasione unica. Da quel giorno avrebbe potuto mettersi alla testa della cittadinanza…interloquire, ascoltare, farsi vedere lì ogni giorno. sarebbe stato il “sindaco della ricostruzione”.  Invece così… schiaffi da tutte le parti…”

“ … speriamo che la demoliscono, la Fontana Luminosa… fa schifo”

“ … comitati e comitatini non arriveranno a nulla. Solo tempo ed energie sprecate. Divisione, spaccature, ricerca di visibilità. Solo l’organizzazione dei partiti può aiutare a risolvere  i problemi complessi…Infatti, la raccolta delle firme per la Legge di iniziativa popolare è riuscita…. ”

“ … non s’è più visto, né sentito più. E’ tanto.  Sta alle c.a.s.e.. C’avrà dafà…”

 “ … non è come stare al campeggio! Non stiamo a giocà!  Non abbiamo il tempo per fare tutto, il quotidiano, come tutti, come negli altri posti: prendi e lascia i figli, lavora, vai al mercato, ricordati la lavanderia, passa dal dottore…. Mica possiamo fare solo le manifestazioni?…”

“ … Lo so. Nel resto d’Italia non se lo immaginano nemmeno cosa vuol dire avere i blocchi dei militari e le transenne, pensano che la zona rossa sia un’area pedonale a traffico limitato…Noi c’abbiamo fatto l’occhio. E pure alla DIGOS che sta dappertutto, a ogni angolo te li trovi…”

“ … I libri della Biblioteca stanno a magazzino nella zona industriale; la Biblioteca la rifaranno dov’era la Prefettura. E la Biblioteca al Corso?…. Le opere che stavano al Castello le metteranno nell’ex Mattatoio (quando sarà). …. Le opere lignee? Che opere lignee?…”

“ … Sì; mi prenderò un po’ di vacanze; c’ho bisogno di “staccare”. Mi devo ricordare d’avvertire che staremo fuori dalle c.a.s.e. Se scoprono che siamo partiti senza avvertire, sono capaci di farci passare un guaio…”

“ … ‘N altro bussolotto di legno in mezzo alle palle? Dietro S.Bernardino? E chi lo sa’ chi ce l’ha messo, a che serve… Non dicono gnente; ‘na mattina vai, e te li trovi fatti. … Già ce ne steano ddù che stanno sempre chiusi…”

Brandelli di conversazione a un tavolo di campagna.

Brandelli di città.

La pecora “aju cutturu”, a brandelli, era buonissima.

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… me vajo a fa’ ‘na vasca

Massimo Prosperococco

Hanno riaperto i portici!!

I portici le colonne  il simbolo dell’Aquila dello struscio un pezzo vero della nostra vita Oggi voglio dimenticare che la  mia citta’ sia distrutta e il centro e’ deserto, ho il bisogno fisico di sentire ancora mia L’Aquila ho bisogno di buone notizie e questa lo e’

Voglio andare alla mia colonna toccarla poggiarmi li e anche se non fumo da 20 anni mi accendo una sigaretta e guardo il cielo e chi passa, sento il bisogno di portare mio figlio sotto i portici perche’ fin ora non lo mai fatto, ho bisogno di riaccendere i miei ricordi che stanno spegnendosi, ho bisogno di alimentare la mia speranza perche’ la stanno uccidendo, ho bisogno di sentirmi terribilmente provinciale

Sono stufo di vivere in una citta’ non mia a testa bassa a muso duro

Ora vado a farmi una “vasca” e spero che chi aveva attivita’ commerciali si impegni al piu’ presto a riaprire e in primis la Cassa di Risparmio che aveva promesso di riaprire un anno fa.

Per oggi la ricostruzione puo’ aspettare, ho bisogno di una citta’ vissuta e di vita sociale…vado mi metto gli occhiali da sole potrebbe scendere una lacrima

Torno a L’Aquila

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il dovere della denuncia

Laura Tarantino

Caro Walter, ricordi?

tu dicevi “sì va bè ma basta criticare quello che è stato fatto ora bisogna guardare avanti”. E invece, vedi? bene fanno Luca e Iginio a promuovere il loro documentario sul progetto C.A.S.E., che di queste case con i puntini mostra la bruttezza da ogni angolazione e non solo geometrica.

Perchè poi, vedi?, Guido Bertolaso lo improvvisano prof. Bertolaso e lo mandano a tenere lezioni «sulle attività post-terremoto del DPC e il Consorzio C.A.S.E. a seguito del terremoto Abruzzo» dopo un “Riassunto del terremoto dell’Aquila. Ore e giorni dopo l’evento” (durata prevista per il riassunto: un’ora…)

Ricordi? io dicevo “ma noi abbiamo anche il dovere morale della denuncia, perchè se non lo facciamo, se poi al prossimo terremoto replicano quello che è successo qui, noi poi saremo corresponsabili”.

Vedi? già si stanno preparando, già gli stanno dando valenza “accademica”, come fosse letteratura consolidata, tanto da insegnarlo ad un master questo “modello di intervento”.

Ribadisco: noi abbiamo il dovere morale della denuncia.

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Io entro. Nel vuoto.

T.Pasetti

Io entro. Entro dentro la mia città. Che non è quella che vedete in televisione, no. La mia città è questa, questa che non c’è più. Entra con me, vieni.

Cosa? Non si può?

Vedi qualcuno? Una barriera, sì, certo, questa la vedo anche io. Dici che può bastare?

Io entro. Tu fai quello che vuoi. Continua a tenere gli occhi chiusi.

Cosa c’è? Tutte queste macerie ti danno fastidio? Guarda. Guarda quello scivolo. Un asilo nido. Quelle coperte buttate a terra…qualcuno un tempo dormiva sereno, sotto a quelle coperte lì. Guarda. Queste erano case. Giù. Te lo immagini il rumore? La polvere?

Non ti voltare! Non chiudere gli occhi. GUARDA!. Guarda. E respira. Ascolta. ASCOLTA. Non c’è nessuno. Questa è la mia città. E’ vuota. E’ ferma. Due anni. Guarda.

Io entro. Nel vuoto.

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Andiamocene tutti….

Italo Colaianni

E no, non mi faccio bastare più la solita risposta: ”Tanto da un’altra parte sarebbe uguale”, non mi sta più bene, perché qui ( L’aquila) non è come le altre parti, qui la spazzatura prodotta da una politica che non è più tale, ormai è troppa. Quella politica che per sua stessa natura dovrebbe essere servizio alla collettività è diventata affarismo che produce benefici e ricchezze per pochissimi.

Ecco quindi che assistiamo ad un immobilismo amministrativo che ormai ha seppellito la citta’ sotto metri e metri di spazzatura. Qui invece di prendere decisioni importanti, si continua a giocare a nascondino e ognuno porta a temine i suoi piccoli grandi affari. Nessuna decisione sul nostro futuro. Quale tipo di citta’ si vuole ricostruire, universitaria, turistica, artigiana, industriale. Nessuna decisione su la grande ricchezza immobiliare che ci ritroveremo a gestire (progetto CASE). Nessuna decisione sulla nostra ricchezza naturale che veramente potrebbe darci un futuro.

Regna l’ipocrisia più assoluta, a parole si dice una cosa, mentre nei fatti si fa il contrario, o spesso peggio ancora non si fa nulla. In questo calderone che assomiglia sempre più all’inferno è diventato impossibile prendere per il cittadino una decisione. O abbandonarsi all’inferno stesso o cominciare a distinguere chi e cosa nell’inferno stesso non è inferno.

Ecco perchè L’Aquila o un altro posto,  non sono la stessa cosa.

E allora perchè rimanere a L’Aquila ?

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“…. non si può fare una ricostruzione con Ordinanze della Presidenza del Consiglio; c’è bisogno di una legge organica e dopo 22 mesi queste persone non possono più aspettare…”

Deborah Serracchiani

invito del PD del FVG alla sottoscrizione della Legge di Iniziativa popolare a favore de L’Aquila e delle aree del cratere

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L’Aquila spiegata al mio cane

Luisa Nardecchia

Caro Teo, da quando il tuo padroncino non può occuparsi di te, tocca farlo a me.

Lo sai che gli animali non sono la mia passione: spelano, pretendono. E soprattutto puzzano.

Quando al colloquio per l’assegnazione della CASA mi hanno chiesto se avessi animali, ho detto subito “NO”, per paura di dover aspettare ancora. Era novembre, era freddo, così ti ho rinnegato, ho pensato di potermi liberare di te. In fondo non mi sei mai piaciuto (a me piacciono i gatti lo sai, non sopporto lo sguardo implorante che avete voi cani).

Ma poi non ce l’ho fatta a lasciarti, dopo quello che abbiamo sofferto insieme! Ti ricordi quando eravamo sfollati, non ti hanno preso in albergo e dovevi dormire in macchina? Una mattina, dopo una bufera notturna, ti abbiamo ritrovato mezzo morto. Corsa al veterinario e diagnosi: “attacco di panico”. Pure il cane con gli attacchi di panico, mi doveva capitare…

E così eccoci qui. Non ti lascio più, ormai dobbiamo convivere, porca miseria. E non guardarmi in cagnesco! Ho dovuto imparare ad accudirti, a portarti a spasso, con tutti quegli strani rituali dei canari (“E’ maschioooo?… Ah! tienilo!!” … “E’ femminaaaa? Ah! ok… tranquillo!”… ). SGRUNT. A sera, noi delle C.A.S.E., abbiamo imparato a gestire gli orari, usciamo a turni per non darci fastidio. Ti porto a spasso sul ciglio della strada, con le macchine che sfrecciano vicine. Ma dove altro posso portarti? I viali sono tutti bui, forse dobbiamo risparmiare sulla luce. E’ buio pesto dovunque, tranne che vicino ai centri commerciali. Forse lì la luce la pagano loro. In centro storico ho paura a portarti, c’è il veleno per i topi e lo potresti mangiare. Inoltre è pieno di randagi. Lo so che Piazza d’Armi ti piace tanto, ma la sera è così buio che non ci si vede neanche con la torcia! Inoltre è pieno di randagi. Il Parco del Sole mi fa stare male, è dove c’era la tendopoli, mi dà fastidio perfino passarci. Inoltre è pieno di randagi. Il parchetto di Via Strinella, quello del Torrione e quello del Castello sono talmente sporchi… inoltre (indovina un po’?) ci sono i randagi. La villa Comunale però è sempre bellissima! E’ l’unica zona verde ancora ben curata e illuminata: ci sono i randagi sì, ma anche la gente, quindi non ho tanta paura a portarti lì. Lo so, ti chiedi come mai da due anni non riusciamo a trovare un posticino intorno alla C.A.S.A.. Ma vedi, non mi va di portarti nei giardini del cortile, perché lì ci giocano i bambini. E fuori dall’oasi faunistica della C.A.S.A. non c’è nulla, neanche il marciapiede, lo sai tu, e lo sanno le persone anziane che girano intorno alla riserva indiana come matti nel giardino della casa di cura. Ma dove portano i bambini a spasso con le carrozzine? Boh. Lo so, ti sembra di stare al Truman show: il segreto è non uscire dalla riserva! Appena ti allontani non c’è nulla, il clima è ostile e ti ricaccia dentro. Ci sono le strade a scorrimento veloce, e le abitazioni di quelli che erano già qui, che (poveracci pure loro) hanno visto confiscate le terre e deturpato il paesaggio dalle CASE.

Ci considerano usurpatori e pezzenti.

Ti ricordi quella tizia autoctona che ti ha lanciato addosso il suo cane autoctono? Alle mie rimostranze ha gridato: “Ma revattene da ddo sci venuta!”….(“Eh… bella mé… Magari!” ho pensato mentre la maledicevo). Da allora giro sempre col bastone, lo sai. L’ho perfino usato sulla groppa di quel pastore abruzzese (sempre autoctono e libero) che un giorno ti ha azzannato al collo. Non potevo crederci! Che mi è toccato fare… io che picchio Cujo per difendere il mio cagnetto!!! Proprio io che avevo paura di tutti i cani del mondo.

Lo vedi Te’, il terremoto ti trasforma, ti cambia, ti fa dire: adesso ricomincio tutto da zero. Voglio essere diversa da prima, voglio essere migliore  di prima! E poi dici anche: voglio una città più bella di prima, che non abbia i problemi di prima, la voglio verde, la voglio a misura d’uomo, la voglio a misura di cane, la voglio comoda, la voglio europea!!!!

E’ fantastica, Te’, l’opportunità che si offre a una città dopo un terremoto. In nome della storia, in nome di 309 morti.

Lo so, lo so, tu ti chiedi come mai in un anno non sia stato fatto ancora nulla. Ma vedi, Te’, in quest’anno trascorso si doveva litigare un po’, si doveva discutere, studiare! … Te’, gli umani non sono poi così diversi da voi cani. Un bell’osso profumato… Chi la dura la vince, e la dura chi ha i mezzi. Ora ti starai chiedendo la verità della favola della società civile, del pensiero collettivo, delle minoranze, dei deboli, degli svantaggiati…

Ti chiederai dove sono le persone importanti, dove sono gli studi sul dopo-sisma, le rilevazioni scientifiche sulle tossicità, dove sono gli appelli degli intellettuali, dove sono le raccolte di firme dell’intellighentia (non serve una lista da MicroMega hai ragione, non importa chi siano, importa COSA siano) e ti chiederai dove sono le ricerche epidemiologiche, dove sono le associazioni commerciali, quelle robe per le quali c’è un imprenditore che indirizza le azioni dei poveri cristi ambulanti ora tutti alcolizzati (ti ricordi, ce l’ha detto Franca), quelle robe che ti possono consigliare il da farsi. E dove sono le associazioni degli psicologi, i report, le denunce degli aumenti di malattie mentali, di dipendenze, di mali incurabili, di stress post-traumatico.

Ebbene sì, Teo: sappi che tutte queste belle cose ci sono! E sono chiuse in qualche cassetto… insieme ai master-plan!!! Di sicuro ne verranno fuori fantastiche  pubblicazioni! Fantastiche pubblicazioni inutili! Oh, però fanno curriculum! Mica capita a tutti un terremoto, bisogna approfittare, è un’occasione servita su un piatto d’argento! Guarda che il terremoto ha restituito vita a un sacco di dead men walking: “i surfisti” sono tutti ringiovaniti! Inoltre, sai Te’, qui conviviamo in modo ben strano: chi ha la propria casa, fresca fresca appena rifatta di mille colori da Stabilo-boss, e chi non ce l’ha più, e vive nel tormento quotidiano (la rivedrò mai? ci saranno i soldi per ricostruirla? se li mangeranno tutti prima? devo vendere? devo svendere?). Viviamo e lavoriamo fianco a fianco! Quelli che hanno il problema di dove andare a fare l’happy hour e quelli che non hanno più né passato, né futuro, solo un orribile presente da accampati. E i primi guardano ai secondi come a dei piagnucolosi rompiballe! Gli danno dei depressi esauriti, gli dicono che la fanno lunga, gli dicono che non si danno da fare, che sono buoni solo a lamentarsi!!! Pretendono le stesse prestazioni lavorative, magari pure di più. Oppure gli dicono “pensa ad altro! non puoi pensare solo al terremoto! vivi la tua vita!”. Vivi la tua vita…. Già: per fartela breve, la legge degli umani è “a chi tocca tocca, ed è toccato a te (per fortuna)”. Poi sui libri ci si scrivono un sacco di fesserie, così, per depistaggio, ma non devi crederci! homo homini canis! Capito?

No. Non hai capito. Se nasci cagnetto con gli attacchi di panico, certe cose non le puoi capire. Lascia fare… Vieni qui, giochiamo a “Io sono leggenda”… Godiamoci la passeggiata, e il freddo di questo gennaio, e il sole che spunta, come fosse primavera, pure sopra le C.A.S.E. …

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quando si vive in una città distrutta

Marianna DeLellis

Rubo un incipit che m’ha colpita: “quando si vive in una città distrutta”. L’occhio m’era andato solo su questo, non ho letto subito il resto.

Già, che succede quando si vive in una città distrutta? e cosa significa una città distrutta?

Quando si vive in una città distrutta si pensa a ricostruirla. Non dovrebbe essere questa l’unica risposta possibile?

Da quando vivo in una città distrutta io penso a un sacco di cose, e soprattutto a una: difenderla. Una città distrutta è indifesa. Un luogo che rischia il disconoscimento, perché incapace di autoreferenzialità. E’ un luogo riconoscibile qual era solo a chi la conosceva prima che venisse distrutta. E io che aquilana non sono. e io che per vent’anni mi sono aggirata su questo territorio senza volere/riuscire a sentirmene parte, ora ho l’esigenza parossistica del dovermene appropriare e del sentirmici ricompresa. Per difenderlo. Indipendentemente da quanto e se lo ami. Non è un dovere, né un diritto, è istinto.

Nel 1992 incontrai per la prima volta la parola ‘territorializzazione’. La divorai, con gli occhi prima che col cervello. Perché immaginare uno spazio che subisce trasformazioni per necessità e volontà di chi ci sta sopra è un’esperienza emotiva prima che razionale, va immaginata, figurata, fantasticata, ambita. E allora pensavo: meraviglioso quello che può fare l’uomo. Anche senza accorgersene. Soprattutto senza accorgersene, forse. Anche quando fa male, comunque fa. Irrazionalmente qualunque persona nel bel mezzo di uno spazio non antropizzato, tende a sentirsi smarrito, cerca punti di riferimento, e comincia a rapportarsi con essi per conoscere lo spazio e farsi ricomprendere.

Una città distrutta non è uno spazio vuoto, però. E’ peggio.

E’ peggio perché non è vuoto e non è più sé stesso; contiene già punti di riferimento ma non sono più validi, o rischiano di non esserlo più. E ciò che di nuovo lo traccia è ricordo di dolore. Complicato restare sereni.

Una città distrutta è un dialogo interrotto. E da dove lo si riprende? L’ultima parola detta sembra inopportuna, cominciare un nuovo discorso necessita a volte di un nuovo linguaggio. Adottiamo gli acrostici definitivamente? no, perché quelli fanno parte di un’altra città, quella rifatta e rarefatta, quella non città che infatti non hanno il coraggio di chiamarla in italiano. e allora che si fa?

Intanto la si difende. E nell’ abbracciarla nel suo tempo e nel suo spazio per proteggerla, si (ri)scoprono cose. Si recupera il dialetto, si intonano di nuovo canti tradizionali, con le lacrime agli occhi, si strizza la memoria su nomi e particolari che si affievoliscono un po’. Ma dov’è la fantastica ambizione di territorializzazione? Sparito l’istinto umano di risolvere lo smarrimento?

Chi ha una risposta, o almeno un’ipotesi di risposta si faccia avanti, perché io da sola non riesco a capire.

E provo ancora a rifiutare l’unica ipotesi che riesco a produrre: la comunità umana aquilana rinuncia, o meglio sceglie di fare territorializzazione passiva. Se e quando la città sarà ricostruita, ognuno troverà un posticino dove andare a ricollocarsi. Meglio se il posto ha un aspetto noto. Quando si vive in una città distrutta, la nudità della città riflette i panni indossati dai cittadini.

Cala una cappa di diffidenza, di angoscia, di disfattismo, di immobilismo distruttivo.

Quando si vive in una città distrutta si vive di rabbia, o di adattamento, o di rabbia adattata, o di adattamento arrabbiato.

Quando si vive in una città distrutta, se la sua difesa costa troppe energie si rischia di non avere più abbastanza immaginazione, fantasia, ambizione, forza di prospettiva.

Si vive stanchi. E ci si veste sempre meno.

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…che teneamo fa’?

  Lettera da G.

 Caro …. ,

allora, ‘scrivi’ ‘scrivi’ ‘scrivi’, me lo dico sempre ma non è semplice.
Ogni volta che devo scrivere dell’Aquila mi sembra sempre che debba dire tutto quello che avrei voluto dire e non ho mai detto, così mi diventa difficilissimo.

Ti dico allora l’essenziale della mia ultima visita, che non era solo Natale, era anche mio padre malato, e quindi sono stata lì un po’ di più. Soprattutto sono stata lì, a L’Aquila, dovendola vivere e girare e non fare quella che, a dispetto degli eventi e nonostante tutto, “ci va in vacanza”.

Il fatto che mio padre stesse male, ha fatto sì che io dovessi recarmi in ospedale, costantemente, circumnavigare la città, dall’Ospedale a Paganica e ritorno, molto spesso. Quindi muovermi nelle zone limitrofe e nell’anello circondante la vecchia  la città, che ora di fatto sono “L’Aquila”.

Naturalmente in macchina, naturalmente avviluppata da continue e inaspettate rotonde…

Allora la mia impressione,  giusta o sbagliata, comunque fortissima, non è che la città ancora non è ancora stata ricostruita, bensì che la città è già stata terminata.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

La viabilità, completamente stravolta rispetto a prima, è in continua evoluzione ed espansione. I palazzi languono, ma le rotonde si sviluppano, con tanto di statue, illuminate a colori cangianti al loro centro, stile statue di marmo di Las Vegas.

Finisci in una rotonda e non capisci più bene dove sei: ‘ospedale’ ‘centro commerciale’ scritta grande verde luminosa a fianco ‘Il Centro’, ‘aeroporto’ (e dico AEROPORTO), rampa sopraelevata tipo autostrada che finisce nel nulla…e strade, strade, strade (alcune a me totalmente sconosciute, antiche stradine sterrate accanto al fiume, ora arterie fondamentali, così depresse però che si allagano in continuazione) e rotonde. Nuovi raccordi che tagliano la campagna…

Beh, mi rendo conto, ma tutta questa roba è ricostruzione, anzi è costruzione ex novo, è futuro, non è passato stagnante e immobilizzato come le case da ristrutturare cui ‘questa roba’ passa accanto.

Ed avrà costi, anche molto elevati, costi, pare, ancora sostenuti dalla Protezione Civile (quindi attivissima in questo rinascimento infrastrutturale pro mezzi inquinanti).
Peraltro ho finalmente visitato i centri commerciali.

Lì finalmente ho capito: HO VISTO CHIARO (credo sia evidente e già detto, ma non era così evidente a me). I negozi, quelli ‘noti’, hanno già tutti riaperto, nei capannoni attrezzati dei centri commerciali, e stanno andando bene. Si capisce, si può percepire, che vendono, che hanno giro, hanno forse più giro di quando stavano in centro.

Ho pensato, ‘ma se questi non spingono per rientrare, con la stessa forza di quei pochi che hanno riaperto al Centro, se non c’è l’urgenza, la pressione dell’ ‘interesse economico’, come si fa a spingere in maniera efficace per la riapertura della zona rossa?’ Dovrebbero essere stati lì giorno e notte, a dormire nel furgone per mesi, per essere già in centro il giorno dopo o nell’ufficio preposto a chiedere ed ad insistere.

Invece stanno bene, non tutti, sono pochi, sono una piccola percentuale dei commercianti storici dell’Aquila, ma sono quelli, i ‘big’.

Lì ho pensato…‘oh oh, ma così non c’è speranza. Non sono in sedi provvisorie, ma in locali attrezzatissimi e molto di lusso. Non sembra proprio che siano in stand by pronti a tornare. Desiderosi di tornare’.

E’ abbastanza evidente, hanno mollato, e a giudicare dalla velocità di questi agglomerati commerciali l’hanno fatto subito, appena sono stati in grado di rimettere a posto le idee. Sicuramente non stanno agognando di rientrare.

Ho provato a parlarne, sono stata aggredita: ‘Ehhh,  ma che se tenea fa’, mori’ di fame?’

No, ma questo non è il punto, questo è uno slogan di stampo berlusconiano, ci possono benissimo essere fasi intermedie…ma cercare il definitivo, così, così subito, così che non si vorrà più smontarlo per ritornare dove si era….

La beffa maggiore è il nome di questi centri: “99cannelle”, “Quattrocantoni”, ricostruzioni virtuali (ma stabili) di quello che fu.

Ma se non c’è la tensione del commercio (l’interesse, l’interesse, quell’acqua alla gola che pretendeva la saracinesca riaperta al più presto), come fanno i soli cittadini residenti e amanti, ma disinteressati, per amore, non per sopravvivenza, a premere con la stessa urgenza e ad ottenere permessi temporanei? A risucchiare lentamente, ma inesorabilmente, terreno alle macerie per riportare vita e nuove mura? E’ chiaro che diventano un esiguo gruppo di nostalgici (o ‘sporchi comunisti’, come ahimè vengono etichettati).

C’è anche una certa organizzazione strutturata del tempolibero: c’è chi organizza feste per giovanissimi (pare anche durante l’orario scolastico). Un vero business: Capodanno, S.Valentino, Festa della Donna, ospiti DJ internazionali e stelline di Amici.

Ma appunto, sono proprio strutturati. Feste organizzate con biglietto, in uno di questi locali su rotonde, da professionisti che sono in grado di prenotarli e organizzare eventi. Locali estranei naturalmente alla zona rossa. Forme di attività di PR stile grandi città, nate per caso sulla costa, pare, quando tutti erano sfollati lì e qualcuno ha provato ad organizzare i ‘giovani’…e farci soldi.

In conclusione L’Aquila ora è una città ‘diffusa’, percorribile solo con l’automobile, commercialmente organizzata, con centri commerciali e capannoni industriali tutt’altro che provvisori (con locali e quant’altro). La vita sociale si svolge in questo gioco dell’oca e gimkane automobilistiche e necessita di organizzazioni atte a gestire il tempo libero (se non altro per prenotare i locali e necessari e convogliare tutti là).

Il tutto in un clima di accettazione, rassegnazione, complicità: nel senso che se provi a dire ‘attenzione’ ti aggrediscono, come se tu avessi voluto lasciare le persone nelle tende o imprigionarli nei container. Per solo gusto snobistico. E chissà per quanto tempo.
‘Ma no, io intendo andare per gradi, pian piano…’ Tappe intermedie di cui ogni tappa non è necessariamente nomadismo e povertà, ma laboriosa e paziente opera di ricucitura e riparamento, oltre che di miglioramento.
Era Mao che diceva ‘piccolo bene = grande male, piccolo male = grande bene’?

Quindi l’impressione finale è che la ricostruzione, intesa come la rimessa in moto di un sistema minimo organico di città funzionante, sia già finita.

Si è andati troppo avanti, L’Aquila c’è già ed è già ‘a posto’. Così…diffusa, cementificata, ‘iperstradata’, Lasvegasizzata.

Si riuscirà ad un certo punto ‘a tornare indietro’?
Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.

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2010

abbiamo detto… è stato detto….

Maria Laura Menghini

Sull’Aquila io mi sto perdendo. Tu mi chiedi aiuto, e te ne ringrazio, ma dopo 20 mesi è difficile per tutti tenere il filo delle cose e la consequenzialità, specialmente in un paese dove l’entropia avanza e si chiude la Camera per prendere tempo. Proviamo a fare una scaletta, il solito algoritmo, ma sarà difficile. (aiuterebbe un file excel !)

Come osservatori esterni del processo si è travolti da un numero impressionante di dati multimediali e la rete ha contribuito moltissimo a formare questa corposa mole ricca di contributi personali e collettivi, di informazioni tecniche e psicosociali. Tutti abbiamo avuto modo di dire la nostra, alcuni di approfittarne per avere visibilità. Abbiamo assistito a centinaia, migliaia, di trasmissioni televisive di diverso orientamento. Altrettanto impressionante è il numero di eventi, manifestazioni, convegni e riunioni da parte di tutti i soggetti interessati.  Oggi, 2 dicembre ci risvegliamo con un’alluvione annunciata e ci chiediamo qual è il punto del processo in cui siamo collocati.
Vediamo le parole d’ordine. Sembra tanto bello lanciare una parola d’ordine che riassume una strategia ma spesso i risultati non corrispondono alle intenzioni.

– Superficialmente abbiamo all’inizio detto “anastilosi. Avremmo però dovuto sapere cosa era anastinabile. Ci saremmo così resi conto che molte delle opere che ritenevamo di gran pregio, e mi riferisco in particolare alle chiese romaniche, in realtà avevano negli anni ’60 – ’70 subito dei pesanti e criticabili rimaneggiamenti con la distruzione delle componenti barocche e l’inserimento di materiali non congrui con le preesistenti strutture e che hanno contribuito ai crolli.

– E’ stato detto “dove era e come era” e in questo slogan c’era tutta la sfiducia nella capacità di realizzare belle e nuove cose da parte dei soggetti che sarebbero stati incaricati a farlo, perché in cuor nostro sapevamo già che gli incarichi sarebbero stati dati a quelli che alle 3 e 32 ridevano. Sfiducia anche globale nella creatività del tempo in cui viviamo che certo non è un nuovo Rinascimento. Eppure l’Aquila fascista e l’Aquila liberty sono belle e, se non sbaglio, sono anche i luoghi prediletti dalla popolazione per il passeggio e la residenza. E poi, perché Pettino dove era e come era? Perché le brutte case popolari all’angolo dei Quattro cantoni dove erano e come erano? Perché i palazzi anni ’60, inseriti in pieno centro storico dovrebbero essere recuperati?. Mi chiedo chi sia in grado di discernere il bello e valevole dal brutto ed effimero.

– E’ stato detto “prima vengono le persone poi l’arte e l’ambiente” . In questa logica, che sposa perfettamente il pensiero berlusconiano, sono stati devastati ettari di territorio, si è speculato selvaggiamente sulla localizzazione degli espropri e si è effettivamente data la casa a un considerevole numero di persone che ora tentano di tornare alla normalità aggregandosi nei centri commerciali sorti come funghi, uno addirittura con l’irridente nome di “quattro cantoni“.

– E’ stato dettole tolgo io le macerie ; ma poi si scopre che a L’Aquila non ci sono maestranze, non c’è gente sufficiente per interventi pesanti. Si scopre che le macerie sono tossiche e non si sa dove portarle, che dividere le pietre dall’eternit è difficile e pericoloso, che forse i termovalorizzatori servono veramente e così via parlando, discutendo, arzigogolando nei sost mentre le macerie lì stanno.

– E’ stato dettotrasparenza; quando poi nella realtà chi ha risolto il proprio problema lo ha fatto nell’ambito di un rapporto esoterico con i preposti di turno, amici d’infanzia, colleghi di appartenza e di discendenza.

– E’ stato detto “no alle tasse, assimilando i redditi di trasferimento da pensione e del pubblico impiego con i redditi di chi rischia in proprio delle attività commerciali e nelle imprese.

Noi che siamo fuori non abbiamo titolo per parlare e facilmente possiamo essere tacitati dal ricordo dei morti, dal terrore delle scosse, dalle notti in tenda.

Ma noi da fuori vediamo che molto è stato fatto e tanto è stato speso.  Per trasformare una cittadina di 70’000 abitanti con un centro, un semicentro e varie periferie in un agglomerato informe di quartieri dormitorio, rotatorie, aeroporti, chiese, scuole, centri di aggregazione senza alcuna coerenza urbanistica e con l’intenzione di partenza di raccordare una distribuzione abitativa, di funzioni e di servizi mediante altre infrastrutture, altro scempio di territorio, altri investimenti speculativi. E uso di materiali vili, latta, cartongesso, pannelli prefabbricati, legno lamellare, progetti di professionisti di bassissimo profilo.
E intanto il centro storico resta sì immoto riguardo agli interventi. Ma non riguardo alla proprietà, che nel baillamme mediatico è passata silenziosamente in altre mani che lascio a te individuare.
Posso immaginare per il futuro il recupero di vaste aree da destinare a edilizia residenziale di lusso, a uffici e attività commerciali di varia tipologia. Finanche il restauro di alcuni monumenti e palazzi senza essersi curati di inventariare ciò che è andato perso o rubato.

Quello che vorrei sapere, però, è quale sarà la funzione socioeconomica de L’Aquila e dei suoi abitanti. Immagino un setaccio virtuale che separi i veri terremotati, senza casa, senza lavoro, senza futuro da quanti comunque insistono nel terremoto ma ne sono di fatto fuori, spesso si autonominano leaders della ricostruzione e già guardano lontano.

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SE CI PORTANO QUALCHE ERGASTOLANO A ‘STA CITTA’,  CON OBBLIGO DI DIMORA , SO’ SICURO CHE EVADE !!!!!

Antonio Tinari

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la regina delle trote

Riflessioni ad alta voce su una gita fuoriporta prima di Natale

Luisa Nardecchia

Se a Roma c’è “La Parolaccia” o “Pasquino”, all’Aquila ci sono locali tipici altrettanto antichi, speciali per le caratteristiche tutte abruzzesi, un po’ ruspanti e primitive. Come non ricordare il buon vecchio “Corridore”, dove si andava divertiti con la speranza recondita di assistere a qualche macchietta involontaria da parte di “Ogna nera”! In questi posti non si mangiano pappette nouvelle cousine appoggiate pulitamente su pregiate stoviglierie. Qui bisogna avere denti per mordere, e se non si hanno, comunque devi amare l’aria verace della “stozza” aquilana, quella dei tempi dei giocatori dell’Aquila Rugby1936, che si dopavano co’ pa’ e frittata. La gita fuoriporta a Tempera, a mangiare le trote, era uno di questi divertenti pellegrinaggi. “Pellicola”, si chiamava allora, era un vivaio di fiume con vendita al dettaglio, te le pescavano davanti col retino, le trote, le mettevano in una busta di plastica e tu te ne andavi con la faccia soddisfatta e quella busta in mano che guizzava e si dimenava… Il rumore del sacchetto che si muoveva sotto al sedile della macchina, coperto dalle risate dei bambini, era una barbarie tollerata, nessuno se la sentiva di compatire le povere bestie, in virtù della bella festa che avrebbero regalato a tavola. Era un posto d’altri tempi, si mangiava con poche lire, si stava tranquilli. Qualche decennio fa il pavimento era fatto di tavole, sentivi l’acqua scorrere sotto, la vedevi, perfino, prima che la coprissero con le mattonelle di cotto. Nel locale, rustico ed essenziale, si mangiava e si guardava divertiti il padrone, “Pellicola”, che declamava sermoni dietro a un leggio con sopra un volumone della Bibbia, di fronte a un enorme camino. Assunta, la moglie, gli ha dato in seguito un’impronta tutta donnesca, forte, imperiosa, che richiama un turismo speciale, strampalato e fai-da-tè. Al di là dei gamberi di fiume, delle trote al cartoccio e delle rane fritte, qui è l’antico che ti affascina, anzi, non l’antico, qualcosa di più: il vecchio, buono e consunto, crepuscolare e un po’ kitsch. Assunta è la regina delle trote, non si è creato un personaggio, lei “è” proprio così, semplicemente. Il regno di Assunta galleggia sull’acqua di un fiume magico, la Vera. Ci andai poco tempo dopo il terremoto, avrei voluto tanto rivederla, ma era chiusa. L’ho inseguita per qualche mese, non so perché, ma chiusa ancora. Poi a un tratto in agosto gira voce che c’è, si mangia. Naturalmente vado, l’interno è impraticabile, tutto puntellato, ma ci sono i tavoli fuori, la mosca e la falena, direbbe Gozzano. E’ stato come ritrovare un vecchio amico malandato. Assunta ha regole ferree e, terremoto o no, quelle rimangono tali: ti devi apparecchiare da solo, devi andare a prendere l’ordinazione, devi togliere via i piatti dopo ogni portata, insomma ti devi arrangià. E Assunta impedisce a qualsiasi donna presente di fare tutto questo. Devono farlo gli uomini. “Mójjeta te fa la serva tutto l’anno… quando vieni qui, sci ttu che la tà servì, se no vattene a magnà a ‘n atra parte!”. Ha un dialetto ncianfrico, Assunta, mezzo pescarese, mezzo aquilano, chissà. Bei signori distinti sorridono a quelle parole, un po’ imbarazzati, e obbediscono impacciati, come chi non sa apparecchiare e non sa servire, ma per gioco, per una volta, decide di farlo. Lei parla severa, senza repliche. Le donne sono felici, quando siedono qui, e anche chi viene con un’amica trova un uomo che la possa servire. “Non lo tè ‘n omo che te port’ a mmagnà? (le chiede scandalizzata) Ci penzo ji!!!”. E Assunta smista il traffico e dirige il servizio, trova una vittima che si accolla la donna “senza ome”, e che sta al gioco e porta il piatto con non poco divertimento. Assunta è femmina di una volta, dice pane al pane, vino al vino, non va per il sottile, bisogna stare attenti a come ci si muove o lei ti battezza coram populo, specie se sei maschio. Florida e piacente, mantiene i segni di una bellezza antica. Magnifica atmosfera, per le donne. Stai lì e mangi, divertita a vedere il tuo uomo o tuo figlio o comunque un maschio che ti serve: e tante volte lo fai a posta… “Mi prendi un altro tovagliolo?” “Opsss… un altro bicchiere per favore, vorrei assaggiare questo bell’acetello!”. Di tanto in tanto, si sente la vocetta stridula di Assunta che chiama dal banco: “Giovanniiiiii….. vétt a pijà lu piatt!”, grida, sottile e acuta. Ultimamente si è evoluta, per l’esterno usa un microfono con un altoparlante: “Andonioooooo…. Muovi il culo che si fredda la pasta!… “. Se vuoi il flambè te lo devi fare da solo: ti prendi il vassoio con le belle trote arrostite, i “prosperi”, e dài fuoco alle polveri. Tutto un altro sapore, a vederti svaporare la trota sotto il naso. “Giangarlooooooooo….!!!! Ma mo pure lu cane te sci purtat’? Mittil’ esso fòri se no non te faccio magnà né a te, né a lu can’!”. Tutti ridono, ma Assunta non lo dice per far ridere, è serissima. Qui le donne sono le regine: e se c’è una signora anziana, lei la coccola e a volte la serve di persona. Tutto ruota intorno alla locandiera, sapore antico, sapore di passato. Assunta non si arrende. Vive ancora sulla costa, viaggia tutti i giorni, ha riaperto “tagliando fuori” la zona danneggiata: l’enorme camino del vecchio Pellicola non ha retto, così è stato isolato dal resto della sala con un muro. Un paio di stufe a legna, non è cambiato granché. La neve, i ruscelletti, l’acqua della fontana… c’è aria di casa com’era prima, prima… … PRIMA.

Esco da lì e ho la meravigliosa sensazione di poter fare quello che facevo PRIMA: passeggiata in centro, caffè al Bar Nurzia, giro sotto i portici, casa mia. Luci calde, cappotti, la mia gente, così scorbutica ma “mia” perché è come me.

In certi posti il terremoto si è fermato dietro a un muro come quello di Pellicola, un muro che isola le zone impraticabili e lascia aperte le altre. Non ha cercato spazi nuovi e nuove luccicanti realtà consumistiche, si è affiancato alle macerie, dolcemente, pazientemente, docile come un mulo di montagna. In certi posti senti che puoi abituarti a convivere con le parti crollate, fingendo di non vederle, puoi guadagnare terreno a poco a poco, aggiustando mattone a mattone. In questi posti il terremoto è nascosto, isolato, cementato, rimosso, murato dietro. Sono i luoghi di chi è rimasto pur senza grandi mezzi, di chi ha scelto di continuare, perché non potrebbe stare in nessun altro posto che questo, e se ne infischia di promesse che non verranno mantenute: la zona franca sono loro. Solo in questi posti puoi dire che “il fatto” non è mai successo, anzi è successo ma chi se ne frega. E solo qui senti la voce di Fulvio che tuona come il primo giorno: “Pe’ fermamme, ju terramotu…. ME TÀ CCÌE!”.

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lettera a un amico

Adriano Di Barba

caro amico mio,

un anno fa, in questo giorno, ci siamo guardati negli occhi per la prima volta. Prima d’allora avevamo scambiato solo messaggi e parole sulla “rete”, che avevamo condiviso. L’8 dicembre del 2009, guardandoci in faccia, ne avemmo la conferma: eravamo sulla stessa lunghezza d’onda.

L’occasione era fornita dalla prima, gioiosa occasione che ci eravamo presi per affermare il possesso della città: fare l’albero di Natale in piazzetta Margherita. L’idea era nata da un passaparola su FaceBook e aveva preso corpo, con entusiasmo crescente, grazie alla volontà, al lavoro e al contributo e allo sforzo organizzativo di tanti.

E, accanto a voi, aquilani residenti, c’eravamo anche parecchi di noi, aquilani migrati, aquilani acquisiti, nuovi aquilani, simpatizzanti aquilani, ….eravamo “tutti terremotati”, nell’anima, se non sulla pelle; tutti venuti lì appositamente, per testimoniare che “evviva! finalmente, si torna in città!”

Mettevamo palline sull’alberello, sotto l’obiettivo delle telecamere (tante  e anche “importanti”), col bicchiere di vino in mano, tra un canto e una lacrimuccia, fiduciosi che “qualcosa si potesse fare, finalmente”, che quell’albero di Natale non  fosse che “il primo passo” per un ritorno stabile, “il prossimo anno, l’Albero,  a Piazza Duomo!”

Fu lì, tra una chiacchiera e l’altra, sotto la pioggerella gelida, che mi chiedesti:” … secondo te, adesso che possiamo fare per proseguire?”. Mi ricordo la risposta che ti detti:

“RIAPRIRE LA CITTA’”.

L’unico modo per non rassegnarsi a starsene in periferia, in c.a.s.e e c.a.s.e.t.t.e. e far marcire questi muri, queste case. Riaprire la città: Uno slogan che unificasse la volontà di tutti, un tormentone che indicasse un obiettivo e una strategia comune.

E da lì si susseguirono le altre domeniche di inverno e di primavera: “le chiavi di casa sulle transenne (RIAPRIRE)”, “l’ingresso a Piazza Palazzo abbattendo la ridicola resistenza militare (RIAPRIRE)”, le domeniche delle carriole (SGOMBERARE PER RIAPRIRE), le “cartoline da L’Aquila” (IMMAGINI DI COM’ERA,  QUAND’ERA APERTA).

Guardo in rete le foto di oggi: le stesse palline, gli stessi addobbi, forse pure quelle che portai io, che vengono appese alle transenne, alle macerie, ai puntelli. Come se si potessero abbellire, accettare, integrare nel clima natalizio.  E sul fondo delle immagini, gli stessi o altri cumuli di pietre e di monnezza, gli stessi odiosi cessi Sebach, i cartelli di divieto di accesso per “Edificio pericolante”, i teli di plastica che dovevano proteggere i muri dalle intemperie e che invece penzolano e sventolano beffardi e inutili, monnezza su monnezza su monnezza.

Che tristezza, amico mio!

Non c’è nulla da festeggiare, altro che albero di Natale! Le carriole piene di pallette colorate portate davanti ai ruderi sono un insulto, una beffa. Il pensiero che tutto stia marcendo alle intemperie, che i balconi crollino per essersi macerati dopo 20 mesi di acqua, sole e neve,  e dopo la sedicente “messa in sicurezza”, è insopportabile. Il sospetto che tutto questo rientri in una “strategia” di chi vuole acquisire a prezzi stracciati solo ruderi, basta aspettare un po’ , per farne occasione di grossi vantaggi tra qualche tempo, che i saldi stiano per iniziare, è insopportabile.

RIAPRIRE LA CITTA’: serve ancora? Qualcuno lo vuole ancora?

Per me, resta un insopportabile “chiodo fisso”.

Buon Natale amico mio.

(dedicato a Max P. e a tanti altri che “c’hanno creduto”)

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La craniata 

Luisa Nardecchia

Quel malaugurato lunedì vi cade dalla finestra della C.A.S.A. un asciugamano che avete precariamente cercato di mettere ad asciugare alla meno peggio, non disponendo di un balcone. E’ sera, fa il solito freddo, naturalmente piove e così decidete di scendere a raccoglierlo: non vi va di lasciarlo lì, fa squallido, fa degrado. In quel momento pensate che è importante non perdere mai il rispetto di voi stessi, la vostra dignità. Vi sentite buonissimi, in quel momento, davvero delle brave persone, mica solo i Veneti sono brave persone, pure voi Abruzzesi. Una scena commovente, sottofondo di violini e fazzoletto.

Scendete le scale, siete soddisfatti, pronti a tutto, in nome della difesa della vostra dignità. E’ sera, fa il solito freddo, naturalmente piove e sapete già che per raccogliere il vostro asciugamano dovrete fare i conti con 4 biciclette parcheggiate stese a terra nel ballatoio, inchiavardate al passamano delle scale più o meno dal 19 settembre e fino a data da destinarsi, presumibilmente ferragosto 2011. Piove, è buio, fa freddo e così, nel passare tra le 4 biciclette, inciampate e sbattete violentemente il vostro dignitosissimo e abruzzesissimo cranio a una trave delle scale…

… … … …. … … … … (I puntini di sospensione si chiamano OMISSIS e servono a suggerire qualcosa che viene detto in quel momento dal protagonista della storia, qualcosa che l’autore, per qualche strano motivo, non vuole riportare) … … … … … …

Al posto dei violini ora sentite le campane e gli uccellini, barcollate, scalpicciate tra i raggi delle biciclette ma restate in piedi come Rocky, non vedete nulla come Rocky, vi viene da dire ADRIANAAAAAAA come Rocky, ma in realtà serrate i denti come Willy Coyote sotto il pezzo di montagna staccatosi dal Gran Canyon proprio sulla vostra testa.

Le ruote delle biciclette girano ancora… Zzzzzzzzzz…. Zzzzzzzzz……  Girano anche altre cose, ma voi vi tirate su, raggiungete il passamano e guadagnate le scale. Trascinandovi raggiungete finalmente il portoncino di casa, entrate, vi buttate sulla sedia, togliete la mano dalla fronte … Porc… …. …. …  Ghiaccio, alcol, cerotto, letto.

Il giorno dopo vi sentite un po’ ubriachi, ma impavidi come Fantozzi dite: “Sentito… NIENTE” e decidete di andare a lavoro. Il corno spuntato sulla fronte esige qualche stratagemma allo specchio: un bel ciuffo di capelli lungo tutto il lato sinistro, matita nera sotto gli occhi. Risultato: sembrate una EMO a cinquant’anni. E in effetti l’umore è lo stesso e le intenzioni pure, manca solo qualche borchia e la scritta Tokyo Hotel.

E così passate tre giorni in questo stato, facendo finta di nulla e meditando il da farsi. Cercate un colpevole. Oscillate tra il desiderio di un confronto a viso aperto e la voglia di un attacco muso duro. Chiedete conto a qualcuno della regolamentazione degli spazi comuni del progetto C.A.S.E. e come risposta ottenete la stessa pernacchia di Totò ai nazisti del film “I due marescialli”. Pazienza. Vi dite che da oggi in poi starete più attenti. “Ogni mattina in Africa una gazzella inizia a correre eccetera eccetera”. E corriamo…  In Africa… Va bene. Ok.

La domenica successiva vi sentite quasi fuori pericolo, ma prudentemente restate ancora chiusi in casa, giocherellate un po’ al pc. Vi imbattete  in 61 commenti di Facebook da parte di alcuni vostri concittadini pruriginosi. Si chiedono se gli abitanti delle CASE pagano le bollette. Si chiedono perché loro sì e le CASE no.

E non capite più.

E la vera craniata è quella.

E l’altra che avete dato alla trave non è niente, al confronto.

E non sapete quale delle due sia più assurda.

L’Aquila chiama l’Italia.

“L’Aquila chiama l’Italia.”

Speriamo che chiama pure L’AQUILA…

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Quel che è stato

Anna Guerrieri

Mi chiedo se usciremo mai, mai da questa nebbia di parole e opinioni. Se riusciremo a sollevarci dalle migliaia di pagine scritte, a uscire fuori per davvero dalle immagini, dalle interviste, dalle discussioni e dai dibattiti.

Mi chiedo se torneremo veri, reali, in carne ed ossa.

O forse questo è il vero prezzo da pagare in una catastrofe che cambia la vita di tanti, troppi. Questo. Questa politica fatta di teorie, che passa sopra le teste di troppi, che dimentica la realtà e che si fa fine a se stessa, alle proprie lotte, alle proprie guerre.

Leggo, ascolto, sento. Che siamo stati un set cinematografico. Che siamo stati “pecoroni”. Che forse siamo stati anche collusi e incapaci. Che non abbiamo saputo fare. Nè la ricostruzione, nè la protesta.

Leggo, ascolto, sento. Che siamo diventati una classifica. Un fatto mediatico. Un fatto politico. Un’arena, un agone, un modo per discutere.

Leggo, ascolto, sento.

E mi sembra che la verità vada piano piano perduta, assieme all’umanità delle storie vere e solide.

Assieme al lavoro che è stato fatto e che quasi quasi non viene neanche più visto.

Il lavoro doloroso di chi ha provato a rivivere. Che importa ormai, intanto chi ha dato ha dato.

Il lavoro doloroso di chi si è arabattato. Di chi ha traslocato più volte. Di chi ha parlato. Di chi si è preoccupato. Di chi è stato in tenda e fuori della tenda. Di chi ha messo su i campi-scuola, di chi ha fatto compagnia, di chi ha scritto, di chi ha narrato, di chi ha criticato e di chi invece trovava giusto e in buona fede.

L’umanità di chi ha cercato sin dopo il primo minuto. Di chi ha chiamato. Di chi si è disperato.

Di chi è tornato sul posto di lavoro nonostante lo shock. Ignorato nello sforzo spesso anche dai propri colleghi di lavoro che credevano di capire e non capivano. Perchè non c’erano stati. Lì, in quel punto preciso della vita e della morte.

Di chi ha fatto avanti e indietro.

Di chi ha vissuto attanagliato dal dubbio di cosa fare e come farlo.

Di chi ha avuto figli da traghettare.

L’umanità.

Sento dire di noi di tutto e di più. Da quanto siamo costati a quanto non ci siamo ribellati. Sconfitti sempre. Per prima sconfitti da chi tecnicamente è “con noi”. Sconfitti. Imbelli. Incapaci. Vittime e colpevoli in quanto tali.

Io mi aggrappo a ciò che è stato. Convinta che la verità sia lì. Tutta in quei minuti in cui erompe il vero terremoto, arriva la vera morte, infuria la vera sete di vita. Convinta che eravamo veri lì e da lì dobbiamo trarre lucidità e forza.

Forse non per ottenere grandi cose, ma per avere un briciolo di sincerità personale. Un briciolo di umanità di nuovo. E per non diventare un “dato”.

Non posso che applaudire al lavoro fatto fin qui. Ai tanti che si sono messi a disposizione. A chi ha lavorato. A chi ha sistemato casa perchè c’è riuscito. A chi ha preso decisioni nella propria vita e fatto del bene ai suoi. A chi ha dato una mano. A chi ha criticato e lavorato perchè le critiche divenissero azioni positive. A chi ha creduto in quel che faceva e l’ha fatto per bene.

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l’infinito silenzio dei cortili

Francesco Orifici

Nonostante presumibilmente questa sarebbe stata l’occasione “legale” e autorizzata per poter finalmente scattare delle foto in “Zona Rossa”, anche questa volta era prevalsa in me la tentazione di fare solo il mio “lavoro” e di utilizzare la macchina fotografica dell’Organizzazione, senza neanche tirare fuori dallo zaino la mia.

Eppure era pronta , da almeno una settimana, con la batteria carica, la scheda di memoria vuota e tutte le lenti ben pulite. Ma forse lo era da un anno e mezzo, lo era tutte le volte che ero stato a L’Aquila e avevo sentito il richiamo di quelle piazze e quei vicoli di cui ancora sentivo i profumi, quello della falegnameria Aleandri, quello del calzolaio a Piedi Piazza, del forno di Trippitelli o del pecorino del mercato di Piazza Duomo.

Non so se una sorta di pudicizia è stata in tutto questo tempo maggiore della paura di vedere perduti tutti i miei ricordi di bambino, ma se non avessi sentito al telefono Adriano, forse anche questa volta la mia Canon sarebbe rimasta nello zaino e mi sarei accontentato di vedere le foto scattate da altri.

Ho uno strano rapporto con la Fotografia, scatto foto per giorni, poi magari per sei mesi lascio tutta l’attrezzatura inutilizzata; poi, ogni tanto, sento che qualcosa si sveglia dentro di me e mi dice di andare a cercare il bello in quello che mi passa attorno e di fissarlo per sempre, rendendolo visibile a tutti.

Forse il punto è proprio quello: per me non c’è Fotografia se non c’è ricerca ed esposizione del bello, dunque come si fa a cercare il bello là dove si è consumata una tragedia?

Non conosco altro modo di fotografare e tutti i più grandi fotografi che mi hanno sempre attratto con le loro immagini, anche se in corso di reportages in territori di guerra o nei peggiori disastri naturali, hanno sempre mostrato la realta’ secondo i loro personali canoni di estetica. Cercando ed esponendo , per l’appunto il bello, o creandolo per quanto possibile, con espedienti tecnici.

Non ne sono mai stato capace in tutti questi mesi, lascio a voi giudicare il lavoro che ne è uscito fuori, dal camminare in una città deserta e innaturalmente silenziosa, in cui gli unici frequentatori sono i cani che ho incontrato per strada ed i gatti che si godono l’infinito silenzio dei cortili.

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protezione civile… effetti collaterali…

Maria Francesca

“… mia sorella ha avuto lo sfratto esecutivo dal progetto C.A.S.E., perchè hanno dato l’agibilità in Chiassetto degli Ortolani, in mezzo alle macerie.

Mi chiedo come sia possibile…. tutti, dico TUTTI le dicono “signora ha ragione, ma il decreto parla chiaro”.

Ahh…. dimenticavo: contratto disdetto con la casa del chiassetto.
Praticamente se in questi giorni la sbattono fuori, è senza fissa dimora….

Ahh dimenticavo: salute cagionevole del marito e disturbi post terremoto delle due creature.

…. me sta’ a veni l’ulcera….

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il percorso magico

di Luisa Nardecchia

Anni Ottanta. Il mio amico Massimo Alesii mi porta al colloquio con Stefano Vespa. Ho vent’anni, sono nervosa, non so come pormi. Il dialogo è secco, deciso, breve, e sono dentro: “RADIO L’AQUILA – 103 MHZ”. Un mito. Un mito un po’ in discesa in verità: gli anni d’oro erano stati i Settanta, ma per me quella redazione era il massimo.

Da quel giorno iniziò il percorso magico, cioè il tragitto che facevo per andare in trasmissione. Parcheggiavo a Piazzetta Chiarino: macchine ammucchiate, disordine, mi ricavavo un posticino vicino al meccanico. Non c’erano strisce blu, non c’erano parchimetri, solo strisce bianche, ma era come se non esistessero. Lasciavo lì la mia 126 beige di terza mano (tappezzeria verde e volante momo) e andavo “in Radio”. Farfalle nello stomaco, mi caricavo per via, usando come personal-trainer le strade, un percorso sempre uguale, un rito scaramantico che mi metteva in sintonia con il mio mondo, sia quello dentro che quello fuori.

Da piazzetta Chiarino approcciavo via San Martino, in discesa. I muri stretti ai lati mi davano energia e mi proteggevano, e i sanpietrini lucidi e tondi sotto le scarpe mi costringevano ad andare piano per godermi lo spettacolo. Se pioveva poi, l’odore dell’aria si faceva intenso, pregno dell’umidità dei muri antichi. Un pensiero al mio amore, poi svoltavo a sinistra, su Via ed Arco dei Veneziani, un piccolo tratto, una giravolta, e il Chiassetto del Campanaro era lì, stretto stretto che sembrava un viaggio nel tempo, un piccolo tubo da cui sbucare a fatica, come a nascere ancora. Subito un gesto scaramantico: guardare in alto il mascherone che caccia la lingua, strizzargli l’occhio ogni volta, per non averlo contro durante la diretta.

E poi giù, mi tuffavo in via Accursio. La casa di Buccio, con la lampada appesa, nera arrugginita sempre uguale, che mai si muoveva neanche col vento. Camminavo attaccata al muro, perché le macchine in salita andavano veloci. Che strada! I palazzi antichi ogni tanto li trovavo con i portoni socchiusi, e sbirciavo dentro, a guardare quegli orti magnifici, gli orti aquilani, o i cortili col pozzo e la carrucola.

Il tempo sembrava essersi fermato in quelle crepe, stasi serena di un orologio immobile. La bottega del sarto era perfettamente inserita nel quadro: lui sempre a cucire con la sedia mezza e mezza, due gambe sulla strada e due dentro, a prendere un po’ di luce dalla strada (l’interno era ancora più buio); e lui lì, con gli occhiali sul naso, cuciva pantaloni da uomo.

Ci buttavamo uno sguardo indifferente: in tutti quegli anni non ci siamo mai scambiati un saluto, all’aquilana maniera ci ignoravamo. Il sarto era sempre sintonizzato sui 103, aveva il volume al massimo per via del fatto che sedeva mezzo fuori, e quando passavo sentivo i nostri jingle fatti in casa: lui sapeva che ero io “la voce”, aveva certamente collegato il mio passare con l’inizio della trasmissione, ma mai un cenno, mai una parola, né mia, né sua. Poco dopo la muta tappa della sartoria, il portone del n. 10, lui, il “mio” portone.

Il cortile interno, il porticato dall’intonaco un po’ scrostato, la targa piccolina RADIO L’AQUILA, null’altro da vedere, perché il cuore era già dentro: due scale da scendere, una piccola porta di vetro smerigliato e ferro battuto e… odore di muffa, nuvole di fumo di sigaretta, ero dentro! La magia delpercorso magico si fondeva tutta in quel piccolo scantinato che per me era il mondo dei sogni, un paradiso sistemato dentro un altro paradiso. Sala di registrazione, cuffie, prova microfono, Tony con la faccia da indiano fa il solito cenno impercettibile con gli occhi sornioni e… “VIA” … parlavo alla città. Leggevo pezzi miei. Preparavo meticolosamente trasmissioni a tema sulla città, ripercorrevo la toponomastica e raccontavo storie antiche.

Nella mia mente parlavo al sarto, ma sapevo che erano in tanti a sentirmi. Un giorno una signora telefonò dopo la trasmissione (mai successo) per fare i complimenti. Usciti dalla sala di registrazione, Tony (rompendo appena appena, con l’angolo della bocca, la sua espressione perennemente immobile) lo raccontò a Renato: “Oh…. Ha telefonato una… pe’ ddì che jìè piaciuta la trasmissione…”. E Renato, dopo un attimo di perplessità, replicò fissandomi stupito: “E chi era????……. zzìeta????”, suscitando l’ilarità generale, inclusa la mia. Eh sì, lo trovai delizioso. Perché il quadretto, dal percorso magico alla battuta di Renato, era proprio perfetto. PERFETTO.

Questo è L’Aquila. Che nessuno alzi mai la testa dalla mischia. Che nessuno cresca sulla squadra. Così si vince. Questo è la mia L’Aquila. E solo chi è “dentro”, chi ce l’ha nel sangue da generazioni, può capire a fondo questa piccola storia.

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loro non scrivono  ….. voi fate girare

Dario Sardella

Ieri mi ha telefonato l’impiegata… di una società di recupero crediti, per conto di Sky.
Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009.
Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno, causa terremoto.
Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.
Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere, poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.
Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in
selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio, mi sale il
groppo alla gola.
Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a
raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.
Le racconto del centro militarizzato.
Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio.
Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati.
Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.
Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire.
E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere.
Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte e ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile.
Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da
soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro
mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto.
Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.
Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma.
La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso.
Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio o un bar.
Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro
terra lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti
che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo.
Le racconto di una città che muore e lei mi risponde, con la voce che le
trema.
” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non
potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi.
Dovete dirglielo, chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Loro non scrivono…voi fate girare.

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“…… Sono tutti e tre tornati all’Aquila…. in una stessa casa con la loro tata ucraina come prima del 6 aprile.

Mio padre e mia sorella hanno fatto un colpo di mano e addomesticato gli eventi contrari affittando un grande appartamento trovato per caso, sopra “……”.
Mia madre è stata recuperata oggi.  Suo commento ‘a caldo’: ‘mi sento spersa, è troppo grande, una cosa va fatta da una parte, una da un’altra. Mi sento confusa, mi devo spostare da una stanza a un’altra‘……
(dopo 14 mesi di esilio in albergo sulla costa)
(G.C.)
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una voce, 18 mila voci dalle c.a.s.e…..

….. Stanotte sono stata malissimo, forse mancava l’aria in “casetta” e così mi sono svegliata che mi girava la testa. Ho aperto la finestra e dopo un po’ sono stata meglio. Ho pensato tante volte a una casa in affitto, non credere che io sia una sprovveduta. Ma bisogna aspettare che le “B” rientrino nelle loro case; al momento non c’è scelta, qualsiasi cosa io abbia trovato era roba in muratura (che fa rima con paura) o fatiscente o sporca o troppo, troppo lontana.

Il film dell’ “intellettuale in campagna” con i cani e i gatti non è certo neorealismo italiano, lo inserirei più nella fantascienza. Le mie condizioni psicologiche non mi consentono l’autonomia necessaria a quel copione. Qui c’è una muta condivisione della sofferenza. Ti affacci e sai che questi disgraziati stanno come te e se hai bisogno e suoni un campanello qualcuno ti apre e ti porta in ospedale. Non esiste vicinato, ma c’è la solidarietà dei prigionieri di guerra. Neanche ti saluti al mattino, ma se senti un pianto subito ti affacci a vedere se qualcuno ha bisogno di aiuto. La notte è muta. I lampioncini disegnano luci disneyane sui prati appena seminati, sui cercys appena fioriti, e sembrano i colori con cui le pompe funebri dipingono i morti.

Ma se esce il sole al primo pomeriggio, escono tanti bambini, così tanti che ti chiedi dove li abbiano nascosti per tutto l’inverno, come li abbiano fatti tacere per tutti questi mesi. Pensi a ‘Useppe della Storia di Elsa Morante, o al piccolo di Benigni nel “La vita è bella”. Li guardi dalla finestra, e preghi dio, se esiste, che non si abituino a questo nulla, che si rialzino.

Li guardi, guardi nel quadrato militare del cortile chi torna con le buste della spesa, nessuno ride, vanno sempre con un incedere che non ha più guizzi di entusiasmo. Guardi tutto questo e dici “questa è la mia gente”.

E non vuoi andartene, non vuoi preservarti da tutto questo, qualcosa te lo impedisce. Certo, potrei giocare a fare la ricca donna di campagna con i suoi libri, i cani stesi sul tappeto davanti al camino acceso. Potrei anche permettermelo. Ma antiche romaticherie o chissà cosa mi portano ad affondare con la nave. Piuttosto valuterei l’ipotesi di trasferirmi altrove, il che non è escluso. Ma se sto qui, se resto qui, devo dividere la sorte degli altri.  Sai, noi della scuola viviamo in questo piccolo mondo antico fatto di piccole vedette lombarde e tamburini sardi. Romanticherie ottocentesche in cui crediamo fortemente ci portano a credere che proprio chi ha delle responsabilità deve farsi servo dei meno fortunati.

Ieri ho accarezzato mentalmente i miei libri con le poesie di Edoardo Sanguineti. Sembra un’eresia, con quello che succede, dire che soffro fisicamente la mancanza di quelle pagine, ma ieri è stato così. Perché Sanguineti è morto e leggere qualche verso per me significava farlo vivere ancora. Avidamente ho cercato su Internet, ma nessuna di quelle mie amatissime. Solo pochi frammenti sparsi.

Tu hai ragione su tutta la linea, tutti i carriolanti hanno ragione, ma io non ho torto. Da dove prendono tutta quella forza? Sempre di più assimilo inconsciamente la situazione a quella degli ebrei. Io sarei certo morta in un campo di sterminio, troppa pietas rende fragili, vulnerabili. E non riesco a farmi crescere il pelo sullo stomaco, non ce la faccio.

Quanto a me, l’esercizio convinto della non-violenza gandhiana mi porta a tenermi lontana dalle manifestazioni di protagonismo di alcuni.

Credimi, ho provato di tutto, ho provato tante volte a formare un “movimento di massa” di protesta non-violenta basata sulla non-collaborazione. L’obiettivo era fare ostruzionismo passivo. Non gesti plateali, ma resistenza muta e compatta: non comprare certe cose, non andare in certi posti, definire strategie collettive. Ti sei mai chiesto perché è bello il flash-mob? Perché tutto si ferma, e tutti sono uguali nella loro immobilità. E tutti appartengono a una setta segreta, solo chi fa il gioco capisce, gli altri no. Ecco.

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Ormai mi guardano come si guarda una pazza. E forse lo sono, forse lo sono.

(N.)

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Potrete capire come vivono i nostri giovani, senza punti di ritrovo o di riferimento. Senza bussola. Scombussolati. Hanno detto loro di andare nei centri commerciali, come ai vecchi in estate.

I centri commerciali risolvono tutto. Risolvono il caldo risolvono il freddo risolvono la fame il sonno il terremoto. Ti vendono da bere, da fumare, da sgranocchiare, da dimenticare. Ti vendono un’illusione di città da Truman Show.

E tra poco uscirà un masterplan in cui grandi spazi pubblici saranno lottizzati da grandi società e ci faranno fare la tessera per entrare dove prima era spazio libero per camminare.

E noi la tessera non la faremo. E vivremo come topi nelle macerie, a caccia di fotografie, a raspire tra i sassi, per distinguerci da quelli che entrano con le tessere in spazi lottizzati che prima erano liberi. Così passerà una generazione e poi un’altra e poi un’altra ancora. O topi tra le macerie, o attoniti acquirenti. O carriolanti o carrellanti.

Nella nostra città dove non c’è scelta tra queste due cose, faremo da modello al futuro su ciò che NON si deve fare dopo un terremoto sotto una città. Che non accada mai più.

Ma nessuno ci ascolta.

Luisa Nardecchia

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…la “mia” L’Aquila

Maria Piera D’Alessandro

“Aprile è il mese più crudele”: è l’apertura del poema di T.S.Eliot “La terra desolata”.
Questo incipit s’è insinuato nella mente di chi scrive da alcuni giorni, da quando una netta sensazione di disagio si è lentamente impadronita della sottoscritta.
Disagio che è aumentato col passare dei giorni e che mi ha messo di fronte ad un’ulteriore conseguenza del terremoto: una parte di me “sa” che si sta avvicinando il 6 aprile, anche senza calendario senza che nessuno glielo ricordi – io in primis. Questa parte di me si comporta come il nostro gatto: alle 7 di mattina si mette davanti alle camere da letto e ci sveglia tutti. E con l’ora legale ha spostato automaticamente il “suo” orario. Come faccia non si sa, ma è un orologio svizzero. Anch’io ho il mio orologio svizzero e anch’io ho il mio mese più crudele. E anch’io ho la mia ora: 3.32.
L’Aquila, la città in cui sono nata e cresciuta, ma non diventata adulta, ha smesso di vivere allora – per me. Quella che esiste ora è qualcos’altro. Io sono qualcos’altro.
Si leggono spesso testimonianze di chi ha vissuto il sisma in prima persona, di chi sta ancora vivendolo. Poco si dice di coloro che hanno perso L’Aquila due volte: quando sono andati via, percorrendo altre strade – lavorative e di vita – e il 6 aprile 2009.
Ho spesso immaginato noi terremotati come i circoli d’acqua che si formano al lancio di un sasso nello stagno. Il sasso è “ju tarramuto”. Il primo cerchio sono le persone che non ce l’hanno fatta, quei 309 che sono affogati insieme al sasso. Nel secondo cerchio ci sono quelli che sono sopravvissuti. Nel terzo ci siamo noi, gli outsider, quelli che il terremoto l’hanno vissuto da fuori.
Quelli che quasi si sentono in colpa di non essere stati lì, che possono esprimere il proprio dolore, la propria perdita sempre in seconda battuta, quasi per rispetto e pudore nei confronti del “secondo cerchio”.
Siccome faccio parte del terzo cerchio, so che le fasi del dolore, della perdita e dello sgomento non ci hanno risparmiato, so che una cosa del genere ti cambia, anche se la terra sotto i tuoi piedi ha tremato di meno, anche se la casa in cui abiti è intatta e la vita, il giorno dopo, continua come se nulla fosse.
Non ci si può dedicare al dolore in maniera totale perché quello che è successo “lì” non ha intaccato il ritmo lavorativo e quotidiano del tuo “qui”. Certo, tutt’intorno c’è partecipazione per la tragedia, ma le scuole sono aperte, i figli continuano ad avere le loro attività, i tuoi colleghi hanno bisogno di te. E allora il dolore, lo sgomento, la rabbia, la frustrazione bisogna centellinarli e condividerli con altri sentimenti più normali e meno estremi.
Non so se questo sia un bene. Noi “fuori” non abbiamo avuto la possibilità di disperarci, di piangere per giorni, di vivere fino in fondo il dolore, di arrivare alla fine del tunnel. Noi siamo ancora “dentro” il tunnel e ci metteremo molto tempo prima di vedere la luce.
Anche il voler aiutare in qualche modo, dalla nostra posizione privilegiata (?), è fonte di frustrazione. Poter far poco e niente e vedere, magari con occhio più obbiettivo ed oggettivo, una città che si sta ripiegando su se stessa.
Forse la chiave di tutto è l’accettazione: accettazione della propria emarginazione, accettazione della tragedia umana e sociale, accettazione di aver perso anche quella minima speranza di poter un giorno far parte nuovamente della città così com’era.

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mezzacucchiara

Stefano Cencioni

Sono un cittadino amante di questa città e unito al Popolo delle carriole porto la mia carriola ogni Domenica tranne Domenica 28, una carriola vecchia sgangherata, che è servita a mio padre a me per ripartire, ha un colore grigio di cemento impastato con dolore, lacrime e diverse imprecazioni; la porto da tempo al centro a Piazza Duomo, il grigio si è trasformato in marrone il colore della mia terra, non ha colori politici, mi metto un casco giallo l’ho utilizzato per entrare a casa mia crollata , nella mia città crollata, nella città che è una striscia di Gaza; dal 14 Febbraio ho tolto un adesivo, ho messo il colore nero verde e non lo toglierò mai più. Amo scavalcare le barricate come singolo come singolo entro come un lupo nella mia città. La carriola mi ha unito ad altri, anche ad altri colori altre idee. Io ho le mie quando entro. Mi piace far parte di un coordinamento perché c’è qualcuno che coordina ma alla fine capisco che è l’assemblea che decide..ancora non capisco come si faccia ,penso tra me e me, “se l’idea è buona si ha un consenso popolare la Domenica se è l’idea non piace non va nessuno. Ok ci sto può essere giusto”. In assemblea prendo la parola qualche volta e mi rendo conto di volerla condividere non di stupire o trovare il consenso in assemblea La condividi punto e basta. Non capisco ancora la carriola, io la mia vecchia la conosco, le atre non troppo e ho la sensazione che qualcuno ci abbia messo il copyright, mi dico..anche se fosse solo una sensazione meglio dirlo che porti una carriola e apriti cielo, qualcuno mi fa notare che non è d’accordo perché si rischia di disunirci…riguardo a cosa?! L’Aquila o le Carriole, le macerie o il Parco!! ; mah non capisco, le macerie, le stanno togliendo, certo, si poteva fare in una maniera diversa, forse più partecipata ci sono persone serie brave, tecnici , poi mi dico però forse ci sono problemi anche di salute pubblica i topi girano forse le vogliono togliere così celermente perché si va verso il caldo?!!, perché ci sono le elezioni forse o perché è “oh bussiniss” come dicono in altre parti?!!….bla bla …non mi so rispondere. Intanto penso a me, non ritrovo nella mia città 60000 persone all’appello gente forse vogliosa di fare qualcosa, forse paurosa, tante volte stanca, e penso che tante volte che forse la terminologia usata il “modus operandi”può essere un deterrente per aggregarsi, però confesso se entri come aquilano e ti scordi di certe cose e non sei attaccato a dei pregiudizi conviene prima conoscere e poi decidere e ripenso ad una frase di una persona, un futuro medico “dove sono gli aquilani..gli basta questo?!”, è la stessa frase che ho nella testa da tempo!!!

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…QUANDO MI DARANNO UNA CASA …il sogno di una “trusciante” 18 marzo

quando mi daranno una casa, la prima cosa che farò, sarà chiedere alla mia famiglia (marito e un figlio pennellone) di andare a dormire tutti nel bagno, così staremo stretti stretti come in questo ultimo anno, prima in roulotte e poi in una stanza di albergo. sai com’è, non bisogna perdere l’abitudine. dovessimo abituarci agli agi…sarebbe pericolosissimo. per non perdere l’abitudine di sentirmi una trusciante ingrata a spese dello stato, poi, mi fermerò davanti ad uno dei numerosi supermercati delle periferie cittadine, e con un bicchierino di plastica rotto, in mano, chiederò oboli di varia natura…non so, un po’ di sapone, un pezzo di pane, un paio di mutande…tornando a casa con magro bottino, poi, cercherò in rete la fotografia di uno di quei palazzoni di budapest, quelli del socialismo realizzato (ma vanno bene pure quelli di tor pignattaro), un serpentone di cemento nella periferia degradata, magari quando piove; ne farò una gigantografia, e tappezzerò le pareti del mio mappetto di legno numero 58. Così ogni volta che vorrò lamentarmi per il brutto nel quale ho deciso di restare, potrò pensare che qualcuno che vive peggio, al mondo, pur con una casa sopra la testa, ancora c’è.
quando mi daranno una casa, forse a pasqua, farò la spesa in una bottega di san demetrio, perchè ancora ce ne sono in quel paesetto, e cucinerò un minestrone. mi piacerebbe farlo come le signore della pubblicità: bello, profumato, caldo, con vicino mio marito che, mentre tiro su il mestolo per assaggiare se va bene di sale, mi dà un bacio sulla guancia, felice. e io socchiudo gli occhi, guardando il mio pennellone capellone che, garrulo, gioca con giocattoli di legno (atossici).
quando mi daranno una casa aspetterò che tolgano le tonnellate di fango davanti e che chiudano il cantiere definitivamente, e sul prato finto, aspettando primavera, scenderò a piedi nudi, carezzando le margherite. aspetterò che una aureola accenda i miei capelli lunghi e castani (ecstenscion colorate), e sorridendo, con la testa leggermente inclinata da un lato, guarderò la mia gatta che dalla finestra, gioca con una farfalla.
e non mi lamenterò più. e farò parte del partito dell’amore, aspettando le conclusioni di winnie the pooh. amen.

M.L.S.
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L’Aquila, 25 gennaio 2010

M: ……Stamattina, visto che dovevo andare per uffici, ho fatto un giro, non in piazza Duomo ma verso il lato ovest. Sono arrivata al centro commerciale, ho fatto spesa e comprato un paio di scarpe (GEox linea bambini!!!).

Sento la mancanza fortissima di strade da camminare a piedi, vetrine da sbirciare, di chiacchiericcio di gente… all’aperto.

Ho capito perché la gente si riversa a qualunque ora del giorno e della sera a L’Aquilone.
E’ vero che abbiamo una gran capacità di conservazione e di adattamento, ma non so quanto tempo si possa reggere una vita così. L’Aquila è un puzzle esploso. Oltre che la ricostruzione del centro storico sarebbe opportuno lavorare sui collanti, quelli quotidiani, piccoli, ma indispensabili per una vita minimamente proiettata oltre le mura della propria casa.

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…la ricostruzione di ……M.D., 23 gennaio

…..Io il mercato lo rivoglio, e tanto! Odio comprare la frutta e la verdura nei supermercati. Rivorrei tanto i miei fornitori del mercato generale, con la signora che mi trattava come fosse mia nonna… la mamma del fruttivendolo che conosce mio figlio da che era nella mia pancia… Però mi chiedo: perché non al parco del… Castello, o alla Villa Comunale, o alla Fontana Luminosa o persino davanti a Collemaggio?

Il mercato nella zona dove peggio si imbottiglia il traffico automobilistico, dove non ci sono aree di parcheggio, in un punto della città che è sempre stato solo ed esclusivamente un punto di snodo viario (a parte i campi di atletica)… il senso sociale dell’operazione mi pare quantomeno contraddittorio, quello di logica urbanistica ancor peggio. La malafede potrebbe farmi pensare che si faccia di tutto per allontanarci dal centro storico, o che quanto meno non si faccia assolutamente nulla per riavvicinarci. Gli è proprio piaciuta Piazza d’Armi alla Protezione civile…

….Mi scandalizzo che si lasci fare, ancora. Ieri sera qualcuno (indovina chi?) mi spiegava che la dislocazione del mercato a Piazza d’Armi era prevista già prima del 6 aprile, e me ne sono stati spiegati i motivi. Se quei motivi potevano avere una logica prima, ora, a mio modesto parere, non ce l’hanno più, non nel contesto attuale, e soprattutto io vedo una questione di priorità in altro, che non la pedonalizzazione del centro storico. Però mi si è fatto notare che nella prospettica vita futura della città, il mercato starebbe comunque meglio là, a Piazza d’Armi.

Sarà che io sta visione prospettica non ce l’ho… boh!
…….Sta prevalendo l’ adattamento, con i suoi pro e i suoi contro.

Ci sono ancora le macerie da rimuovere!

…Per forza del vissuto intendevo un qualcosa che parte dall’esigenza di continuare a vivere nella maniera più vicina a quelli che erano i parametri precedenti. Si tende al noto, è inevitabile. Però io mi riferisco alla vita pratica quotidiana personale: è da lì che nascono le esigenze. Non faccio mai riferimento alla politica nel senso istituzionale o amministrativo. Sono un’individualista estrema con senso sociale estremo: credo nella responsabilità soggettiva come unità minima della sommatoria sociale.

La pagina non è affatto bianca, secondo me, però le opportunità ce le abbiamo: colori pastello molto densi.

…..Sull’argomento ‘mercato’ oggi ho acquisito nuove interessanti informazioni. Che confermano il “potere” del mercato.
Che me ne farò di tutte ‘ste informazioni e riflessioni non lo so, ma mi sto impegnando a incamerare tutto quello che scopro. Nella prossima vita potrebbero tornarmi utili, forse.

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L’Aquila di Maria Laura Menghini

L’Aquila è una città che tutto assorbe, che tutto accoglie e che ti ammalia nella sua bellezza e nel suo essere insieme natura selvatica (bada bene, non selvaggia) e arte e storia e preistoria. Io mi sento, e quindi sono, anche Aquilana.

L’Aquila è il luogo che abbiamo voluto dare a nostra figlia per tutto quello che c’è di etico, semplice, solido e duraturo nella vita di un essere umano. E, manco a dirsi, il mammouth  del castello, che mammouth non è bensì elefante, la Costa Masciarelli in cui ci siamo quasi scapicollati, le Tre Marie in cui abbiamo mangiato e bevuto a crepapelle. E la nostra trattoria preferita, Scannapapere, dove la nostra figlioletta si è rimpinzata di castrato, che ancora “si ricorda”.

Vagheggiavo per mio nipote Leonardo, 5 anni ad aprile, una gita a L’Aquila, da sempre. Gli avrei fatto scoprire mille cose. Non solo   L’Aquila.  Celano,  Bominaco, Alba Fucens,  Sulmona, Scanno, Pescocostanzo. La terra d’Abruzzo forte e gentile.

Poi il 6 Aprile, dolore insostenibile, perdita di un pezzo di noi; rivoglio il mio castello, rivoglio le mie cupole, le mie piazze.

Devo portare Leonardo a L’Aquila, devo.

Poi il 7 Aprile: penso, certamente il mondo che si definisce civilizzato capirà cosa stiamo perdendo. Caspita!, ha finanziato Evora, in Portogallo, speruto paese del mondo. Per L’Aquila non ci sarà certamente problema. Poi apprendo, dopo dieci mesi,   da un sindaco stremato e, posso dire?, visibilmente inadeguato e supplice, che L’Aquila non so in che astrusa sottocategoria sta, per cui l’Europa, la solita “EUROPA”, non solo non può stanziare più di 400 milioni di euro ( una cifra insignificante in confronto a Evora, che forse conosco solo io), ma che anche ha posto “lacci e lacciuoli” per la rimozione delle macerie.  Sono “smorzo” (trd: calcinacci)? Sono inerti? Sono rifiuti urbani? Sono il “cavolo” che ti si frega!

IO domenica vado co’ la cofana e ‘ ste  macerie me le carico in un secchio e le porto a via dell’anima, adiacenze dell’Hotel Raphael dove alloggiava Craxi. Via dell’anima de li m…..cci vostri!

Ed è solo l’inizio.

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2009

la ricostruzione di….Stefano V. – 4 dicembre 2009

……”scusa Antonello, purtroppo sono uno di quelli che non hanno chiesto niente ai sigg.ri B&B; con i soldi dell’autonoma sistemazione ho reso un po’ più vivibile una vecchia stalla in legno sotto casa (coibentandola), dove mi sono arrangiato con fornellini a gas (bombole) e stufetta a petrolio.

Ieri ho scoperto che ho 7 giorni di tempo per iniziare i lavori a casa (classificata C) dopo che la mia domanda di risarcimento sarà stata accettata.

Mi sono fatto due conti e ho capito che io dovrò iniziare i lavori tra fine gennaio e inizio febbraio, periodo in cui nella nostra città fa un po’ freddino (temperature sotto lo zero!!!) e con questo freddino devo rifare il tetto e i muri portanti esterni!

Ora io vorrei chiedere ai tuoi amici Bertolaso e Berlusconi (B&B come la Banda Bassotti di Topoliniana memoria) che devo fare? Fare finta di iniziare i lavori? Farli 2 volte? o che altro?

…….. forse non vivi la realtà dei cittadini dell’Aquila (compresi quelli che ora hanno le FAVOLOSE C.A.S.E.tte e che tra qualche mese inizieranno a fuoriuscire di testa perché non puoi pretender di far convivere 4 persone in 50 mq arredati, e i loro mobili, le loro cose, la loro storia che sono riusciti a salvare ……)

Prima di spararle grosse, rifletti, parla con le persone e magari vedi meno TV! Ciao e senza alcuna verve polemica.”

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G. C., 29 ottobre :

…… Terminal di nuovo alla Fontana Luminosa, biglietteria nel buio, voragine che si apre dal corso stretto.

I miei che mi hanno depositato alla fontana, al volo, e sono scappati di corsa; sennò non arrivavano in tempo per la cena alle 19.30 a Roseto. Cortocircuiti spaziotemporali. Avevano paura di arrivare tardi per la pasta e ceci dell’albergo, della cui cucina comunque sono sconfortantemente scontenti. Volevo chiamarti, te, il mio amico Giovanni, alcune fanciulle ritrovate su FB, ma poi mi sono detta: “…. ‘e che gli dico? che c’ho un paio di ore disponibili prima dell’ultimo pullman sul viale della Fontana Luminosa?….. Facciamoci un paio di vasche di fronte allo stadio?

La nostra idea di un luogo culturale, dove fare iniziative a oltranza, c’ha veramente senso.

A costo di farle nell’appartamento dei miei, nel frattempo sgombrato, dichiarato ancora inagibile, ma dove è stato lasciato il pianoforte. Casa aperta, alla faccia di B o non B.

Letture, discussioni, performance. musica dal vivo. E il bar di fronte, a curare le consumazioni. Ci dicono che è vietato? Ci provassero.

Ma io adesso vado a lavorare a Milano quasi tutta la settimana… A scambiarsi le esperienze, i progetti e anche i sogni… Secondo me, mio padre mi darebbe la chiavi…tanto dentro non c’è più niente, al momento, in attesa dei lavori. si può pure fare casino, chi si disturba?

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Massimo P., 22 ottobre

….nonostante la burocrazia, strutturisti, amministratori di condominio e la malasorte siamo riusciti oggi ha consegnare la domanda di finanziamento per la riparazioni del nostro condominio classe B !! Wow!! ora incrociamo le dita x tornare a casa f…orse ma forse a pasqua…ci aspetta un lungo inverno..

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Giorgina, 26 settembre

………..in un condominio, con gli inevitabili condomini non residenti è un vero casino. Sono contenta che siate rientrati. I miei invece ora fanno portare via tutto e fanno fare i lavori interni, ma fuori non ho capito.”

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Alessio, 11 settembre

“aggiornamento dopo il controllo… la pratica del puntellamento è tornata alla sovrintendenza… perché il progetto della ditta non era ottimale (manco dovessero puntellà la cappella sistina).. ora verifichiamo se alla sovrintendenza (ah.. adesso è f…inita in mano a un archeologo.. con tutto il rispetto… ma che c’entra con i puntellamenti?) non andava bene o al comune..

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Giovanni, 10 agosto

Nel mio condominio, al primo piano abita un architetto. Ci sono 4 appartamenti di proprietà di non residenti. Palazzina è classificata B (stavolta pure per il Comune) e le riunioni di condominio sono da teatro dell’assurdo. Io la casa però la sto già risistemando con i miei soldi. Sono stanco delle promesse. Le parti comuni si vedrà.
(Il problema è costituito dagli interessi contrastanti tra i vari condòmini, specialmente quelli non residenti)
Giovanni
Si, in massima parte. Paura di dover pagare ed interesse a non dichiarare l’inagibilità della casa per affittarla.
Giorgina
Guarda, a me dispiace pure che mi sono ‘appiccicata’ con la signora ‘non residente’, che alla parola ‘soldi’ sembrava terrorizzata e alla parola ‘banca’ ancora di più. Ma ero basita che l’ordine delle priorità non fosse come tornare ad abitare in quella palazzina. Poi, del resto uno discuteva, magari anche prestando soldi a chi non li aveva. Invece s’è persa mezz’ora a discutere sullo sgarbo all’amministratore e un’ora a permettere alla signora di dire ‘no’ e basta senza nessuna alternativa.
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Anna, 13 agosto
Io ho casa classificata E in zona rossa. In una zona tragica. Meglio in piedi lecase, e’ anche la differenza tra vita e morte. Da settembre a dicembre vivremo mesi molto duri. Noi eravamo residenti affittuari.. Ora abbiamo ritrovato casa grazie ad un affitto da amici. Giorgina, tuo padre ha ragione denunciate gli appartamenti sfitti.
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Daniela e Giorgina, 2 storie parallele

Daniela, aprile

Il 6 aprile mi sono svegliata e da Modena ho visto un tg che diceva terremoto di forte intensità, case crollate a L’Aquila forse dei morti…il mio cuore si è fermato e non sapevo cosa fare, ero rientrata da lì il mercoledì precedente e avevo sentito la scossa del lunedì 30 marzo, di intensità 4,2 della scala Richter.

La telefonata di mia nipote diceva “…stiamo bene tutti, non preoccuparti di ciò che vedi in tv”. Ho deciso di partire, visto che mia zia di 90anni dormiva in automobile, con mio zio di 80..la loro casa è di categoria D cioè sono saltati i tramezzi e i rivestimenti dei bagni, le porte e le finestre sono sbilenche, alcune non si aprono..
Il palazzo è di 7 piani, ma loro abitano al primo; ora bisognerà buttare giù ciò che non ha tenuto, facendo restare soltanto le colonne portanti per poi ricostruire..

……
Il 7 aprile sono andata a prendere gli zii per portarli con me a Modena; si sono fermati per 1 mese, ma poi non sono riuscita a trattenerli e sono voluti tornare..

Tramite la protezione civile di Modena gli è stato assegnato un albergo a Giulianova..però hanno resistito ancora 1 mese, poi il caldo del mare, per due anziani abituati al clima dell’Aquila era insopportabile; hanno chiesto ed ottenuto di andare in un albergo a Rocca di Mezzo.

La vita d’albergo per due anziani è si comoda, ma anche stressante, per essere legati a quella vita che non dà spazio all’iniziativa personale, erano depressi, si sentivano sfollati e senza un futuro imminente di vita tranquilla..per non contare la mancanza di una adeguata assistenza medica: ogni tanto dovevano scendere a L’Aquila per le file interminabili per avere le medicine e per conoscere le perizie sulla casa..

Così abbiamo cercato di convincerli ad andare ad abitare ad Avezzano in un appartamento in affitto… sono là dal 1° di agosto…

Hanno dovuto fare il trasloco dei mobili dalla casa disastrata, con la presenza dei Vigili del fuoco e finalmente tra le loro cose stanno cercando di riprendere le loro abitudini..sembra che la depressione sia sparita..naturalmente devono abituarsi alla nuova città, ma il loro intento è quello di tornare a L’Aquila appena sarà ricostruita la loro casa..quando non si sa.

La protezione civile dovrebbe contribuire all’affitto, ma non si sa quando…per fortuna hanno la possibilità di pagare personalmente, almeno per il momento..
Così, se dovessero aver bisogno hanno un ospedale vicino funzionante…..

Mi domando se rivedranno ricostruita la loro casa; forse moriranno prima, e pur avendo acquistato i loculi al cimitero dell’Aquila non so se riusciranno a utilizzarli..
Io naturalmente sono ottimista e spero che tutto passi in fretta e che loro stiano bene in salute, ma l’età c’è e la mente non è più lucida per il dolore di ciò che è accaduto..

Dimenticano dove mettono le cose e poi dopo alcuni giorni le ritrovano..credevano di trascorrere una vecchiaia tranquilla invece…il terremoto ha distrutto la loro serenità.

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Giorgina, 6 luglio 2009

Siamo al Torrione, è il condominio dei miei genitori, dove sta la loro casa. La loro unica casa, di proprietà. I miei sono sulla costa dal 6 aprile. Un albergo residence, che loro conoscevano e dove erano conosciuti. Trattati con rispetto e simpatia, mia sorella in un’altra stanza, insomma situazione degna. Ma i miei hanno superato i 75 (mio padre ne deve fare 78), non facevano più vacanze al mare, perché fisicamente non se la sentivano più né di viaggiare, né di andare in spiaggia, né tanto meno di stare fuori casa, e questo ormai da quasi cinque anni.

Insomma, non vedono l’ora di rientrare nella loro casa, ormai attrezzata per una serie di loro esigenze ‘fisiche’ non proprio riproducibili ovunque. Non si lamentano, almeno ci provano, sanno bene che molti altri loro concittadini stanno ‘messi peggio’. Dalla stanza d’albergo monovano fino alla convivenza multipla in tenda.

I miei, rispetto ad altri, hanno solo avuto la prontezza di arrivare sulla costa tra i primi, prima di qualsiasi comunicazione o consiglio ufficiale. Per scaldarsi e ‘andare al bagno’, non facendocela più a stare all’aperto, il 6 aprile mattina, appunto per quelle esigenze ‘fisiche’ complicate dall’età.

Venire a Roma da me, dove non c’è spazio, ma la possibilità di stare al chiuso e al caldo sì, non se ne parlava nemmeno, avevano chiuso l’autostrada e non se la sentivano di allungare. Così la meta fu Roseto, raggiungibile in poco tempo, ideale per un’emergenza e ipotizzando nella confusione del terribile momento che si trattasse di qualche giorno. E’ così che è iniziato l’esilio.

Ciò premesso, va detto ancora che mio padre si è mosso subito per tentare di fare i passi necessari per ‘ripristinare’ la casa. Io sono andata al sopralluogo nella giornata stabilita dal Comune (che fu molto presto, il Torrione fu tra i primi ad essere ispezionato), il martedì dopo Pasqua, le date in questa storia vanno segnate: era il 14 aprile circa. Quel giorno però decisero di ispezionare il lato opposto della strada, io ero venuta fin lì appositamente da Roma, …..fa niente; il giorno dopo però io non avrei potuto, forse avrebbe potuto venire mia sorella da Roseto…

Però incontro gli altri condòmini e riesco a prendere i numeri di cellulare di tutti per darli a mio padre (che naturalmente aveva solo i fissi, in un’agenda rimasta nell’appartamento abbandonato e nel quale per ordinanza non si poteva più entrare).

Tra l’altro, il figlio dei vicini del primo piano, che scopro di conoscere benissimo, è uno stimato architetto e fa parte della Protezione Civile; in quei giorni è fisso per servizio alla Guardia di Finanza (cioè nella famosa caserma di Coppito).

Sa, capisce, ha le notizie, le ordinanze e poi il decreto, tutto di prima mano.

Mio padre prende contatto telefonicamente con i vicini di casa, subito; programmano una prima riunione, si incontrano. Così, più o meno, si ipotizza che se si sbrigano, possono pensare di rientrare a casa per metà agosto. Siamo a questo punto a fine aprile.

Poi non so più niente; sono a Roma, faccio la mia vita, i miei non accennano più al loro rientro. Mi illudo che sia già partito qualcosa. Diciamo, mi sforzo di credere che la faccenda stia andando avanti e il punto è che semplicemente non se ne parla.

Invece tutto è fermo. ‘Ma perché?’ ‘Manca il prezzario.’ ‘..e che roba è?’
Beh, serve un formulario sui prezzi di materiali e lavori, stabilito dagli ordini professionali, regionale (se ho capito bene), cui fare riferimento visto che tutto deve essere documentato e approvato. Cioè non c’è un listino prezzi condiviso e approvato dalla Protezione Civile.
Una cosa del genere…….

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Daniela, 31 luglio

Sono tornata a L’aquila a distanza di 3 mesi, cosa ho visto: coloro che avevano un’attività commerciale andata distrutta si sono arrangiati per loro conto: hanno affittato dei container o case in legno per ritornare a lavorare, nessuno ha dato loro una mano.. Molti hanno costruito case in legno nel loro giardino se avevano spazio; la città ha un traffico convulso: per passare da un lato all’altro, si passa solo per il Torrione e in una parte di via Strinella e chi deve andare in banca non ha alternative se il container della banca è da quelle parti..chi abita a Pettino o a Coppito perde le ore per avere accesso agli uffici..

Intanto la città in apparenza sembra abitata, invece è tutto rimasto alla notte del 6 aprile: le finestre aperte, i panni stesi, di sera qualche luce accesa, ma dentro non c’è nessuno; poi gli sbraghi dei primi piani fanno capire che proprio “immota manet”, tranne qualche edificio che crolla per le scosse che continuano.

Mentre mi trovavo ad Avezzano ne ha fatta un’altra, di notte…….

Sono stata alla Villa, ho visto il palazzo di mia zia possente nelle mura, ma privo del tetto..
Il palazzo dell’”AGIP” puntellato e poi verso la piazza…., che dolore! se ne può vedere solo metà; il resto è transennato e guardato a vista dai Vigili del fuoco,
Hanno messo il cappello alla chiesa delle Anime Sante..ma è solo una delle tante chiese da sistemare;
e le case del centro?
Il mercato è stato allestito in parte in uno spiazzo vicino al palazzo di vetro della Regione
alcuni negozi del centro hanno aperto dei chioschi in legno accanto alla piscina Verde Acqua di fronte al campo di tende di S.Sisto…

Devono iniziare ad abbattere le case di Pettino, una è crollata sui garage con le vetture all’interno e le serrande accartocciate sono appoggiate al primo piano….

Le case nuove a Cese di Preturo, sono avanti con i lavori, però mi sembra che vogliano mettere gli sfollati in isolamento e mi domando quanto tempo ce li terranno e quando cominceranno a ricostruire?
ho visto l’aeroporto dei Parchi……all’interno c’è ancora un campo militare  ed io mi auguro che almeno ci facciano dei collegamenti con Bologna, o Milano..(sogni di gloria)…

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Giorgina, 23 luglio

Questo prezzario arriva il 23 LUGLIO (!) e nel frattempo (o contestualmente) c’è la dichiarazione di Bertolaso che dice più o meno ‘che anche gli Aquilani devono fare qualcosa, non può fare tutto la Protezione Civile e che il Governo è stupito che ci siano così poche domande di richiesta di lavori di ristrutturazione. Insomma un’intervista dove gli aquilani passavano per dei menefreghisti del loro futuro. Che fai, gli rispondi? Mio padre forse non l’ha letta, credo si sarebbe sentito offeso.

I passi da fare non sono semplici, burocraticamente parlando, e se le attestazioni di quanto si fa non corrispondono a quanto stabilito dal sopralluogo, la palazzina non viene poi ridichiarata agibile. C’è sempre il veto ad entrare se non accompagnati da Vigili del Fuoco, ma che fai, dici loro, ‘può venire con me a prendere la roba estiva?Si entra di straforo.

I passi da fare non sono semplici, ma noi abbiamo l’architetto che sa cosa va fatto. Arrivato questo benedetto prezzario, costui si mette subito a fare il computo al più presto per presentare la domanda, composta di un formulario complessissimo mandato dal Comune, alias Protezione Civile, che io invio via mail a mio padre, il quale nel frattempo si è orgogliosamente comprato una stampante, proprio per essere preparato a questi carteggi con il condominio – il computer glielo avevo recuperato io, o meglio a mia sorella, con un vigile del fuoco.

Insomma, si ingegnano, lui e mia sorella, per essere efficienti nonostante il confino in stanza d’albergo (mia sorella ha casa E, da buttare giù; era in affitto, però; solo che ora ha bisogno anche lei di rientrare al più presto nella casa dei miei, come unica soluzione; lavora e fa avanti e indietro svegliandosi alle 4 del mattino…).
L’architetto, che nel frattempo ha coinvolto un collega (ingegnere, forse? Mi dispiace su tante cose sono imprecisa,……), parente di un altro condomino e disperatamente necessitante di quell’appartamento, perché con la sua famiglia ne hanno già persi tre, lui è in un camper solo fino a settembre e ha assolutamente bisogno che quell’appartamento lì venga ripristinato.

Insomma una situazione che uno pensa ottimale per fare presto.

Il computo, tabelle, costi, ecc. ecc. viene completato; si indice la riunione ‘presto, prima di ferragosto’, poi c’è chi parte (nella palazzina, mica ci abitano solo residenti!… i non aquilani naturalmente vanno in vacanza) e ci sono solo trenta giorni per presentare al Comune la domanda di approvazione e rimborso (termine poi prorogato, ma a fine luglio non si sapeva).

Iniziano i ‘guai’. L’amministratore non può prima del 18, fa niente, i condomini si autoconvocano il 6 agosto, il che vuol dire che circa 10 nuclei famigliari arrivano da diverse parti della costa e da Roma, poiché nessuno è in grado di abitare a L’Aquila per perduta dimora, tranne l’ingegnere che (come anche l’amministratore, scopriremo dopo) sta appunto in camper.

Si deve approvare il costo dei lavori e nominare la ditta. Presto, si vuole fare presto.

Dopo la domanda devono passare 30 giorni per l’accettazione, poi finalmente si può iniziare. Se tutto va bene a metà settembre si può partire. Presto…Mio padre non vede l’ora di questo rientro….

L’amministratore anticipa la riunione con una mail minacciosa: è professionalmente offeso dall’autoconvocazione, per il Codice Civile comunque questa assemblea non è valida. Si era dichiarato disponibile, ciononostante è stato ‘scavalcato’. Fatto che ripete per circa 1/2 ora ad apertura dell’assemblea (rigorosamente all’aperto e in piedi nel cortile del condominio). ‘Ma guardi un malinteso…lei aveva detto che non poteva prima del 18′ ‘io non l’ho mai detto’ ‘ma sua moglie…’, telefoniamo alla moglie, lei nega o non ricorda…mi sembra di capire almeno, ‘noi volevamo solo sbrigarci e lei ha detto che era tanto occupato’ ‘se il vostro atteggiamento è questo sono costretto a lasciare l’incarico di questo condominio’ (sottinteso: il rischio è che questa assemblea potrà essere considerata non valida).

Più o meno gli si chiede scusa, si va avanti (io sono comunque basita: siamo a L’Aquila dopo un terremoto micidiale che ha distrutto la città e questo problema di ‘forma’ minacciosamente osteggiato mi sembra quanto meno inopportuno, se non ridicolo, come tutto il Codice Civile ripetutamente sciorinato da costui, una brava persona, ma che prende tutto personalmente…forse non è il momento, né la situazione?).

Ma andiamo al punto vero: se capisco bene ci sono circa € 15.000 a testa (arrotondati per eccesso, per sicurezza) da tirar fuori, per i lavori di condominio di riparazione dei danni del terremoto. Questo farà sì che le case (non tutte, alcune al primo piano devono obbligatoriamente essere risistemate anche all’interno, ma una di queste è dell’architetto e lui è già pronto anche per questo) vengano ridichiarate agibili. Comunque quella dei miei tornerebbe agibile anche solo dopo i lavori di condominio (benchè i lavori dentro debbano essere comunque fatti, essendoci crepe ovunque, ma anche mio padre ha pronto tutto). Lo Stato rimborsa pare in quattro rate ad avanzamento lavori, in quanto tempo però non si sa (più sotto riporto i punti dell’ordinanza che stabilisce questo).

Le ditte pare si dividano in quelle affidabili e disponibili subito, che però vogliono i soldi cash e non sono disposti ad aspettare il Comune e lo Stato (sembra perchè diverse ditte stiano già in rosso perchè questi soldi non arrivano, ma sono voci di cui non ho riscontri da portare) e quelle che accettano senza alcuna anticipazione. L’amministratore si raccomanda di far lavorare ditte esclusivamente aquilane. Mi sembra ragionevole.

Dall’ordinanza sembra che la prima tranche del 25% vada comunque anticipata dal proprietario. Ma un altro documento spiega che non è vero. Comunque l’architetto consiglia di anticipare la prima tranche e fermare una ditta già contattata, ritenuta seria, aquilana, ma che vuole il cash. Mio padre è disponibile a mettere i soldi subito, 15.000 non sono poi tantissimi e comunque si tratta di 3.000 € per il momento. Punto. Per fare prima, presto, sempre per poter rientrare a casa presto (novembre?)…

E cosa succede? Che naturalmente il condòmino non residente (di un piano alto, quindi con i soli lavori condominiali da fare, solo quei 3.000 € iniziali) e per il quale quello è un appartamento seconda casa (di una zia anziana, tra l’altro ancora viva, trasferita a Roma per essere assistita) non solo non caccia una lira, ma fa mettere a verbale che lui (in realtà era la moglie molto arcigna a parlare così) non tira fuori una lira anticipata e che la ditta deve essere una ditta che accetta di vedere i soldi solo quando arrivano con i rimborsi dal Comune.
Io credo che valga la maggioranza, ma l’amministratore ricorda che quella è un’assemblea “farlocca”, in quanto autoconvocata, potrebbe essere invalidata. Bisogna riconvocarla con tutte i passi regolari, e la tipa non residente (con una protervia e una rigidità inaudite) comincia ad insultarmi quando io le faccio la ‘battuta’, ‘beh, allora i miei nel frattempo se li prende lei’. ‘Ah come si permette, lei non può sapere la mia situazione economica’. ‘No, ma guarda caso il veto viene da uno che non è dell’Aquila e che qui non ci abita, non sono sicura che al posto dei miei genitori, in mezzo ad una strada, avrebbe messo un muro così netto’. E un altro (che non ho capito se di fatto ci abiti lì o no, oltre a essere figlio del proprietario) ‘ma mica si possono subire i ricatti di ‘ste ditte che fanno come gli pare’.

Forse ha ragione, è vero, forse sono ricatti, ma è anche vero che questa prima rata di 3.000 € è per prenotare una ditta seria che si prenda l’impegno di cominciare alla data del 10 settembre, dopo i 30 giorni dalla consegna domanda…Quali diventerebbero sennò i tempi? E poi è una ditta con cui l’architetto ha già parlato, d’accordo come da accordi telefonici intercorsi tra i più e dopo quella prima riunione fatta quasi subito dopo il terremoto.

E lì mi rendo conto: in quel condominio i miei sono gli unici residenti, residenti senza alternative, voglio dire. Gli altri: eredi, parenti, figli, gente che ne ha bisogno, ma non ci abitava, o che abita anche altrove, ma per nessuno è la sua ‘unica casa’. Mio padre è l’unico di tutti i presenti che abita lì e solo lì…

L’amministratore (mentre mi accapigliavo con la crudeltà della non residente che non era disponibile a nessuna situazione intermedia tipo mutuo, fido, chessò, qualsiasi soluzione per avere quell’anticipo e designare la ditta, già individuata, in quella stessa assemblea, quel giorno, così da presentare la domanda il giorno dopo): ‘Signora’ fa l’amministratore a me ‘anticipo o non anticipo, prima di febbraio marzo i suoi non potranno rientrare. I lavori anche se cominciano tanto a novembre a L’Aquila il maltempo li farà smettere. Glielo dico perchè qui bisogna che nessuno si faccia false illusioni…’

Pare che sia così in ogni condominio, in ogni condominio c’è almeno un non residente che non caccia soldi a nessuna condizione o comunque blocca le decisioni non fidandosi, non interessato, o semplicemente perchè non è la sua casa e in genere non è neanche dell’Aquila.

Ora la riunione è stata reindetta (legalmente) per il 19 (spero), nel frattempo si deve individuare un’altra ditta disposta a lavorare subito, presto e bene vedendo solo i soldi del rimborso e quando sarà.
Si troverà?

Però mi è chiaro che succederà, non ai miei, ma alla città: arriveranno falchi che si compreranno a poco a poco tutto questo ben di dio immobiliare e, con il piccolo bene di togliersi una bega (quel proprietario che non sarà assolutamente interessato a nessuna ricostruzione e riavvio della città), ci sarà il grande male di svendere la città.

Non so se è solo un problema di non essere rimborsati che parzialmente (si parla però del 80% per i non residenti), è che non sono dell’Aquila, a che prò soffrire? Se tutte le riunioni sono così, è chiaro che più di uno, anche residente, penserà ‘vabbè mollo, me ne vado’, basterà offrirgli qualche soldo e sarà fatta.

Mio padre ha deciso e dichiarato che andrà alla Protezione Civile e al Comune a dichiarare che lui vuole rientrare subito, ma che nel condominio c’è chi non permette di velocizzare le procedure e a denunciare gli appartamenti di fatto sfitti di queste persone che ostacolano.

Però questa è guerra, dei cittadini…lui era disperato, pensava di tornare a Roseto quella sera con la data di inzio lavori, mentre le testate nazionali (TG1) quella stessa sera, stesso giorno del terremoto, il 6 del mese, denunciavano la vergogna degli aquilani che con casa A stavano ancora al mare e non rientravano…

Pare che fossero sì e no 100, questi imbucati, c’è stata una smentita dal vice stesso di Bertolaso, ma il TG1 che io sappia non ha smentito (loro sostenevano che erano 500), mentre il problema per molte case A pare sia lo stesso che con le B, la difficoltà di accordarsi con i non residenti per fare quello che va fatto per far riallacciare il gas. Casa A non vuol dire che non sia rovinata, è che non ti è impedito di dormirci, ma è senza gas finché non si risolvono alcune questioni.

A tutt’oggi sono rientrati dalla fine di maggio 5200 persone sfollate con casa A, dei B nessuno, che io sappia, perché nessun lavoro è riuscito a partire.

Servivano regole diverse? Soldi di più e per la ricostruzione in genere, senza distinzione di proprietà?

Un’altra osservazione. L’Aquila si è riempita di venditori ambulanti con camper, di cui pochissimi del luogo. A Roseto ho incontrato una nota e stimatissima commerciante del centro che aveva un negozio di biancheria, stoffe e tessuti per la casa di alta qualità. Aveva ricevuto una telefonata di una cliente che le chiedeva una certa tovaglia di biancheria pregiata per la figlia che si sposava (una marca credo che solo questo negozio vendeva). Era scoppiata a piangere, ormai pensava che più nessuno, non essendoci più case, le avrebbe chiesto di comprare qualcosa.

Era felice.

Uno dei condomini della palazzina dei miei ha detto: ‘Era mejjo che se caschea ‘ssa casa..I B so’ quelli messi peggio’. Gli ho risposto un po’ ilare: ‘Vabbò, ma mò che dici, se avevamo perso tutto era molto peggio’. Ma l’amministratore era d’accordo con lui…

Bossi dice: ‘Gli aquilani devono avere pazienza,’

Bene, la pazienza di aspettare che cosa?

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…..Antonio, 5 agosto

…sono andato a fare un certificato di residenza ed ho visto alla porta un cartello che diceva: Orario di apertura al pubblico: DALLE ORE 9 ALLE ORE 12. Chi permette questo vive in un altro pianeta, non in una altra città…….

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…..Anna, 4 agosto

…..L’amico Daniele, ha rettificato il numero di telefono al quale gli Aquilani si possono rivolgere per chiedere chiarimenti in merito al questionario da riempire in tempi brevissimi. Lo avevo fornito sbagliato. In effetti, fuorviata dalle cifre, scritte sciaguratamente senza differenziare il prefisso, lo avevo scambiato per una linea aquilana. Il numero esatto è 06 828885. Daniele ha anche provveduto a fornirmi un numero verde, dicendomi che entrambi sono attivi dalle nove alle diciassette. Stamani, alle nove, ho chiamato il numero verde. Una voce stentorea, preregistrata dalla Telecom, mi ha informata di essere spiacente di non poter dare seguito alla richiesta, la chiamata proveniva da un’area non abilitata. Rinunciando a cercare di capire quali fossero le aree abilitate, mi sono inoltrata nel numero a pagamento. La voce registrata, stavolta più suadente, mi ha pregato di attendere, avrebbe solertemente individuato un funzionario disponibile. Alla parola funzionario, mi sono illuminata. Anche se Daniele mi aveva avvertita che si trattava di un asettico call center. Avrei finalmente parlato con qualcuno in carne ed ossa? Addirittura un funzionario, al quale far presente i miei dubbi. Ho atteso speranzosa per ben centoquarantasei secondi per sentirmi dire, sempre con fare suadente e preregistrato, di consultare il sito internet della Protezione Civile. Mi è stata offerta la possibilità, però, di lasciare il mio recapito telefonico, per essere eventualmente contattata. Credo che lo scherzetto mi sia costato qualche euro. Non riesco a quantificarlo. E credo che sia l’ennesima presa per i fondelli. Ed esborso di danaro che ingrasserà le società telefoniche. Sempre tramite Daniele, davvero prezioso, sono riuscita poi a mettermi in contatto con il call canter, usufruendo di un canale preferenziale. E lì è stata l’apoteosi della presa in giro. Ho avuto il piacere di interloquire con quattro signorine, tre delle quali immagino pensassero di stare lì a vendere detersivi. Con voce impersonale, mi dicevano di annerire la tale casella e di scrivere in maniera leggibile i miei dati. Alla mia richiesta di rispondere a quanto corrisponde il contributo per l’autonoma sistemazione, quali sono i tempi di erogazione e per quanto tempo sarà corrisposto, si sono prodotte in una sconcertante scena muta. Tre di loro mi hanno buttato giù il telefono. L’ultima, più compresa nel dramma, mi ha detto che non era possibile mettersi in contatto con i funzionari della PC. Ora mi avvio verso L’Aquila. ……

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….Vittoria, 3 agosto

…….Il 29 scorso ho fatto il trasloco dei mobili della casa dell’Aquila, perché c’è stato un palese aggravamento delle condizioni della casa. Sono stati i Vigili del fuoco a consigliarmi di togliere i mobili in tutta fretta per non incorrere nell’eventualità di non avere più il permesso di rientrare a casa. Data la grandezza della casa non siamo riusciti a sgomberare tutto perché i due camion dei trasportatori erano pieni, così continueremo questa cosa così divertente il 12 agosto, se sarà possibile.

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…..Marilena, 25 luglio

….ma hai visto che a qualcuno per aprile hanno dato 16 euro?..mah!..io il comune l’ho chiamato..infinite volte senza ottenere risposta..poi quando mi ha risposto un ufficio, mi hanno detto di stare nella più completa confusione…e mi hanno parlato male dell’amministrazione..

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L’Aquila, 6 aprile 2009

Trentotto secondi di apocalisse che hanno distrutto una città.

Giusi Pitari, raccoglie le drammatiche testimonianze di giovani che hanno vissuto quell’esperienza. Per non dimenticare quello che è stato;  una dichiarazione di speranza e di fiducia nella rinascità di quella città.

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Ci siamo cercati, dopo tanti anni, fra amici ex scout dell’Aquila, e ci siamo trovati, nell’inverno del 2009, utilizzando lo strumento di Face Book. La felicità di riprendere i contatti fra di noi era ed è grande. Abbiamo vissuto un’adolescenza piena di esperienze divertenti, e di grande coesione nel nostro gruppo scout di allora. Bene; allora decidiamo di incontrarci tutti all’Aquila in primavera…..poi il terremoto devastante e tragico per i nostri amici rimasti all’Aquila e per alcuni di noi che avevano lasciato la città da tempo ma non con il cuore. Questo tragico evento ci ha rafforzato nella nostra amicizia e nei nostri principi scout di solidarietà e di aiuto reciproco, tanto da pensare di ritrovarci comunque, non solo per la nostra coesa amicizia, legata a ricordi comunque formativi, ma soprattutto per essere utili alla nostra città e a tutte le persone che stanno vivendo una grande difficoltà. Quindi abbiamo pensato di aprire il nostro gruppo a tutte quelle persone che, pur non avendo fatto parte delle nostre esperienze, sono interessate ad agire con noi con l’intento di far rivivere la città e il suo indimenticabile centro storico.

Mariella

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Quando arrivai all’Aquila avevo sette anni, mio padre era stato trasferito lì da Brescia, ma non eravamo di origine bresciana, la nostra famiglia non aveva un’origine precisa: Anna, ragazza friulana, aveva conosciuto Gerardo, un giovane di Potenza, a Ferrara, dove lui lavorava alla Banca d’Italia e lei frequentava l’università, si erano sposati e la loro prima città fu Brescia, dove nascemmo io e mia sorella.

Dopo qualche anno fummo trasferiti all’Aquila.
La cittadina abruzzese ci accolse con gran calore, ci adottò e noi vi trascorremmo anni felici.
Io facevo la seconda elementare alla scuola Santa Teresa, era una scuola vecchia e c’erano i banchi neri col buco per il calamaio, dal giornalaio di via Roma, sguardo obliquo e modi gentili, si potevano comprare dei pennini.

La mia maestra si chiamava Elisa Marcantonio, era molto brava e giusta, forse è stata lei che mi ha fatto venire la passione per la nobile arte dell’insegnamento….
Proteggeva le ragazze delle famiglie meno agiate, come si dice adesso, o “proletarie” come si diceva qualche anno fa, insomma “povere” come si diceva allora e spesso sceglieva come capoclasse una di loro, per questo la trovavo molto giusta.

Abitavamo in un bel viale, viale Duca degli Abruzzi, che poi fu ribattezzato “Strada 42”, all’americana, in una palazzina che credo sia rimasta in piedi, era solida e ben costruita, il nostro appartamento era al primo piano ed ho sempre pensato che sia una buona posizione per abitare, le famiglie che vivono ai primi piani sono più felici.

I miei genitori si inserirono subito in un gruppo di giovani coppie con cui facevano feste da ballo in casa! Le signore si vestivano tutte eleganti e c’era la musica, spesso le feste si svolgevano a casa nostra e il vantaggio, per noi bambine, era che venivano preparati vassoi con ogni tipo di leccornia: tartine, salatini, pizze.  All’Aquila si chiamava “pizza” anche ciò che in altre zone d’Italia si sarebbe chiamato “focaccia” ovvero “torta salata” e la più buona per me era la “pizza Rosinella”, dal nome di un’amica di mia madre, bella signora dal sorriso aperto.

E’ inserita fra le mie ricette ed ha il sapore dell’infanzia

  • Mettere nella fontanella di farina tre rossi d’uovo, sale , pepe, mezzo etto di burro (se è dura aggiungere latte) impastare poco, riposa un po’
  • Ripieno: tre etti di ricotta lavorata col sale, tre bianchi montati a neve mezzo etto di prosciutto cotto tritato e parmigiano.
  • Circa mezz’ora di forno.

Anche io e mia sorella Carla ci inserimmo subito in un gruppo di bambini che giocavano in giardino, un’area di verde che circondava da tre lati la nostra palazzina “la casa gialla” e quella vicina, “la casa rossa” mentre dietro i due palazzi “dal di dietro”, c’era uno spiazzo cementato sul quale si aprivano le cantine, dove si facevano altri giochi e che divenne poi la sede del nostro gruppo scout.

Le cantine erano degli stanzoni dotati di finestre e perfino il parroco, don Antonio, un anno chiese la nostra cantina in prestito, la allestì con delle panche e ci tenne il corso di catechismo, non ho mai saputo perché, ma certo era impossibile rifiutare qualcosa a don Antonio che, grande e grosso, tuonava dal pulpito invitando a gran voce le signore arrivate alla messa domenicale in ritardo: “venga avanti signora, cosa sta a fare laggiù in fondo?”

D’inverno “faceva la neve” e il divertimento era assicurato: si tirava fuori lo slittino e si scendeva per via Sassa, una delle strade con maggior pendenza che io abbia mai visto!

Il gioco più divertente però si faceva nel cortile di un palazzo vicino, dove abitavano Macìa e Rosellina, Marina, Irma e Massimo, inventore del gioco: “le olimpiadi” duravano anche vari giorni, era rappresentato ogni tipo di sport e c’era il podio per la premiazione, non credo di esserci mai salita, ma che gioco spettacolare!

Per incontrarsi ci si dava l’appuntamento sotto i portici, un appuntamento quanto mai vago, ma quanto mai efficace: in quel libero fluire di gente, era impossibile non trovarsi.

Alla domenica si facevano i pic nic nella campagna fuori città, oppure si andava al tennis, scendendo una scaletta che, in primavera, si riempiva di glicine lilla.

Proprio alla fine del mio periodo aquilano fu costruito il ponte, passerella aerea teatro delle nostre corse felici, delle nostre prime passeggiate…ci sei ancora? O sei anche tu lesionato, crepato, in attesa di verifica? Sul ponte diedi alle mie amiche la triste notizia: eravamo stati trasferiti, avremmo lasciato L’Aquila! Fu quella la prima crepa nella felicità di quegli anni, gli anni della felicità intatta erano finiti.

Cristina Robertini

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Sono nata a L´Aquila un mattino presto presso le palazzine della Banca D´Italia, la IV precisamente; e da quella palazzina che sono uscita sposa sottobraccio a mio zio, che ora sto ospitando qui perché la sua casa è inagibile……

Il 29 agosto 1976 giorno del mio matrimonio, che coincide con la festa della Perdonanza, ho definitivamente detto addio alla mia città, ma non ne sono mai stata così lontana, sono tornata spesso, mio figlio Alessandro primogenito è nato all´ospedale S.Salvatore, quello vecchio che forse era più solido…è orgoglioso di esservi nato e se avesse potuto sarebbe andato a viverci a L´Aquila….

Il mio secondogenito è nato a Modena, ma ama L´Aquila come fosse la sua città natale e tutti noi siamo tornati spesso per rivederla, per le mozzarelle, per la porchetta, per il torrone Nurzia…io per attraversare la porta Santa e purificarmi…lo sfondo del mio computer mostra la Fontana luminosa, con i pinucci del castello; vorrei sapere chi di voi aquilani non c´è andato ad amoreggiare nell´età giovanile!!!!

Questo è l´amore che ho trasmesso per L´Aquila alla mia famiglia, marito compreso che ogni tanto vuole tornarci, il suo delizioso clima fresco in estate e il cielo azzurro così nitido con le montagne che spiccano e una infarinatina di neve qua e là.……

Il terremoto c´è sempre stato nella nostra vita , ci vestivamo di corsa e uscivamo tutti fuori..pur nella paura per noi bambini era come una festa di solidarietà e di coraggio reciproco; a volte l´aria era afosa e i grandi dicevano: è aria di terremoto, poi si sentivano latrare i cani, e andavamo a letto vestiti, ma poi la terra tremava e si scappava fuori..l´orto di mia nonna era un rifugio per molti amici e parenti..

La mia scuola elementare è stata la “De Amicis”: pur se lontana da casa era rinomata per le brave maestre; a 6 anni frequentavo la seconda ero piccolina, ma volevo dire spesso la mia e così mi soprannominarono “capoccetta”. (………)

La scuola media “Carducci” di via Roio (spero sia rimasta sana) mi ha forgiato e sono diventata una donnina..

L´Istituto Tecnico Luigi Rendina fu la mia scuola superiore, formavamo una classe di 25 donne tutte molto brave, facevamo a gara a chi faceva meglio, ma eravamo obbligate alla divisa istituita dal Preside Di Nanna (………)

Si andava a scuola anche con la neve alta, al mattino presto c´erano gli spalatori e se faceva il terremoto, tutti sotto gli architravi delle porte e delle finestre, ma il preside per tranquillizzarci ci faceva vedere le mura incatenate che sicuramente non avrebbero ceduto…ed io spero che il palazzo sia rimasto in piedi.

Il quartiere Banca D´Italia so che ce l´ha fatta, così pure l´ex casa dei
miei nonni….mentre il mio ex negozio in via Roma è un disastro!!
Via Roma va ricostruita…  il giornalaio si chiamava Vespa, come Bruno Vespa, (………)

La sede scout è stato il mio punto di riferimento per gli ultimi anni felici trascorsi a L´Aquila, lì nei palazzoni dei “nobili” così li chiamavamo noi quei palazzi perché ospitavano i funzionari della Banca D´Italia…

E poi, i fuochi di bivacco nel cortile della sede…quante risate e quante canzoni…molte anche in dialetto..con varie voci e varie tonalità..nessuno del vicinato si è mai lamentato anche se li facevamo di sera… e poi il canto finale dell’addio, con le mani strette che mi faceva sempre scivolare una lacrimuccia (………)

Daniela.

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“UNA NUOVA”     Sono arrivata all’Aquila da Bologna: la nebbia, l’umido inverno, il caldo afoso d’estate, ma una bellissima, grande, ricca e bella città dove sono nata.

Potete immaginare, forse no, arrivare a L’Aquila? Non dall’autostrada, ma da strade impervie di montagna, noi che venivamo dalla pianura!

Mi è piaciuta subito. Dalle finestre della nuova casa vedevo le montagne bianche contro un cielo di un azzurro mai visto prima, e la neve! Il silenzio della sera quando nevicava e si guardava fuori dalle finestre sperando che ne facesse tanta ,così il giorno dopo le scuole erano chiuse.

Le gite in bicicletta con gli amici del quartiere fino al “castello” per tutto il viale Duca degli Abruzzi, le passeggiate sotto i portici dove era facile incontrarsi, il complessino rock in garage dietro casa di macia e massimo, i concerti a teatro la domenica pomeriggio, me li ricordo ancora con emozione, giocare in giardino sotto casa o a cerbottana…mi ricordo che qualcuno mi aveva insegnato a costruirla, e il gruppo scout che è stata una esperienza divertente, dove si sperimentava una certa prima autonomia dalla famiglia.

La città per i ragazzi: così l’ho sempre vissuta.

Questi saranno i miei ricordi, le amicizie più importanti della mia vita sono nate all’Aquila e nulla potrà distruggere queste emozioni, vivranno sempre con me.

Perché “una nuova?”     Una sera, arrivati da poco tempo, mio padre ci portò a fare una passeggiatina sotto casa, nevicava e siamo passati davanti a dei ragazzini/e che chiacchieravano seduti su un muretto, non c’era nessun’altro per la strada e noi eravamo i nuovi arrivati e loro erano Carla, Cristina, Massimo, Renato e non so… i ricordi non sono mai precisi.

Mariella

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Carissime e carissimi girls e boy scout (anche alla nostra età, tali si resta!), condividere con voi la tragicità degli episodi della nostra L’Aquila è un modo per essere ancora vicini come nella spensieratezza di un tempo. Oggi, magari, con tanta consapevolezza in più ed anche con la ferita che il sisma ci ha provocato.

Io non mi arrendo! Non voglio pensare che la nostra città non ci sarà più come ora, ahimè, non c’è.

Guardo e riguardo le tragiche foto che ho e tutto mi sembra irreale e surreale così come quando “dal vivo” tocco la polvere e le macerie della nostra città. Ogni volta raccolgo un sasso, un pezzo di cemento, un ricordo qualsiasi che trovo in strada. Li ho con me, conservati gelosamente come qualcosa di prezioso che mi appartiene.

E’ la città, la gente, il luogo che mi appartiene – nonostante il tempo trascorso da quando me ne sono andata – alle quali non voglio rinunciare. Io amo L’Aquila, amo tutto ciò che E’ L’Aquila.

Fedora Volpe

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L’Aquila di….
1954. Dopo essere stati qualche tempo ospiti in casa dei nonni e delle zie, a pochi metri da Porta Napoli, abitammo a Costa Masciarelli; una strada pedonale perché fatta tutta a gradoni che collega, prima in pendenza, poi a precipizio, piazza duomo con porta Bazzano.
La casa affacciava, sul lato opposto alla strada, su un giardino piuttosto ampio, a cui si accedeva da una porticina che era nel bagno, e nel quale mio papà aveva impiantato un orticello di cui consumavamo i prodotti.
Dall’orto, attraverso un cancello si usciva su un’altra strada in forte pendenza, via Fortebraccio: bastava attraversarla, per andare all’asilo delle suore, dove fui mandato per qualche anno, con mio sommo disappunto, nonostante mi trattassero molto bene.

Era la stessa strada che, in salita, facevo per andare alla scuola elementare “De Amicis”, qualche tempo dopo, nel 1956.
………….
1955. Era nata la mia sorellina; quello fu uno dei più freddi inverni della storia recente dell’Aquila. Nelle strade più strette, e anche a Costa Masciarelli,  erano state scavate trincee e gallerie nella neve, per far passare le persone.

Andammo ad abitare in Via delle Bone (“bone”) Novelle.
Che nome poetico! Da lì erano passati, qualche secolo prima, i messaggeri che annunciavano alla città chissà quale vittoria! E la cosa era rimasta scolpita nel nome di quella strada.

La casa era vastissima, frutto della aggregazione di più appartamenti e corpi edilizi.
Molte stanze e diverse parti della casa erano inesplorate e molto paurose da frequentare. Altre avevano strambe destinazioni d’uso: nella “stanza del telefono” era stato montato solamente il telefono a muro, il primo che avevamo posseduto, numero 4842, senza alcun altro arredo. Nella “camera buia”, priva di finestre, era conservata la legna e il carbone per la cucina e le stufe. La “camera vuota“ era usata per fare qualche gioco, ma era rigorosamente vuota.
La cucina era molto vasta, c’era una stufa economica a legna, col tubo dei fumi che l’attraversava, tuttavia l’acquaio era sistemato in un grottino lì a fianco, in basso, e da lì si scendeva ancora, a una profonda, buissima e inesplorata cantina.

Al piano di sopra c’erano stanze disabitate, con qualche mobile polveroso lasciato chissà da chi. C’era una scaletta di legno che saliva al sottotetto e lì stavano le galline che ci davano le uova.
La casa era freddissima: ricordo che passavo tutte le sere d’inverno rannicchiato su una sedia per cercare di scaldarmi le gambe. Nel letto veniva messo un “prete” di legno, una struttura a telaio di legno nella quale veniva sistemato un braciere.
Abitammo lì sino al 1960. Ricordo che in quella casa arrivò il primo televisore e vedemmo le Olimpiadi di Roma.

Io ero, ahimè, l’”ometto” di casa: questo significava dover fare un sacco di servizi domestici, specialmente acquisti alimentari e commissioni in centro città: prendere quotidianamente il latte, portando la bottiglia vuota e riportandola piena; andare al tabaccaio, alla posta, dal giornalaio.
Gran parte di queste funzioni erano localizzate nella vicina piazza del mercato detta anche piazza duomo o nelle stradine limitrofe.
Lì c’era anche una botteguccia che vendeva generi strani: le candele, lo zucchero sfuso, e il famigerato ghiaccio a colonna, il cui trasporto da lì a casa costituiva una tormentosa incombenza estiva che mi era riservata.
Durante quel periodo, cominciai a gironzolare da solo per le vie della città, fermandomi ogni volta estasiato a guardare chiese, fontane e palazzi: la leggenda cittadina vuole che ce ne siano 99; pertanto ne avevo di scoperte da fare!
S.Marciano, dove andavo al catechismo, passando per la sagrestia del severo parroco che però ci dava per merenda meravigliosi formaggini distribuiti dalla POA.
Lì, vicino alla piazza, c’era uno spaventoso negozietto dove una vecchia sdentata e coperta di fuliggine vendeva carbone e varechina; S.Giusta, tradizionalmente la chiesa di famiglia: i miei genitori si erano sposati lì e in seguito i miei zii, lì era stata battezzata mia sorella e altri cugini; e poi le Anime Sante, in piazza duomo; S.Bernardino, dove guardavo estasiato una statua di Cristo appesa in alto, a metà della cupola… “va’ a fini’ che casca….”, commentavo dubbioso ogni domenica, ed è rimasto nel lessico familiare.

Sul piazzale dinanzi Collemaggio, fui portato a muovere le prime pedalate in bicicletta senza rotelline e, nonostante la sua vastità e mancanza di traffico e di ostacoli di sorta, fui capace di investire gli unici 2 passanti presenti in quel momento, apostrofandoli con un “…levatevi di mezzo!” rimasto anch’esso nel lessico familiare.

Crescendo (ormai andavo alle scuole medie in via Sassa) e nei pomeriggi d’estate, riuscii ad allungare il raggio delle mie esplorazioni, arrivando fino al Castello,  e poi alla Fontana delle 99 Cannelle, a S.Domenico e a S.Pietro.
L’inverno, quando nevicava, usavo il “prete” come slitta per scivolare lungo la ripida via delle Bone Novelle.
E durante le feste Natalizie, quella grossa e fredda casa, si popolava di tutti i parenti e gli amici di famiglia, di risate e di allegria.
Poi, i proprietari cominciarono a riprendersene diverse stanze per volta, riducendo via via gli spazi a nostra disposizione: la cucina fu spostata nella “camera vuota”, l’ingresso divenne unico (perché prima ne avevamo due, con mia grande paura!), la mia stanza da letto fu drasticamente ridimensionata.

In quegli anni costruivano un edificio avveniristico, per il tempo, utilizzando uno spazio di fronte al Grande Albergo, da sempre occupato da un giardino con grandi alberi. Era un palazzone a 5 piani (un grattacielo, per l’epoca) con pilastri e travi in cemento a vista, colorati di azzurro (fatto inusitato!) e rivestimento esterno di mattoni a cortina. L’accesso avveniva da un lato e non sul fronte principale del palazzo, attraverso un camminamento a galleria. Il porticato sottostante era occupato da una stazione di servizio (altro fatto inusitato!); fu montata, sulla facciata principale, una grossa insegna luminosa gialla e blu e , da quel momento, quella costruzione fu, per l’intera città, “il palazzo dell’AGIP”.
Ne occupammo, negli anni ’60 e fino al nostro trasferimento, 2 degli appartamenti: prima uno piccolino al 3° piano e poi uno più ampio, al secondo. ……

Furono gli anni dello sci domenicale, del tennis estivo, del liceo, dei portici e della colonna (la seconda a destra, dopo via Sallustio), delle cotte e delle feste da ballo, degli scout, e delle altre esplorazioni.
E dal palazzo dell’Agip, il 30 di un settembre (l’Equipe 84 furoreggiava da tutti i jukebox con la sua “29 settembre”!) , partii mogio mogio per un’altra città: il giorno dopo, 1° ottobre, cominciava un’altra scuola!…

…..Adriano

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L’Aquila, di Paolo Giuliani

Non c’è dubbio, quello che sta seduto sul sofà di mio nonno è un angelo, vederlo all’alba di un giorno di agosto, con la luce che filtra dagli scuri di legno, è sorprendente; è impossibile alzarmi dal letto e attraversare lo spazio che mi separa da lui, sono troppo spaventato. L’angelo è tutto bianco ed ha una posa indifferente, neanche mi guarda e, ovviamente, se ne sta in silenzio dentro la camera da pranzo della casa in cui dormo.

È una delle tante estati passate a L’Aquila, quella casa è il posto dove i miei genitori si ritempravano dagli inverni umidi di Avezzano prima e dalla assurda indifferenza di Roma poi.

I soffitti della casa di nonno Francesco sono alti, le mura spesse, il vicinato impalpabile. Per molto tempo ho ambientato miei sogni in quella casa, tanto quei luoghi hanno avuto la capacità di impressionarmi, di impaurirmi, convinto come ero che tutte le case fossero possedute e, dunque, anche quella che mi sembrava così vecchia, fatta di vecchi e di morti. La casa è una delle case INCIS che si trovano alla fine della discesa di viale Francesco Crispi, prima di Porta Napoli.

Nel caseggiato c’è un cortile che, qualche volta, svogliatamente, ho percorso in bicicletta,  dopo il cancello c’è un belvedere e, da piccolo, guardando in lontananza favoleggiavo che al fondo del fondo ci fosse il mare.

L’ultima estate che ho trascorso all’Aquila è stata quella del ’92, avevo scelto l’aria fresca e pulita di quel posto per preparare l’esame da avvocato, allora si diceva procuratore legale, fuggendo dall’afa e dal lavoro di Roma, in una stagione  che aveva lasciato la parte migliore di questo Paese sull’asfalto della Sicilia, morti il cui ricordo mi fa ancora piangere.

Della sorte della casa del nonno, colonnello di artiglieria, cavaliere di Vittorio Veneto, ho notizie rarefatte non so se sia rimasta in piedi dopo il terremoto e se abbia subito danni irreversibili, ma certo da un po’ non la sogno più, troppo tempo è passato dall’ultima volta che ho dormito tra le sue mura che mi sembravano solide braccia, legno di quercia.

La storia della famiglia di mia mamma è legata all’Aquila, ma anche quella di mio papà che è nato in un piccolo borgo vicino a Fontecchio e a Tione degli Abruzzi. A L’Aquila si sono conosciuti e incontrati, a L’Aquila si sono sposati.

In questa città ho passato praticamente tutte le mie estati da bambino e da adolescente,  fino all’ultima, quella del 1992 appunto.

Mio cugino Massimo, è stato negli anni di ragazzo, la mia guida sicura tra i suoi amici dell’Aquila ed il modo per fuggire dal tedio di Roma, quando, finita la scuola, rimanevo solo a casa, con poco da fare e troppo da pensare. La sua è stata una compagnia piacevole, è una persona piena di iniziativa, ed io, che all’epoca ne avevo davvero poca, andavo volentieri a rimorchio. Allo stadio Fattori, umido di pioggia recentissima, mi ha portato a sentire il primo concerto della mia vita: Pino Daniele cantava con Tony Esposito alle percussioni e James Senese al sax, praticamente una vita fa.

Andavamo spesso a vedere film non proprio freschissimi in un cinema su via XX settembre, poi tanto struscio fino ai quattro cantoni e ritorno.

Quel tempo d’agosto, a Roma così insopportabilmente diluito e caldo, accelerava per me a L’Aquila, tra lo stupore dei suoi amici, spesso a chiedersi come mai io stessi bene in un posto che loro trovavano così chiuso e provinciale, ma io stavo bene perché ero in compagnia, e tanto mi bastava.

L’Aquila è stata per me questione non solo di tempi ma anche di fatti: la prima parola letta da bambino, l’insegna  “Lillo” di una merceria in piazza del Duomo, le corse sulla Vespa 50 di Massimo vicino al cimitero per fotografare il tramonto in un futuristico movimento, i matti innocui ed allegri di Collemaggio “a lei non ti mitraglio perché sei miniscalco”, gli scherzi ai militari di leva provati come speaker improvvisati a Radio L’Aquila, l’odore della tostatura delle mandorle delle Sorelle Nunzia mentre tornavo a casa di mio nonno, il record del mondo battuto a Piazzale Paoli a soli nove anni ! Le notti inquiete, su quel letto, in quella casa, in cui per la prima volta mi sono provato a pensare all’infinito e ho capito che Dio era un’illusione. I baffi a manubrio del padre ferroviere di Roberto, le jeep russe di Tito Totani, la moto di Renato e i funerali di Giovanni, caro amico mio, portato via da una morte precoce e per questo ancora più bastarda.

E quella notte in cui a novanta chilometri in linea d’aria, per pochi secondi, Silvia e io siamo rimasti in silenzio a vedere il nono piano del nostro appartamento scuotersi, percependo la precarietà delle nostre povere vite.

“Deve essere successo qualcosa di grave”.

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Sono arrivata a L’Aquila, anzi siamo arrivati, in quanto la mia famiglia era composta da 5 figli e genitori, nella primavera del 1951: i miei primi ricordi sono legati ai racconti della mia meravigliosa mamma che non c’è più.

Venivamo da Firenze e prima ancora abitavamo a Como, dove io e i miei fratelli siamo nati.

Mio padre Mario, insieme ad altre persone provenienti da Milano, Genova e Firenze erano stati chiamati ad avviare la MARCONI, una fabbrica di valvole. Avevo appena 3 anni quando sono approdata ai piedi del Gran Sasso in una città che sarebbe divenuta la città della mia  infanzia e parte della mia giovinezza: infatti siamo rimasti fino al 1964.

Tutto per noi bambini aveva un fascino particolare: le pecore in piazza Duomo durante il mercato, i lupi che venivano esibiti come trofeo quando, avvicinandosi troppo alla città, venivano catturati, la mitica aquila, allogiata in una grotta, vicino al Castello  e poi…… e poi la neve, neve bianca, pulita da mangiare, candelotti di ghiaccio da succhiare (di nascosto dai genitori) come fossero gelati e tanto, tanto altro.

Ci è voluto proprio poco per affezionarci a L’Aquila e ai suoi abitanti. Sia noi bambini sia i nostri genitori, che erano nel pieno della loro giovinezza, abbiamo vissuto uno spaccato di vita indimenticabile.

Abitavamo nelle case della Banca d’Italia, eravamo chiamati “i settentrionali”, dato le nostre origini, ed eravamo una grande famiglia con le altre famiglie anche aquilane che abitavamo in quei palazzi. Eravamo veramente tanti bambini e condividevamo gli stessi semplici giochi; chissà cosa fanno oggi le varie Serenella, Marina, Umberto, Graziana ecc.: spero  che il terremoto del 6 Aprile abbia lasciato in loro solo un bruttissimo ricordo.

I ricordi sono davvero tanti: i giochi nel “burrone”, un grande spazio davanti a casa dove ora hanno costruito altre case, la “Mille e Miglia “ che passava in via XX settembre, con l’odore di olio bruciato che rievocava in noi bambini mitiche imprese, la Prima Comunione dai Gesuiti (gossip: con l’allora sconosciuto Bruno Vespa!) e il  Prof. Villante con, per noi bambini, la sua bellissima e grandissima 1100,  il teatro e l’auditorium per mia sorella più grande Cesarina e……..il TERREMOTO, sì il terremoto che gli aquilani e tutti gli abitanti di L’Aquila conoscevano e con il quale convivevano e che nonostante tutto mai avrebbero pensato potesse manifestarsi in maniera così tragica.

E come dimenticare la Sig.ra Canna,- così, con il suo cognome, volevano che la chiamassimo per rispetto i nostri genitori – la nostra mitica “Tata“ che veniva quasi tutti i giorni da Coppito ad aiutare la mamma nelle faccende domestiche e portava a noi bambini, nella gerla sulla testa, cibi di un gusto indimenticato.

Mia mamma, seppure con 5 figli, era molto presente nelle attività della nostra parrocchia di S.Paolo, in Via Roma, anch’essa devastata dall’ultimo terremoto. Ed ancora un carissimo ricordo della famiglia Bellini, i genitori che non ci sono più, Fiorella, Zietta e naturalmente  Daniela, mia compagna di studi e di vita, trait d’union con L’Aquila.

I ricordi sono davvero tanti anche perché sono rimasta a L’Aquila fino al 1964. Il distacco è stato doloroso anche perchè la meta successiva è stata Milano, città che all’inizio è sembrata troppo insensibile ad una diciassettenne che avrebbe dovuto iniziare un altro capitolo importante della propria vita.

…….

L’Aquila mi è rimasta profondamente nel cuore e seppur ormai posso ritenermi bolognese per “usucapione”, ci vivo ormai da 40 anni, non perdo mai l’occasione per parlarne e proporla come meta di viaggio ai mie amici e conoscenti: la terra che la circonda, mare o montagna è splendida e sono speciali soprattutto i suoi abitanti.

Tempo fa avevo programmato con alcuni cari amici, sollecitati dai miei racconti, una visita ai luoghi della mia fanciullezza e confido di poter mostrare loro, al più presto possibile, la bellezza e la grandezza di una città ritrovata e resa ancora più bella dalla caparbietà e dalla forza d’animo dei suoi abitanti.

Gabriella Morieri .    Bologna, maggio 2009

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Dopo L’Aquila – Da Massimo Giuliani –
…… ritorno dal viaggio, ma anche interrogativi su come sarà L’Aquila dopo sé stessa…

Sabato mattina, prima di ripartire da Roma, diamo un’ultima occhiata alla lista delle vittime del terremoto.
Non riconosco nessuno. Forse sì, quel nome mi ricorda quel ragazzo dell’aula di fronte, alle medie, quell’altro la zia di quel vicino di casa. Ma no, certamente non sono stato colpito dal lutto così vicino come tanti miei amici. Però aspettiamo per dirlo con certezza. E comunque non riesco a non sentire il bruciore della ferita della mia città d’origine, una lista così lunga di morti da piangere.
Io e mia moglie Marisa abbiamo preso una stanza in un bed & breakfast della Capitale per verificare la sistemazione dei miei genitori e della famiglia di mia sorella – sfollati presso parenti a Roma – e per stare un po’ con loro. E anche perché a L’Aquila c’era da andare a vedere come sta la casa dei miei (quella nella quale sono cresciuto); e infine sia io che mia moglie non riuscivamo a continuare a pensare da lontano a quello che sta accadendo senza poter renderci conto da vicino dello stato di salute di questa città che – così dicono le voci e le immagini che ci arrivano – rischierebbe di scomparire.
Così, da Roma potevamo raggiungere l’Abruzzo e ritirarci senza disturbare, ché lì si lavora.

Fuori le mura. Giovedì mattina entriamo a L’Aquila da Roma, unico accesso per chi arriva da fuori: l’autostrada che arriva da Teramo e dal Gran Sasso è chiusa per le verifiche alla stabilità dei viadotti. Dunque una lunga colonna di auto si muove a venti all’ora verso la città, in un corteo silenzioso e composto.
Attraversiamo i quartieri periferici: la prima impressione è che se guardi gli edifici squarciati e quelli che se la sono cavata (magari con danni vistosi, ma se la sono cavata) e se hai qualche memoria di quando quei quartieri sono venuti su, è possibile ricostruire la storia dell’Aquila e della sua espansione attraverso i decenni. E delle fasi, diciamo così, meno limpide di quella espansione.

Ci ferma un posto di blocco: di lì non si va, l’ormai famosa via XX Settembre è chiusa al traffico. È la zona più devastata ed è pericolosa: è lì che stanno lavorando ancora nella speranza che un miracolo permetta di salvare qualcuno dalle macerie della Casa dello Studente.
Sempre in processione, arriviamo dalle parti dello Stadio del Rugby. Lì lasciamo la macchina. Fortuna che L’Aquila è sempre stata una città sportiva: ha una nobile tradizione di rugby e una meno luminosa tradizione calcistica. I campi sportivi abbondano, e ora sono tutti diventati tendopoli.
Io e Marisa ci avviamo a piedi.

I quartieri residenziali appena esterni alle mura antiche della città sembrano tenere bene. Crepe vistose, qualche crollo circoscritto, ma in generale stanno in piedi. Tutto è abbandonato, da giorni i panni sono stesi ai balconi, e solo ogni tanto vedi una macchina ferma col motore acceso e lo sportello aperto. Contravvenendo alle raccomandazioni, qualcuno sta tornando in tutta fretta a raccogliere qualche oggetto di cui non può fare a meno.

Silenzio dappertutto.

Si sentono, ogni tanto, solo i versi dei piccioni, che in questa parte della città sembrano fare da padroni, annidati sui terrazzi e liberi di attraversare le strade del quartiere deserto.
Incontriamo un vecchio amico che da domenica notte vive coi genitori in un camper, sotto casa. La casa, dice, la usano ancora: vanno al bagno e utilizzano quel che serve. Fuori appare fracassata, ma dentro ha resistito, a parte i mobili sottosopra. Solo che, aggiunge, aveva due negozi di abbigliamento nel centro storico, dove non c’è più nulla. “Aspetto qualche giorno, poi quando ho le idee più chiare me ne vado a ricominciare da qualche parte. Non ho più l’attività, ho quarantacinque anni: come faccio ad aspettare dieci anni che la città si rimetta in piedi?”.
Mentre parliamo, una scossa. Mia moglie sobbalza. “Niente, niente”, dice il mio amico. “Tutto normale. Uno di quei colpetti secchi che arrivano ogni tanto…”.

Arriviamo, attraverso Porta Leone (qui le vecchissime mura della città sembrano aver tenuto) in piazza San Bernardino. In tutta la piazza, solo noi; in fondo, due militari. Il silenzio è insopportabile: più o meno le sequenze iniziali di “Vanilla Sky” (con Tom Cruise nella città deserta) ma con le macerie in giro e le pale dell’elicottero sopra le nostre teste.
Per quel che si vede da qui giù, almeno parte del tetto della scuola elementare è crollata. La Basilica di San Bernardino ha perso il campanile. La gradinata che porta a via Fortebraccio (una parte della città vecchia, dal fascino incredibile) ha parecchi danni. Cerchiamo di raggiungere i portici, che sono l’accesso al Corso, alla zona un tempo vitale e vivace della città. I militari, cortesemente, ci tengono a distanza. Immaginiamo al di là di quella linea un silenzio, se possibile, ancora più minaccioso di questo.

Domando se possiamo scendere la gradinata per assicurarci delle condizioni di via Fortebraccio e dei vicoletti che la tagliano. È la zona medioevale e antica del centro, che da anni vengo a fotografare quando torno qui. Ci sconsigliano: “non andate, qui cade roba anche senza scosse, non è il caso”.

Il Castello. Torniamo indietro e ci dirigiamo verso il Castello Cinquecentesco: anche qui i danni esterni lasciano soltanto immaginare la distruzione all’interno (opere d’arte di valore immenso, forse anche lo scheletro di mammuth esposto nella Fortezza). Il tempo di uno scatto da lontano alla parte anteriore del Castello e un milite si sbraccia per farci capire che bisogna lasciare il parco che circonda l’immenso Forte Spagnolo. Una volta fuori dal parco, proviamo a vedere se ci sia un accesso al centro storico più sicuro che dai portici di San Bernardino: ma anche qui tutto chiuso. Dalla città “di là” arriva la sirena di un antifurto impazzito; da sopra, il rumore dell’elicottero. Uno scenario da bombardamento.
Torniamo a San Bernardino e di lì fuori le mura, per dirigerci a piedi verso la casa dei miei genitori. Fotografo alcune crepe: in generale però mi pare che sia in buona salute.

Collemaggio. Così proseguiamo il cammino verso la Basilica di Santa Maria di Collemaggio – la chiesa di Celestino V – ma lungo la strada ci fermiamo all’altezza di Porta Bazzano per vedere se di lì sia possibile rendersi conto delle condizioni di via Fortebraccio (dalla quale due ore prima eravamo stati tenuti lontani). Anche da qui non si passa: ma domando ai due militari che ci si parano davanti se sappiano in quali condizioni versa la zona che si apre oltre quella porta: sembra stia bene, mi dicono. Se è vero, è un miracolo.

Arriviamo alla Basilica. La grande distesa verde davanti alla chiesa ora è un mare blu: un’altra tendopoli, con annessa infermeria.
Intorno alla basilica ferve l’attività di tecnici e ingegneri, che sembrano sapere il fatto loro e fanno sperare che qualcuno abbia già qualche buona idea per restituire la chiesa a chi la amava. Io d’estate ci passavo del tempo dentro, per cogliere lo spettacolo dell’attimo (una manciata di secondi, ma il sole dev’essere favorevole, sennò si riprova domani!) in cui il rosone proietta la propria sagoma in fondo all’abside.

La condizione di Santa Maria di Collemaggio è piuttosto istruttiva per chi vuol capire quello che è successo negli anni in questa città. La parte medioevale della chiesa sembra tenere, e – per lo meno da quello che vedo in tv – addirittura le condizioni degli affreschi sembrano relativamente tranquillizzanti: ma l’abside, ricostruita in epoca barocca e – soprattutto – restaurata negli ultimi decenni, si è sfracellata al suolo.

La facciata della chiesa, impacchettata da chissà quanto per lavori interminabili, forse è stata salvata proprio dal fatto di essere tenuta insieme dalle impalcature.
Muovendoci intorno alla chiesa, da una zona più in alto riusciamo a vedere lo
squarcio enorme dove prima c’era il catino absidale.

Fuori città. A sera mi parleranno delle condizioni irrimediabili di tanti piccoli importanti centri della provincia. Vengo a sapere che S. Stefano di Sessanio, borgo medievale di straordinaria bellezza a 28 chilometri dalla città e a 1300 metri d’altitudine, si è salvato!
Non è strano: negli anni scorsi, S. Stefano è stato acquistato tutto da tedeschi, che lo hanno sottoposto a un rigoroso restauro conservativo. Solo la Torre Medicea si è sfracellata al suolo. Era stata restaurata precedentemente: vittima del cemento, come il Castello e come Collemaggio. E vittima dell’incuria, e dell’ignoranza e sì, dell’ingordigia.

Nel pomeriggio, per incontrare mia sorella che nel frattempo è tornata a L’Aquila per sbrigare alcune questioni (il Comune sta censendo la popolazione: chi è in tenda? Chi al mare? Chi ha trovato ospitalità da parenti o amici?), ci spostiamo in periferia: ci aggiriamo intorno alla tendopoli di Piazza D’Armi, ma ce ne teniamo a distanza. Le abitazioni della zona sono fortemente danneggiate. A pochi passi dalla tendopoli, una casetta è venuta giù seppellendo chi ci dormiva dentro.

Qualcuno, prima che partissi, mi diceva: “fate attenzione, voi abruzzesi, che non facciano come in Umbria: curate che pensino prima alle abitazioni e poi ai monumenti! Le persone devono tornare nelle loro case!”.

È giusto, ma bisogna sapere cosa tiene in vita questa terra. Le persone nelle loro case nuove avranno bisogno che la cultura, l’arte, la gastronomia, tornino ad attrarre gente. Senza le sue risorse principali, questa terra non potrà tornare a sfamare e dare un senso alle persone che torneranno – se ci torneranno – nelle loro case.

Collemaggio, San Bernardino, tutte le piazze e le chiese della città chiusa che non abbiamo potuto vedere, sono urgenti quanto la casetta che si è sbriciolata.

A sera ci brucia la gola. Forse è solo effetto di questa strana giornata, che alterna sole e nuvole. O forse qui si respira ancora polvere.

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18.04.2009     Arrivare è già stata un’impresa; fila al casello d’ingresso di Teramo e fila pazzesca al casello di uscita di L’Aquila est (che comunque era finalmente aperto mentre le altre volte bisognava uscire ad Assergi, passare Paganica, Bazzano e ci volevano 2 ore.

Arrivo all’Aquila alle 8,45.  Recupero mio fratello che mi aspettava al cimitero. Il campo di rugby è una grande tendopoli pieno di gente e di mezzi della protezione civile. Scendiamo con  la macchina verso la galleria di Collemaggio che attraversiamo uscendo al parcheggio pluripiano assediato da camper, roulottes, e gente;  una sola direzione è possibile verso via Strinella, porta Bazzano è chiusa da un picchetto di alpini in armi (divieto di ingresso). Con la scusa della tendopoli di Collemaggio riusciamo a risalire fino al viale di Collemaggio dove ci impongono di lasciare definitivamente la macchina. La Basilica è assediata da tende e mezzi. Procedendo a piedi a metà viale ci blocca un picchetto di guardia degli alpini. Mezzora per far capire loro che dobbiamo andare al posto dei vigili del fuoco di Porta Napoli per prendere il numero per poter arrivare alle nostre case. Insistono perche dobbiamo rifare in macchina tutto il circuito di Collemaggio e arrivare dall’altro lato. Alla fine il buon senso prevale (3 ragazzi contro una ragazza che, come sempre sono le più rigide e schematiche) e ci fanno passare accompagnati da uno di loro (che non finirò mai di ringraziare) per i trecento metri fino al posto dei Vigili. Lì la fila di dolore e sofferenza è già lunga 50 metri.

Porta Napoli è crollata parzialmente e così la palazzina di nuovissima costruzione proprio a fianco della porta sulla sinistra. Ci mettiamo in fila per prenotare la squadra che ci accompagni alle case; senza di questa non mi farebbero più rientrare nemmeno per riprendere la macchina. Mi danno il numero (118)  alle 11,20  ma ora da li, senza macchina non possiamo andare da nessuna parte. Quindi ci sediamo sul muretto prima della porta e aspettiamo. Incontriamo gli Aloisio, la Risetti, Ugo Perucci, tutti abitanti nella zona di via 20 settembre; quattro chiacchiere di circostanze e tutti suonati come campane. Alle 12,45 parte il gruppo dei parenti di 7 studenti della Casa dello Studente per recuperare qualcosa accompagnati da due squadre e un’autoscala. Scene strazianti solo al vederli.

Si fanno le 14,30: fortuna le bottigliette di acqua minerale della protezione civile. Alle 14,45 chiamano finalmente il n. 118 ci assegnano una squadra (per me e Renato) e un’autoscala per Renato che è al 4 piano. Altra mezzora di attesa per la pattuglia dei Carabinieri a cui devo consegnare alcune armi detenute da mia madre e che ci accompagna fino a via S.Andrea. Grazie a loro riesco a recuperare la macchina a Collemaggio. Primo posto di blocco all’ISEF, alla villa; il secondo al Grand Hotel . Da li verso la piazza duomo non passa nessuno, la strada è insicura totalmente, con cumuli di macerie e palazzi pericolanti.

Giriamo per via XX settembre che appare bombardata.(Li avevo corso l’unico rischio, il giorno dopo il big one quando, con la scossa delle 11,30 erano crollati a un metro di distanza da me tutti i cornicioni ed i tramezzi del palazzo di fronte alla sede di Forza italia. Le macerie erano rimosse ai lati della via. Arriviamo a casa di mamma a via s.Andrea;  la cosa che mi ha colpito di più è che tutta la parte inferiore della via dove c’erano tre palazzine era sparita. Dove prima erano le case c’era un bellissimo panorama di roio che i giorni precedenti non avevo notato.

Due vigili salgono su e io aspetto con i carabinieri e gli altri due. Dopo 10 minuti finalmente ci chiamano, mi metto un bel caschetto da minatore e salgo su dove in meno di un quarto d’ora devo prendere più cose che posso tutte avvolte in tre lenzuola annodate in fretta e in furia. Consegno le armi ai CC (mezz’ora di verbale) carico tutto sulla mia macchina e andiamo da Renato.

Sono le 16,40. Il ponte di Belvedere è inagibile! percorso alternativo: Collemaggio, via Strinella (completamente sfollata con quasi tutti i palazzi lesionati), giriamo verso lo stadio (questura crollata).

Posto di blocco ai semafori dello stadio, da li saliamo solo noi; fontana luminosa il palazzo a fianco lesionato, il corso pieno di macerie, pieghiamo verso viale Duca degli Abruzzi. San Silvestro è in piedi mentre sono crollate alcune delle villette sulla destra del viale, arriviamo all’incrocio con via Roma. Tutto distrutto e via Roma è un enorme cumulo di macerie sia verso su che verso giù. Attraversiamo un altro posto di blocco e arriviamo finalmente alle case dove abitava Cristina Robertini e c’era una delle sedi della GEI. Sono lesionate ma in piedi.

Il Palazzo di Barattelli dove abitava Ersilia è a pezzi: le travi hanno retto ma tutti i tramezzi sono crollati sulle macchine parcheggiate sotto. L’hotel Duca degli Abruzzi è un ammasso di macerie che arriva fino alla strada. Casa di Renato ha il primo e il secondo piano che sono completamente sventrati, gli altri sopra hanno ancora le finestre. Renato non può salire. I Vigili salgono con l’autoscala dopo che Renato ha spiegato loro qualcosa; entrano da una finestra e lanciano giù dal 4° piano tre sacchi con i vestiti recuperati che naturalmente si rompono quando arrivano a terra. Scendono a mano solo il portatile e l’hard disk del computer e tre quadri. Di più non si può fare e dentro è tutto distrutto. Ci riaccompagnano ai varchi dello stadio, riattraversiamo la città completamente deserta e li ci lasciano. sono le 17,50.

Accompagno Renato alla tendopoli di S. Panfilo d’Ocre, vicino alla casa di sua suocera, che è rimasta in piedi, dove ci sono tutti i parenti di Flora che godono del preziosissimo privilegio di poter usufruire di un bagno agibile e non delle toilettes chimiche (a S. Panfilo 8 per 300 persone).

Scarico le sue cose, saluto i parenti di Flora riparto per  Civitanova alle 19,30 dove mia madre, nel frattempo, ha aspettato tutto il giorno tempestandomi di 300 telefonate per sapere come andava! Un bacio a tutti Massimo

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8 maggio 2009 carissimi scrivo a voi tutti, ho ricevuto un dono da Cristina, è stato commovente e poi approvo la sua idea, vorrei dare ancora testimonianza della realtà, visto che sono stata a L’Aquila ieri ed oggi..
L’Aquila è una città diversa, ogni caseggiato grande o piccolo ha delle ferite, non sta a me dire se siano rimarginabili oppure no, però segnano il cuore di chi le guarda, io oggi ho pianto con singhiozzi, tutto è come era il 7 aprile..ci sono in più tendopoli a non finire..le abitazioni sono vuote e si piegano di più o si aprono di più giorno per giorno..le scosse continuano..

Ho dormito su un camper con mia sorella, ma quando si muoveva anche solo per un movimento delle persone mi agitavo.

Ci sono persone anziane che escono dalle tendopoli solo per prendere un po’ di sole che ieri e oggi finalmente splendeva nel cielo e riscaldava le ossa.

Daniela

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L’Aquila 22 maggio di Adriano

Silenzio. Su tutto, grava una coltre opprimente di silenzio. È come guardare un film, avendo tolto l’audio. Perfino le autogru enormi dei Vigili del fuoco, ti passano accanto, apparentemente senza fare rumore. E poi, il vuoto tra quello che resta di case e strade; più vuoto di un pomeriggio di metà agosto. In giro solo Vigili a piedi e macchine di servizio. I muri delle case sono esplosi, come se centinaia, migliaia di bombole di gas fossero deflagrate. Enormi fragilissime lastre di vetro sono intatte; vasi di fiori sono rimasti sui davanzali; durissimi stipiti di marmo delle porte, giacciono a terra in briciole; serrande metalliche, contorte, appallottolate, come se un gigante fosse stato preso da uno scatto di ira.

L’appuntamento è per le 12, posto di blocco di Porta Napoli.

Sono fortunato: Maurizio deve fare un sopralluogo al palazzo della Standa. Il sindaco vuole riaprire un percorso protetto, dalla Villa, alla Fontana luminosa.

Poche persone attendono il loro turno per entrare nella zona rossa. I Vigili che ci sono stati assegnati arrivano puntualissimi; precisione teutonica, sono torinesi: elenco dei componenti autorizzati a entrare, verifica che ciascuno abbia il suo elmetto; controllo-radio dell’appuntamento con i tecnici della Protezione civile che attendono già sul posto di destinazione.

Si parte: uno, due, tre posti di blocco: 2 ragazze della Forestale, 2 finanzieri, 2 alpini. Tutti discreti, calmi, inflessibili con chiunque non sia autorizzato e accompagnato.

Siamo al palazzo.  La casa di Nora, lì accanto, è gravemente minacciata dai crolli della casa a fianco. Le operazioni sono dirette da un ingegnere (donna) dei Vigili del Fuoco; inflessibile e determinata. Si entra ad un piano per volta: per prima i Vigili (si fanno consegnare le chiavi); dopo, la terna di ingegneri della Protezione civile: milanesi, uno anziano e 2 giovani, con gli strumenti di misura e le carte. Poi entra il proprietario o il responsabile della attività; deve dire cosa gli occorre prelevare; il direttore del supermercato, i registri contabili; il direttore della banca, soldi e 2 faldoni di documenti; gli altri attendono fuori, lontano dai cornicioni e dietro la transenna.

Passano solo mezzi di servizio; ogni tanto un pulmino di Vigili, carico di persone dirette alle loro case; si guardano intorno con lo sguardo smarrito. Ogni descrizione che si può aver ascoltato prima, non dà la portata della realtà.

Lascio gli amici ingegneri al loro lavoro; esco a piedi e da solo dalla zona rossa; devo tranquillizzare gli uomini dei posti di blocco, che subito si drizzano e si parano davanti; l’elmetto che tengo in mano, mi garantisce un aspetto da addetto ai lavori.

L’ultimo palazzo prima della Villa è quello dove abitavo. Lo dico all’alpino del posto di blocco che è proprio lì: “Mannaggia, si dice che lo demoliranno. Vede? Io abitavo lì, al secondo piano e al piano di sotto lavorava mio padre”

“Mannaggia – mi risponde – lì c’era lo studio del mio dentista”

Scendo lungo il viale, che facevo tutto di corsa per andare dai nonni; casa di Francesco, a sinistra, e poi casa di Claudio, la chiesa di CristoRe, casa di Alfonso, casa di Gaetano, casa dei nonni, tutte mostrano i segni delle lesioni; infine, casa di Alessandra, un cumulo di macerie.

Adesso sono fuori dalla zona rossa.

Parlo al telefono con Renato: sta trasportando l’ennesimo sacco pieno di libri, di vestiti, di vita. È stanchissimo e non ha un angolo dove riposarsi. Nella tenda che è stata assegnata alla sua famiglia, ci sono 50 gradi. Mi ringrazia e, lui, mi rincuora.

……

Via Strinella e poi il Torrione e poi giù giù verso piazza d’Armi: è l’unico percorso rimasto, traffico lentissimo, ingolfato, silenzioso; ai lati, ogni sorta di guazzabuglio, attività provvisorie, macerie, ombrelloni con acqua e panini; arrivo alla spianata: tendopoli, automobili, gente; le funzioni della vita urbana si mescolano con quelle dell’emergenza.

Scendo, verso la stazione. Crolli e buchi nelle le mura, come quelli di una città medievale presa a cannonate dagli assedianti, e conquistata: dentro non c’è più nessuno.

Vado a ovest, arrivo a S.Vittorino; devo concentrarmi per riconoscere il bivio e la stradina; la casa di caccia è abitata; c’è anche una roulotte parcheggiata sul davanti e, oltre la rete, le ruspe stanno sbancando il prato per fare la bretella che unirà l’aeroporto alla Scuola della Finanza, sede del G8. L’operaio che mi sbarra la strada mi dice che sarà pronta il 26 giugno; lavorano anche di notte.

Torno in città; ho appuntamento con Gianfranco; mi porta a casa sua, fortunatamente intatta dal terremoto e sfortunatamente allagata dall’inquilino del piano di sopra. Ma lui è sorridente, incrollabilmente ottimista: “mangiamo 2 biscottini e beviamo la Cocacola, sennò, che vvvoi fà!?? Tocca nutrirsi, mica te pòi abbatte’!”

Dal suo balcone si vedono le gru che stanno smontando, pietra dopo pietra, le cupole i campanili e i palazzi: il castello, s.Bernardino, il Duomo, S.Sivestro. Mi riaccompagna alla macchina; mi dona il DVD di TV1 (gli dico che ve lo distribuirò), gli lascio i nostri 99 pensieri.

Tra poco tornerà anche lui al mare.

Adriano

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L’Aquila, 23 maggio 2009 Sono andata anche oggi a fare la mia peregrinazione a L’Aquila. Ho  ordinatamente aspettato il mio turno, insieme a mio marito, presso la  postazione dei vigili del fuoco  di Porta Napoli ed al momento stabilito,  accompagnati da una camionetta dei VF  ci siamo diretti in macchina verso Piazza Prefettura.

E’ ormai inutile descrivere che cosa  non c’è più in quella zona, è più facile dire che cosa c’è ora. Ci sono due enormi gru che stanno completamente demolendo quello che rimane del Palazzo del Governo, mentre ancora non iniziano le demolizioni dei palazzi circostanti, ivi compreso di ciò che resta delle case di Via Donadei, la strada con l’archetto dove stava l’ACI, e dove si trova la mia casa. Dopo aver parcheggiato l’automobile nello spazio disponibile su Piazza della Prefettura ci siamo avviati, con l’elmetto in testa, scortati dai vigili verso casa. Superate le montagne di calcinacci, tegole, mattoni, persiane, cavi elettrici, che ostruivano il passaggio, abbiamo aperto il cancello di casa.

L’ingresso al giardino mi è sembrato un dispetto della natura: i fiori profumatissimi e variopinti ci hanno accolto in un modo  quasi spudorato per il contrasto tra la loro bellezza e la tristezza che regnava nei nostri cuori. Il prato è cresciuto immacolato e la fragranza dell’erba invitava ad assaporarne la sua  morbida e lucente delicatezza.

Entrati con un po’ di difficoltà in casa, per via dell’ampia vetrata che resta incastrata nello stipite della finestra, siamo tornati alla realtà delle ferite inferte sui muri.

Mi sono precipitata ad andare a recuperare le due cose che mi sembravano più importanti: la collezione di dischi di vinile ed una grossa cornice in argento e legno che contiene la foto dei miei genitori nel giorno delle loro nozze. Dopo ho detto ad un vigile che avevo finito. A quel punto il vigile mi ha guardato con  un’espressione quasi di richiamo e mi ha detto:” Signora, ma ha capito che deve vuotare completamente la sua casa, e quindi deve prendere la maggiore quantità possibile di cose”?

Per me è stato come ricevere uno schiaffone perché, in quel momento è stato evidente che  non esisteva solo il mio desiderio di mettere le cose più preziose in salvo, ma era un vero dovere di salvare la storia di tutto ciò che ci ha circondato nel tempo. Così abbiamo preso panni, attrezzature ed oggetti vari, abbiamo riempito borse e sacchetti di plastica e, come i nomadi, abbiamo caricato la nostra macchina e siamo ripartiti.

Lo svuotamento continuerà la prossima volta!

Vittoria

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Se chiudo gli occhi….(pensiero su l’Aquila)
di Alessandra Bizzini – da “il Capoluogo”, mercoledì 29 luglio 2009
Se chiudo gli occhi ti rivedo com’eri, come ancora sei per me. Rivedo ogni sfumatura di luce, ascolto i rumori e i brusii, respiro e assaporo l’aria frizzante che mi veniva incontro ad ogni mio ritorno…
Salite e discese, via Roma brulica di vita: scalpicciano sui sampietrini studenti trafelati, massaie cariche di sporte, auto impazienti si affannano verso la propria meta, e intanto la Torre di Palazzo risuona, scandendo le ore…
Vive di voci e richiami la Piazza: grida di ambulanti, chiacchiericcio quotidiano, tra frutta colorata che sfavilla al sole e scampoli di stoffa ondeggianti al vento…
Poi scende la sera e giovani di ogni età affollano le vie del centro, si assiepano lungo il Corso, tra vicoli e piazzette che nella notte imminente pulseranno di musica e risate, tra brindisi ed incontri vecchi e nuovi…
Rivedo ogni cosa…Rivivo ancora, ad occhi chiusi, il silenzio ovattato dei tuoi eleganti cortili impregnati di Storia; mi avvolge ancora la penombra accogliente delle tue chiese secolari, riprovando immutato il misterioso conforto di una Presenza ineffabile…
E’ bastato un momento. Un lungo, interminabile momento. ”In un momento sono sfiorite le rose”, disse un grande poeta…Sfiorita è la tua vita, colpita a morte da un destino inaccettabile ma che pure fatalmente ti appartiene. Tutto è stato travolto…ed ora ti possiede il silenzio, e ciò che resta di te lotta per non morire…Non lotterai da sola. Perché io tornerò per ricominciare insieme a te, guardando sempre dritto, senza paura. Perché non mi perderai, perché non ti perderò. Perché il tuo destino è scritto nel tuo nome e nulla ti impedirà di lasciare quel nido fragile dove sei stata costretta a rifugiarti ripiegando spaurita le ali. Perché, se Dio vorrà, un giorno le mie mani, assieme a tante altre mani, si apriranno con tenera premura per restituirti alle altezze che ti appartengono, dove maestosa porterai ancora tutti i nostri sogni, i nostri progetti, le nostre speranze.
Ciao L’Aquila bella, “Aquila bella mé”. Aspettami.

foto Yar Man, nov 2012

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che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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