della ricostruzione, di Montanari e d’altro

Dialogo (epistolare) tra Luciano Belli Laura e Adriano Di Barba9 mag. ’13

ADB: …..ma non credi, caro Luciano, che la pianificazione abbia dato ripetute prove (in Italia e nei decenni) di clamorosi fallimenti e, sostanzialmente, di inutilità (quando non addirittura di tradimenti) delle intenzioni del pianificatore, attraverso i ripetuti stravolgimenti che ogni Piano ha subìto?

LBL: Purtroppo sì!

ADB: Non credi che lo strumento del PPA sia inadeguato e inattuale, specialmente se applicato a strumenti urbanistici traditi o stravolti dall’arrembaggio della speculazione?

LBL: Sicuro, ma era solo una proposta momentanea!

ADB: Non credi che tale strumento avesse un senso (teorico) in epoche di aggressione selvaggia dell’edilizia, per fronteggiare la rincorsa al costruire comunque e dovunque e che, in questa epoca scellerata e sfortunata, tali spinte siano state fiaccate dalla crisi economica?

LBL: Il PPA aveva senso nel compromesso trovato da Bucalossi per rendere la Concessione edilizia un potere in mano alla Pubblica amministrazione. Che, appunto con il PPA poteva anche decidere QUANDO costruire. Giacché, SE, COME E QUANTO costruire erano decisi tramite lo strumento urbanistico (destinazione d’uso dei suoli, con interventi diretti o con piani esecutivi, indici di fabbricabilità)

ADB: Non credi che in una situazione emergenziale, quale la ricostruzione dell’Aquila, non abbia alcun senso “nobilitare” un PRG vetusto, imbolsito e stravolto, come  dimostra la periferizzazione selvaggia della città, ante terremoto. Adesso, che senso avrebbe, disciplinare la ricostruzione sulle regole di un PPA svuotato dai fatti e superato dagli eventi? 

LBL: Nessun senso! Infatti il PPA non disciplina/disciplinava né la ricostruzione né la nuova edificazione. Semplicemente perché il Programma P. di A. non è un PIANO, ma solo un BILANCIO: delle entrate e delle uscite.

ADB: E allora: non avrebbe maggiore senso, andare a soppesare la valenza urbana del singolo progetto, uno per uno, valutandone il logico inserimento in un disegno urbano storico? Ad esempio, dando valore cogente, serio, al progetto “Asse centrale” e alle “6 aree a breve”, che secondo me sono l’unico documento utile sin qui prodotto (e naturalmente ignorato alla grande).

LBL: NO ! . Ma come si fa a dire che questo progetto è meglio di un altro? Forse, si può solo dire che questo progetto può essere realizzato prima di un altro. Perciò, per non fare favoritismi (o amministrazione clientelare) occorre avere un bilancio completo delle entrate e delle uscite. Che può essere anche temporalizzato. Tutto nella massima trasparenza e condivisione.

ADB: E infine: CHI, amministratore o tecnico, in quella sciagurata amministrazione comunale avrebbe le competenze e l’onestà di eseguire un tale lavoro di vaglio ragionato dei progetti, dopo aver favorito cani e porci e penalizzato poveri cristi o avversari di merende?

LBL: E allora? Muoia Cialente e tutti i Filistei … ? Ma quante volte? NON è più il tempo di … lagnarsi. Forse, è quello di lasciare ai giovani l’iniziativa ed aiutarli con la forza della memoria e della saggezza. Esagero?

Ora, caro Adriano, ti faccio leggere, quello che vorrei scrivere a Tomaso Montanari, a proposito del suo intervento del 5 maggio. Così mi puoi dire cosa ne pensi

 

A Tomaso Montanari

Forse, per restituire l’Aquila e i suoi monumenti ai cittadini aquilani ed alla nazione italiana, è ora [secondo il Vangelo di Tommaso (100,2-3)] di dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Cialente quello che è di Cialente.

Voglio farlo da ex-insegnante semplice di Storia dell’Architettura che ho sempre privilegiato all’insegnamento di Disegno e Progettazione (o di Costruzioni e Tecnologia) perché convinto che, come nel salto in lungo, una valida rincorsa fosse il preludio d’una buona proiezione in avanti. Giacché persuaso che Architettura designi “una concezione ampia, perché abbraccia l’intero ambiente della vita umana”. Quindi: “non possiamo sottrarci all’architettura, finché facciamo parte della civiltà, poiché essa rappresenta l’insieme delle modifiche e alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto.

Né possiamo confidare i nostri interessi a una élite di uomini preparati, chiedendo loro di sondare, scoprire e creare l’ambiente destinato a ospitarci, meravigliandoci poi dinanzi all’opera compiuta, e apprendendola come una cosa bell’e fatta. Questo spetta invece a noi stessi; ciascuno di noi è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto orientamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta, per evitare di tramandare ai nostri figli un tesoro minore di quello lasciatoci dai nostri padri. (W. Morris, Prospects of architecture in civilization, in On art and socialism, London 1947; tr. it.: Architettura e socialismo,Bari 1963, p. 3).

E da osservante esterno della vicende di questi quattro anni, quindi da credente che, se i rappresentanti della maggioranza dei cittadini aquilani davvero desiassero restituire L’Aquila e i suoi monumenti alla comunità locale e nazionale, già da tempo avrebbero posto in essere quello che, quarantotto mesi dopo il terremoto, gli Storici dell’Arte hanno chiesto loro efficacemente il 5 maggio 2013.

Se costoro veramente volessero la ricostruzione della polis (in latino, urbs od oppidum) cioè della città in senso materiale e della polis (in latino, civitas) cioè della comunità avrebbero iniziato un quarantotto contro la new town progettata dal Governo Berlusconi nelle quarantotto successive alle 3 e 32 del 6 aprile 2009.

Invece, questo progetto alternativo alla ricostruzione com’era e dov’era della città (delle case, degli opifici e dei monumenti danneggiati o crollati) fu sostanzialmente assecondato purché spezzettato in C.A.S.E. (senza alcun opificio, negozio e spazio per la vita comune) localizzabili prevalentemente “vicino alle frazioni” più lontane. Più che altro per salvare dall’esproprio per pubblica utilità i terreni di maggior valore prossimi al centro storico. Cosicché, diciannove nuovi quartieri meramente residenziali (in modo blasfemo nomati new town dai costruttori di Cesare) furono trasformati in luoghi di deportazione della popolazione follata dal centro storico aquilano dal sisma e dal credo, in pio modo, d’urbanisti di Cialente.

Se costoro decisamente desiderassero la ricostruzione non deviata da interessi privati l’avrebbero attuata immediatamente inserendola in una pianificazione urbanistica governata dalla mano pubblicaInvece, mentre la Protezione civile di Bertolaso curava il passaggio dalle tende alle 183 nuove case dei 19 C.A.S.E., l’incivile protezione d’interessi speculativi e clientelari privati favoriva la costruzione d’una miriade di casette d’emergenza e di progetti di nuovi insediamenti residenziali e commerciali. Ovunque e comunque. In variante o secondo le previsioni d’un vetusto strumento urbanistico. Tanto inefficace per la pubblica utilità quanto fecondo per la privata proficuità. E mentre le risorse governative certe finivano prevalentemente nelle tasche d’italici costruttori ed arredatori delle new town (giacché solo le briciole andavano ad urbanizzatori, impiantisti e fornitori di torroni locali), le risorse incerte venivano progressivamente dilapidate da controllori (nazionali, regionali, locali; di ruolo e di nuova nomina), di progettisti, di contabili, di facilitatori ed affini.

Pianificando realmente (cioè dilazionando all’inverosimile) la ricostruzione della città. Tergiversando nel fare Piani Strategici inutili e Piani di Ricostruzione fasulli. Evitando rigorosamente di rifare il Piano Regolatore Generale ed abbandonare quindi la concertazione pubblico-privato per la realizzazione di NUOVE costruzioni ad immagine e somiglianza delle finte new town berlusconiane.

Se costoro concretamente concupissero rinunciare ad ogni progetto di trasformare l’Aquila in una sorta di Aquilaland, non avrebbero dovuto assecondare neppure la costruzione di teatri lignei nei luoghi dove stazionava il baraccone del tiro a segno. Nonché il trasferimento del mercato dalla centrale piazza apposita alla periferica Piazza d’Armi, allestita con piattaforme ellittiche di cemento e virtuali teatri a forma di liuto.

Se costoro effettivamente esigessero che L’Aquila risorga com’era e dov’era non avrebbero caparbiamente rifiutato di fare un semplice Programma Pluriennale di Attuazione della Ricostruzione. Che escludesse categoricamente ogni nuova opera fino alla chiusura di tutti i cantieri deputati a costruire quanto danneggiato e reso inservibile dal movimento tellurico dell’ultimo lustro. Ben prima di salire sulla barca di Barca per fare etichette con un cronoprogramma inattuabile da appiccicare ai muri ammuffiti delle case e dei monumenti.

Se costoro realmente reclamassero che la prima urgenza della politica nazionale fosse quella della difesa e della ricostituzione del patrimonio culturale, non avrebbero improvvisato periodiche stizzose rivendicazioni di governance e teatrali manifestazioni d’ammaino di bandiere e/o dismissioni di fasce tricolori. Avrebbero preteso (non elemosinato) che fosse stanziato quanto necessario ed indispensabile alla rinascita della città e della comunità. Senza il ricorso al gioco d’azzardo ed il beneplacito dei m.e.r.c.a.t.i..

Se costoro sul serio stabilissero di lasciar fare ai cittadini che credono nel diritto d’avere il diritto di ….!”

ADB:  … ehhh,, Luciano, le cose che tu dici a Montanari (sacrosante) sono ormai superate dalla rassegnazione dei cittadini; o dalla rabbia e dalla frustrazione di coloro che ormai arredano alla meno peggio la loro c.a.s.a, dopo aver sperato per 4 anni di tornare nella loro vera casa, ripescando le loro cose dalle casse e dagli scatoloni ammiffiti nelle cantine. O dall’opportunismo di chi ormai ha avuto il suo e quindi non ha nulla più da chiedere. O di chi è seduto al banchetto e non gliene frega altro che attendere che arrivino le portate più succulente dalle cucine (che ormai il tempo della cottura a puntino è trascorso).

Ma non vedi? Quel ***,  ***, ***, di sindaco, stasera litiga col prefetto perchè gli intima di rimettere le bandiere che ha fatto ammainare, e minaccia di destituirlo per decreto: così farà la parte della vittima o dell’eroe impavido e dell’artefice della resistenza e della ricostruzione della città.

Ier sera, in uno scambio di post su FaceBook, un nipote litigava ancora dopo 4 anni, con suo zio, sul costo unitario esorbitante e sospetto delle c.a.s.e…. cosa ti aspetti che facciano? o che vogliano sapere più di quanto gli sia già stato detto da tanti e in tante lingue? Se ti fa piacere che metta il tuo messaggio sul blog (anche se quello è diventato un vecchio catorcio inutile alla causa della “ricostruzione”), fammi sapere e mandami una bella foto; ma cosa c’è rimasto ormai da far vedere che non sia stato mostrato?

8 maggio
(foto Anna P. Colasacco)
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