Ricostruzione tra amnesia e legalità

di Maria Pia Guermandi su http://nessundorma.com.unita.it, 24 mar

Si è concluso ieri a Ferrara il XX Salone del restauro, dedicato quest’anno ai problemi della ricostruzione post- terremoto.

È stato il momento per fare il punto su quanto fatto per recuperare gli enormi danni subiti dal patrimonio culturale devastato dal sisma emiliano romagnolo dello scorso maggio. Ma si è trattato anche dell’occasione per un confronto con la situazione “gemella” de L’Aquila: una ferita ancora aperta, ma in cui, finalmente, dopo 4 anni, si comincia a intravedere qualche spiraglio di operatività.
Molti i problemi tuttora irrisolti, a partire da quello delle risorse che, proprio per i beni culturali sono fino a questo momento del tutto insufficienti a fronte delle necessità: stime ancora incomplete parlano di un miliardo di danni al patrimonio culturale, di cui 400 per i soli beni ecclesiastici.

Purtroppo, a distanza di un anno gli organi di tutela, rigidamente gerarchizzati alle dipendenze della Direzione Regionale, non sono ancora in grado di fornire un quadro completo della situazione, nè tanto meno hanno terminato le operazioni di messa in sicurezza degli edifici. In compenso, una parte del mondo accademico dell’architettura italiana, e in particolare l’Università di Ferrara, ha già proceduto alla quasi totale occupazione degli spazi comunicativi. Peccato che poi occorrerebbe anche avercelo, qualcosa da dire, mentre lo slogan che ha imperversato in questi ultimi mesi è quel miserevole “dov’era, ma non com’era”,  i cui contenuti paiono risolversi, però, nella riaffermazione della supremazia del “progetto”. In nome di quest’ultimo si pretende di archiviare la pratica del restauro filologico quasi che quest’ultima prescinda da ogni progettualità e non implichi invece sempre, a priori, uno studio e una ricerca storico filologica, fondata su una precisa, scientifica metodologia che ne costituisce il tratto distintivo di modernità.

Come dimostra, con esemplare chiarezza,  una piccola mostra fotografica di Italia Nostra inaugurata al Salone, su alcuni esempi di restauro che hanno guidato la ricostruzione dei nostri centri storici massacrati dalle guerre e dai sismi. La mostra, che si intitola “La restituzione della memoria” e verrà allestita, dal 5 aprile, a L’Aquila, testimonia come restauro e  recupero del patrimonio siano  essi stessi innovazione, tanto nell’uso dell’artigianato, quanto nell’uso e nell’evoluzione di metodi e tecnologie.

Al contrario, per i fautori del “progetto”, che sempre implica la visibilità del “segno” dell’architetto di turno (impossibile non ripensare agli “architetti impegnati” sbeffeggiati da Cederna), il restauro filologico è poco più di un arcaico arnese che la contemporaneità deve lasciarsi alle spalle.
Peccato che per questi progetti, appunto, seppure rivestiti dell’apparato tecnologico di inevitabile complemento (ah, i laser scanner!) l’unico criterio discriminante per decidere della qualità di un intervento ricostruttivo (perchè la manica lunga del Castello di Rivoli sì e las Arenas di Barcellona no?) si appiattisce inesorabilmente sul gusto del decisore di turno, criterio che, quanto a metodologia, lascia un po’ a desiderare.

Ma se la naiveté culturale di un approccio di questo genere, dove è palese l’indifferenza al contesto urbano e paesaggistico, può essere per lo meno comprensibile in un orizzonte accademico, soprattutto quello nostrano, diventa colpevole laddove sposata acriticamente dagli organismi di tutela.

Il vero dramma del posterremoto diventa allora, ancor più della mancanza di risorse economiche, l’incapacità di una visione coerente del destino e della funzione del nostro patrimonio culturale: triste in ambito accademico, inammissibile da parte di chi è demandato istituzionalmente a tutelare questo stesso patrimonio.

Gravissimo infine, che a questo ossimoro della ricostruzione senza restauro gli amministratori regionali abbiano prontamente fornito le armi giuridiche: quella legge sulla ricostruzione (n.16/2012) frutto di micidiale, ma non casuale, amnesia storica nei confronti di una tradizione di tutela dei centri storici della Regione Emilia – Romagna. La legge cancellando, nei comuni colpiti dal sisma, la vigente e gloriosa normativa dei piani regolatori, “svincola” dalla regola del ripristino filologico gli edifici crollati o gravemente danneggiati dal terremoto e addirittura affida a “piani di ricostruzione” la facoltà di  riprogettare radicalmente gli insediamenti urbani storici.

In questo contesto, la salvaguardia dell’identità civica dei centri colpiti dal terremoto rimane affidata alla responsabilità degli amministratori comunali. Segnale di speranza è allora la passione cocciuta del giovane sindaco di Finale Emilia, che, proprio al Salone di Ferrara, ha ribadito la volontà sua e di tutti i concittadini di ricostruire la torre dei Modenesi, il simbolo di Finale, com’era e dov’era.

Un’ultima considerazione: trasformare l’opera di ricostruzione di monumenti e centri storici in un’operazione di recupero e riqualificazione territoriale fondato sui criteri del restauro filologico, significherebbe anche affidarsi a manodopera di elevata competenza, ad un artigianato specializzato che niente ha a che spartire con un’imprenditoria edile largamente infiltrata dalle cosche calabresi, com’è ormai anche nelle zone terremotate (cfr. G. Tizian, Le mani sul terremoto, L’Espresso, 22 novembre 2012).
Si toglierebbero insomma spazi di manovra alle ‘ndrine dominanti nelle attività connesse all’edilizia e al movimento terra, anche grazie ai prezzi “stracciati” proposti per queste attività e possibili solo a chi si pone soprattutto obiettivi di riciclaggio e di infiltrazione.
Una sorta di presidio di legalità che, anche in questo, contribuisce alla rinascita di un territorio.

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