le zone di ripopolamento aquilane

Le zone di ripopolamento aquilane. Uno studio della Uffinton University

di Luisa Nardecchia, da http://www.laquilablog.it, 18 febb.

casedi Luisa Nardecchia –

Chi abita nelle C.A.S.E.? Quali sono le caratteristiche delle persone che hanno deciso di stabilirsi nelle new-town? Come si relazionano gli abitanti delle case antisismiche con il resto della cittadinanza aquilana? E come si relaziona la cittadinanza aquilana residente in case vere con quella residente nelle new-town? Per rispondere a queste domande i ricercatori della Uffinton University di Puddingbay, guidati dall’esimio Professor Buffery, hanno realizzato uno studio meticoloso in quattro anni di osservazione dello Zeitgeistlocale. Dalla prima emergenza a tutt’oggi, camuffati da postini, volantinari, spazzini e macellai, hanno registrato opinioni e osservato paradigmi, pervenendo ad un inventario analitico capace di evidenziare anche le implicazioni mediatiche responsabili dei più diffusi convincimenti. Dal saggio “Zone di ripopolamento aquilane” (in: “Aquilan reforestation areas and population’s behavior against C.A.S.E. project buildings”, Uffinton University, Puddingbay, 2013) propongo, in esclusiva assoluta, un report divulgativo.

(…) Chi abita dunque nel P.C. (leggi: “Progetto C.A.S.E.”, n.d.r), secondo la rappresentazione collettiva aquilana?

  1. La prima tesi è che nel P.C. vivano dei berlusconiani colmi di gratitudine, che – privi financo di una lavastoviglie nella vita precedente – hanno qui trovato quanto da loro sognato. Trattandosi di una sacca popolare ignorante e reazionaria, è bene tenerla a distanza e impegnarla nella sua occupazione preferita: guardare partite di calcio, telenovelas e talk-show. E’ sufficiente garantire un ottimo segnale video per farla “betrayed and stricken”.
  2. In subordine, nel P.C. abitano comunisti mangiatori di bambini. Vivono di spesa proletaria e sono perfettamente mimetizzati da persone normali, pur essendo una risma di cialtroni. Numerose le reazioni contro di loro: “Che diamine. Li hanno rivestiti, gli hanno dato una casa meglio di quella di prima, gli hanno messo il giardino, il laghetto, i vialetti di ghiaia, e loro non ci vogliono stare, e criticano tutti i provvedimenti che vengono presi. E non vogliono pagare né l’acqua dei bei laghetti, né le luci dei vialetti, né la cura dei giardinetti”. La propaganda ne intervista alcuni quando è il momento di dare la caccia al colpevole del deficitfinanziario delle casse pubbliche: la colpa del deficit è del P.C. che pertanto ha il dovere di risanarlo, capro sull’altare del bilancio.
  3. Terza tesi: nel P.C. abitano slavi, albanesi, zingari e nomadi di ogni razza e provenienza che, saputo del terremoto aquilano, si sono riversati in cerca dell’Eldorado e hanno ottenuto degli alloggi per sé e per le loro tribù. Questa categoria è comunemente indicata come “last user“: ricostruita L’Aquila, i P.C. diverrebbero dei ghetti per immigrati, ammesso che le CASE siano in grado di resistere al trascorrere di tre lustri.
  4. Quarta tesi: nel P.C. abitano lavoratrici autonome, di sesso non ben definibile, che esercitano in questi caldi appartamentini la professione che prima esercitavano sulla strada. Nella casistica possiamo far rientrare anche quei personaggi di dubbia moralità che prestano il loro alloggio a colleghi amici per fare festini, in cambio di favori o denaro, quando non di prestazioni sessuali. La propaganda ne parla per consentire che i P.C. siano costantemente controllati per garantire la sicurezza dei residenti (dei residenti fuori dal P.C, naturalmente).
  5. Diffusa è anche la tesi per cui gli abitanti dei P.C. siano anche dei ricchi commercianti della Zona Rossa che, dopo aver trasferito tutti i loro averi all’estero o nelle banche svizzere, vivrebbero mimetizzati da poveri disgraziati, come Paperon de’ Paperoni nel Klondike, per evadere il fisco. A tal fine avrebbero fatto richiesta di un alloggio dei P.C. Si dice che ogni tanto costoro spariscano per una settimana, destinazione Saint-Tropez o Portofino, per controllare lo yatch ormeggiato nella baia. Tali dicerie mirano a scatenare sul P.C. le antipatie della fascia povera dei cittadini che non dormono nelle lenzuola rosse.
  6. Altra tesi: nei P.C. abitano solo gli idioti. Se non fossero idioti, avrebbero già preso delle case in affitto, invece che starsene in quelle di cartongesso, no? Pagherebbero qualcosina ma via! costerebbero di meno alla collettività (sui costi di gestione dei P.C. cfr. “Defects’ management and costs of unnecessary things in the CASE Project of L’Aquila “ibidem, pp. 315-378).
  7. Ultima tesi: l’abitante-tipo delle new-town è uno che pretende assistenza. Chiama la manutenzione per qualsiasi cosa! Se si rompe una lampadina, il rubinetto del lavandino, l’intonaco di un muro, lui chiama l’assistenza. L’immagine, falsa come Giuda, fa riferimento al cliché del meridionale piagnone, tipicamente italiota, abusato dai mass-media e ora utilizzato dagli aquilani contro gli aquilani stessi, cioè contro gli abitanti dei P.C. che continuano a lamentarsi in modo petulante e fastidioso, impedendo a tutti gli altri di riprogrammarsi l’esistenza.
  8. Un discorso a parte meritano gli abitanti dei MAP, bizzarre creature in verità, poiché pare che questi abbiano carattere piuttosto selvatico, amino la vita di campagna e (a quanto si dice) coltivino erba in giardino, in ricordo del loro passato da fricchettoni. Alcuni allevano una gallina, che vien su particolarmente allegra, perché ogni tanto dà una beccata all’erba. Le loro seratine a base di balli rurali e organetto hanno destato l’interesse del Dipartimento di Arti Cinematografiche di Puddingbay che, realizzando il corto “I’m running away from L’Aquila: life, love and hens”, si è aggiudicato il premio “Woodstock d’Italia” 2013. Fatto sta che i MAP appaiono, al resto della cittadinanza locale, autoeliminati dal gioco dell’Oca. In fondo si sono levati dalle scatole da soli, proprio come fecero i fricchettoni.

Ora, scorrendo la cronaca locale (cfr. allegato n. 48 della ricerca) emerge che alcuni episodi assimilabili alla casistica sopraelencata si sono effettivamente verificati, ma si tratta di mere eccezioni. Al contrario possiamo dimostrare che, in buona sostanza, nelle zone di ripopolamento aquilane ci si arrangia con grande dignità e si collabora per sopperire a regolamenti che non regolamentano, contatori che non contano, pulitori che non puliscono, giardinieri che non giardinano. Perché, allora, tali campagne diffamatorie? La vera colpa degli abitanti del P.C., secondo il sentire comune, è che non hanno alcuna intenzione di ricostruirsi la casa. E’ infatti lapalissiano che se ogni abitante dei P.C. si desse da fare, si rimboccasse le maniche e se ne tornasse a casa sua, L’Aquila sarebbe evidentemente già ricostruita! Logica inconfutabile… Gran parte dell’Intellighentia radical chic, insomma, sceglie questa soluzione rudimentale. La vediamo prodigarsi verso i terremotati di tutto il resto del pianeta, e schifare quelli che stanno fuori dalla porta di casa. Logica umana e civile vorrebbe che i cittadini terremotati venissero sostenuti, e i complessi antisismici ben curati. Converrebbe considerare i P.C. come una risorsa presente e futura, vedere in essi futuri alberghi, ostelli della gioventù, alloggi per famiglie dei ricoverati dell’Ospedale Regionale, case per i docenti e studenti dell’Università. E invece no: i più vedono in essi qualcosa che deve andare in malora con tutti gli abitanti. Abitanti così numerosi da avere la forza di un partito, ma così colpevolizzati da non accorgersene. Abitanti che potrebbero, con assoluta potenza contrattuale, chiedere la ricostruzione delle loro case prima di qualsiasi altra inutile velleità, potrebbero chiedere di non dirottare i soldi altrove prima di aver ricostruito le abitazioni, o di coinvolgere gli archistar in progetti di manutenzione dei complessi antisismici, invece che in preziosi quanto inutili gioielli di Arte Contemporanea. Ma loro (sic!) non lo fanno! Questi cittadini potrebbero essere la risorsa più grande della città dell’Aquila, una risorsa intrisa di rabbia e di stanchezza, e invece ne sono il punto più fragile e scoppiato. Sarà difficile, sostiene il Prof. Buffery, sollevare i P.C. dal limbo gassoso in cui veleggiano: chi ci abita deve considerarli da un lato alloggi temporanei, quando vede risparmiare sulla fornitura dei servizi, dall’altro definitivi, quando i tempi della ricostruzione si dilatano o c’è bisogno di liquidi. Troppo facile per il Prof. Buffery e la sua equipe, addurre l’esempio delle superbollette, accolte con soddisfazione da tanti cittadini che una casa ce l’hanno. L’esimio ricercatore adduce, invece, l’esempio significativo degli isolatori antisismici: rotti, per l’opinione comune, quando serve dire che le case fanno schifo, ma perfetti, se in qualche P.C. spunta un’area di prima accoglienza. Lo studio si conclude in modo sconfortante: finché non si innescherà un circolo virtuoso in cui la soluzione per i terremotati aquilani (quelli che non hanno più la casa) diventerà la soluzione di tutta la città, le cose resteranno in questa schizofrenia collettiva e non ci sarà la spinta utile alla ricostruzione. Fino ad allora i terremotati aquilani (quelli che non hanno più la casa) dovranno rassegnarsi a stare in modo stabile in un alloggio che ha la precarietà del provvisorio e i costi del definitivo. Singolare, vero? D’altronde, si sa che“la Storia è un palinsesto che può essere raschiato e riscritto tutte le volte che si vuole”.

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2 Responses to “le zone di ripopolamento aquilane”


  1. 1 Lucio Gialloreti (@LucioGialloreti) 19 febbraio 2013 alle 20:00

    Bellissimo e approfondito studio ipotizzato , permeato di simpaticissima ironia (con tanti spunti di verità ,però)! Amara la conclusione del rimanere nel precariato provvisorio con i costi di qualcosa che definitivo non dovrebbe essere! Complimenti all’Autrice!


  1. 1 le zone di ripopolamento aquilane | L'Aquila - Cerca News Trackback su 19 febbraio 2013 alle 16:36

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