quanto costa la città spezzata

di GABRIELE POLO da Il manifesto, 24 novembre 2012, su http://www.eddyburg.it, 24 nov.

Il più grande cantiere d’Europa è anche il più silenzioso. 1.680.000 mq, tante gru, ma tutte ferme. Una serie infinita di puntelli, travi, impalcature, ponteggi e recinzioni, ma quasi nessuno attorno. Perché l’Aquila, la città-cantiere, continua a restare muta: i passi dei pochi operai edili rimbombano nel vuoto insieme ai loro accenti, perlopiù meridionali, albanesi, rumeni; solo la sera una piccola porzione del vecchio abitato – da piazza Regina Margherita, lungo corso Vittorio Emanuele, fino a piazza Duomo – si rianima con le voci di centinaia di giovani stretti attorno a quella decina di bar e locali che hanno riaperto i battenti. Ma su tutto prevalgono ancora il buio e il vuoto della zona rossa, la gran parte del centro storico cittadino, dove ogni cosa si è fermata alle 3e32 del 6 aprile 2009, con i panni ancora stesi alle finestre e ormai ridotti a stracci incolori. La città vietata, sorvegliata dalle camionette degli alpini, anziché ridursi ogni tanto allarga i suoi confini, rimangiandosi quasi tutto il resto, quando – per qualche nuova scossa – i motivi di sicurezza impongono alla giunta comunale nuove ordinanze di chiusura.
Nei primi due anni del post-terremoto, l’Aquila sembrava una Pompei del 2000, con una serie disordinata di piccoli edifici – dall’aria provvisoria – in cui era stata ridotta la vita attorno a un centro distrutto e ancora pieno di macerie, percorso solo da addetti ai lavori, turisti «da disastro» e sfollati in doloroso pellegrinaggio. Oggi la città è divisa in due: una periferia confusa quanto vitale, un centro deserto che, paradossalmente, lo sgombero delle macerie e un briciolo di normalità hanno reso ancor più vuoto e surreale. La signora Maura se ne è accorta subito, appena è potuta rientrare a casa: «L’avevamo ristrutturata pochi mesi prima del terremoto e ha retto bene. Così adesso sono qui, ma vivo nel deserto. Nessun vicino, quasi nessun negozio. La sera è tutto buio, esco solo di giorno: difficile incontrare qualcuno che conosco, mi accontento di veder passare gli operai, di bere un caffè al bar. O di andare in periferia a far la spesa e passeggiare in uno dei tanti mercati dell’usato riempiti da oggetti resi inutili dal terremoto». Che ha anche stipato magazzini e depositi di vecchi mobili, facendo del custode una delle professioni più praticate e improvvisate della città. Poche altre decine di abitanti del centro storico aquilano hanno potuto fare come la signora Maura e ritornare a casa, perché quasi tutti gli edifici hanno avuto lesioni gravi o «definitive». In periferia è andata un po’ meglio, molte case hanno retto bene o erano recuperabili e così i lavori di ricostruzione sono iniziati già nel 2010, chiusa la fase della prima emergenza, quella gestita direttamente dalla Protezione civile. Che però ha segnato tutto il resto, fin dalla scelta delle new town berlusconiane, che si son portate via un sacco di soldi a scapito di ogni altro intervento, sacrificando – in nome della propaganda – gli abitanti in C.a.s.e. che non fanno una città, concentrandoli in villaggi desolati, persino fragili e – come dicono le inchieste aperte dalla magistratura – resi pericolosamente rigidi dalla speculazione fatta sui materiali che si stanno rivelando tutt’altro che antisismici. Un vero affare. Le scosse del 6 aprile 2009 sono costate all’Abruzzo 308 morti, migliaia di sfollati e miliardi di danni. Prima del terremoto il capoluogo aveva 73.000 abitanti, cui andrebbero aggiunti circa 10.000 universitari fuori sede che in città abitavano. Inizialmente quasi tutti hanno dovuto abbandonare le proprie case, passate le prime settimane gli sfollati erano quasi 50.000, distribuiti in tendopoli, caserme, alberghi e sistemazioni provvisorie di ogni genere. A tre anni e mezzo dal sisma nell’intero «cratere» restano «fuori dalle proprie abitazioni» 34.670 persone, di cui 28.500 aquilani (di questi quasi tutti i 10.000 residenti del centro storico): le loro case sono state classificate con la lettera E, la peggiore, quella che rileva danni strutturali, spesso la necessità di abbattere e ricostruire. In 19.000 sono stati sistemati nelle new town (tra i villaggi C.a.s.e. e le casette in legno dette Map), circa 6.000 si sono arrangiati trovando una «autonoma sistemazione», cioè un affitto cui viene corrisposto un contributo pubblico variabile dai 300 ai 600 euro mensili, a seconda della composizione del nucleo familiare (contributo che cesserà con la fine di quest’anno). 

Tra i 3 e i 4mila sono migrati in altre parti d’Italia, chi «provvisoriamente», chi per sempre. Una sessantina – i più poveri e soli – vivono ancora nella caserma della Guardia di Finanza di Coppito. Ad affollare soprattutto le aree fuori dalle mura storiche ci pensano gli studenti universitari, grazie all’esenzione delle tasse d’iscrizione per tutte le matricole e per chi non sfora troppo sul piano di studio. Sono oltre 24.000 e anche se molti non frequentano l’ateneo, in tanti hanno smesso di fare i pendolari e nutrono il giro delle locazioni. Così l’Aquila, ora più di prima, vive di Università e di affitti: le leggi del mercato spiegano il paradosso di una città semidistrutta in cui l’attività più fiorente non è l’edilizia, ma l’immobiliare. 

Il marchio del Cavaliere 

Sono state le scelte iniziali a segnare il seguito, dal dove pescare i fondi al come usarli. Niente «tassa di scopo» per finanziare la ricostruzione – berlusconianamente, «non si mettono le mani nelle tasche degli italiani» – ma ritagli dal bilancio dello stato e pubblica carità. Niente container e case provvisorie accanto al centro distrutto e da ricostruire il prima possibile, ma diaspora della comunità in una ventina di «bei villaggi con tutti i comfort, giardini e persino statue», sempre berlusconianamente parlando. Il tutto affidato alla regia di Bertolaso, il signore di ogni emergenza. Così i problemi legati ai fondi – «quanto» e «quando» – sono stati fin dall’inizio quelli irrisolti, rischiando ora di diventare irrisolvibili, con la grande crisi economica e relativi vincoli di bilancio pubblico. Così la prima emergenza – durata un anno e tutta concentrata nelle mani della Protezione civile – ha dettato un «come» che ha bruciato grandi risorse in opere discutibili, come le C.a.s.e. 

Il «decreto Abruzzo» del giugno 2009 stanziava 3.165 milioni di euro per una ricostruzione da concludersi «entro il 2033». Una cifra che tutti sapevano insufficiente, finanziata alla «sperainDio» (una buona metà era affidata alle entrate di giochi e lotterie) e accompagnata dalla fiducia nelle donazioni, private e internazionali. Che non hanno portato un granché. 87 milioni di euro sono arrivati dalle sottoscrizioni di singoli cittadini, gruppi finanziari e industriali, che hanno aggiunto qualche dono «in natura»: come il gruppo Fiat con 6 escavatori, 8 trattori, un gruppo elettrogeno, 19 automobili, 3 pullmini, 9 suv, 3 Eurocargo e un Daily 4×4. Anche sul piano internazionale la generosità non è stata all’altezza dei fatturati né delle promesse. Tutti ricordano il G8, le visite di Obama e Michelle, Sarkozy e Carlà, Merkel e gli altri potenti della terra, ciascuno ripreso ad assegnarsi un monumento da far rinascere o una cifra da spedire. Del resto Berlusconi aveva spostato il vertice all’Aquila proprio per questo. Così disse. Tre anni dopo, però, il bilancio non è straordinario e si conta persino qualche «bidone». 

Su tutti quello statunitense, perché dagli Usa non è arrivato un dollaro. La Russia è stata la più generosa (7.200.000 euro per restaurare palazzo Ardinghelli e la chiesa di san Gregorio Magno), i tedeschi si sono dedicati a Onna (3.500.000), i francesi alla basilica di santa Maria del suffragio (3.250.000), i canadesi al centro polifunzionale per gli studenti (3.250.000). Gli inglesi nulla hanno dato, precisando che nulla avevano promesso, facendo fare la figura dei gran signori ai kazaki con il loro assegno di 1.700.000 euro per il recupero della chiesa di san Biagio, mentre il più ricco Giappone se l’è cavata con 600.000 euro, Israele con 99.992, il sultano del Brunei con 74.000 e l’Estonia con 70.000. Il restauro della «fortezza Spagnola», che – ovviamente – la Spagna aveva avocato a sé, è rimasto solo una promessa: Madrid si è scusata appellandosi alla sopraggiunta crisi finanziaria mondiale. Grecia e Portogallo, almeno, avevano avuto l’accortezza di non promettere nulla. 

Del pacchetto iniziale, oltre un milione di euro sono andati alla costruzione dei villaggi C.a.s.e., costati la bella cifra di 2.700 euro il metro quadro e dopo tre anni già bisognosi di continue manutenzioni; quasi 800 milioni sono stati spesi per la prima assistenza alle popolazioni (tra tendopoli, alberghi, affitti), 200 per i puntellamenti dei centri storici (che resteranno lì per anni, hanno bisogno di continue verifiche e di manutenzione trimestrali, l’ultima delle quali è stata appena decisa dalla giunta aquilana per un costo di 50 milioni). Complessivamente il primo anno – quello dell’emergenza – ha assorbito 2.861 milioni, praticamente esaurendo lo stanziamento del «decreto Abruzzo», in appalti e lavori assegnati direttamente dalla Protezione civile, senza bisogno di aste pubbliche, quindi senza trasparenza. Si capisce bene perché qualcuno, lontano dall’Aquila, rideva al telefono, la notte del 6 aprile 2009. 

Chiusa la fase della gestione Bertolaso, si è aperta quella della «prima normalità», affidata al «Commissario delegato» dal governo, il presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi. E’ quella appena conclusa, con il varo dei piani di ricostruzione presentati dai comuni e che saranno gestiti dalla stesse municipalità a partire dal primo gennaio 2013. Trenta mesi durante i quali sono stati spesi 3,2 miliardi, in buon parte finanziati dal Ministero del tesoro attraverso Fintecna, per sgomberare le macerie, riattivare i servizi, rimettere in piedi un po’ di scuole, aule universitarie, edifici pubblici e rendere agibili le abitazioni con lesioni non strutturali – quelle classificate A, B, C. 

Una lunga serie di piccoli interventi, con i cittadini più «fortunati» col piano approvato e la gestione diretta del finanziamento ottenuto per la propria casa, gli enti pubblici a litigarsi una torta troppo piccola per riaprire uffici, chiese, palazzi storici e continuare ad assistere le famiglie in «autonoma sistemazione». Due anni e mezzo in cui l’Aquila ha assunto la forma che l’accompagnerà per almeno un paio di decenni, dividendosi in due, anzi in tre parti: i villaggi-dormitorio della cintura – nati già vecchi -, l’ex periferia residenziale diventata «centro» – dove si sono concentrati abitazioni agibili, commercio e servizi – la città storica, abbandonata per la gravità dei danni e l’entità dei costi previsti – svuotata e affidata a una ricostruzione tutta da scrivere. La terza fase, la più lunga. 

Promesse senza tempi 

Secondo Fabrizio Barca – ministro della coesione territoriale – nei prossimi mesi sulla città abruzzese «si riverserà un fiume di denaro. Sono già impegnati giuridicamente 3,5 miliardi, tre volte il Pil di quel territorio. E presto saranno aggiunti altri 2,3 miliardi. Il totale fa 5,8 miliardi, una cifra senza paragoni in Italia». Il titolare del ministero che – chiusa la gestione Fintecna-Commissario – distribuirà i fondi pubblici ai comuni terremotati, cerca di rassicurare e sottolinea lo sforzo economico in un periodo di scarsa disponibilità pubblica. Che è, appunto, la fonte di preoccupazione per gli amministratori aquilani. Le stime del loro piano di ricostruzione indicano una necessità di 3.407 milioni di euro per il capoluogo e 1.752 milioni per le sue frazioni. In tutto, più di 5 miliardi di euro. Sono cifre abbastanza coerenti con le promesse di Barca, salvo il fatto che le necessità aumenteranno in proporzione all’allungarsi dei tempi della ricostruzione, perché tenere in piedi una gru, un’impalcatura, una gabbia di puntelli attorno a un edificio pericolante comporta un costo «giornaliero». 

Ma la principale preoccupazione degli amministratori è soprattutto sull’incertezza dei tempi: «Manca un calendario – ci dice Enrico Perilli, consigliere del Prc, presidente della commissione comunale ambiente e territorio – tutti questi soldi non hanno un cronoprogramma. Non si sa quando e in che misura arriveranno. Così è impossibile programmare, dobbiamo aspettare che arrivino e decidere di volta in volta come usarli secondo un indice di priorità». Che è già complicato stabilire in situazioni normali, figurarsi in una città terremotata in tempi di crisi economica. Le parole di Perilli danno voce al silenzio in cui è immerso il centro storico dell’Aquila. 

Il messaggio ha un preciso risvolto economico, perché la ricostruzione potrebbe essere una risorsa per imprese e lavoro, in un territorio con il tasso di disoccupazione all’8,3% nel 2011 e al 9,9% nel 2012, un giovane su tre senza lavoro, un declino industriale che ha fatto lievitare al 70% il tasso di occupazione nel terziario. Dove, ricorda Alfredo Fegatelli, segretario provinciale della Fiom «dopo il terremoto non c’è stata nessun sostegno pubblico alla ripresa industriale, tutto è stato gestito solo con gli ammortizzatori sociali, poi è arrivata pure la recessione e oggi solo tra i metalmeccanici abbiamo 2.000 posti di lavoro a rischio, in un susseguirsi di stati di crisi che toccano anche le imprese più grandi, anche una multinazionale come la Micron». Fegatelli ricorda anche i 300 «esodandi», lavoratori di imprese già in crisi prima del terremoto e che continuano a non avere alcuna prospettiva, né di reimpiego, né di pensionamento. Trecento sono anche le assunzioni a tempo indeterminato che il comune dell’Aquila si appresta a fare per costituire la task force (soprattutto architelli, ingegneri, geometri, amministrativi) che dovrà gestire il piano di ricostruzione comunale, analizzando e gestendo tutte le pratiche per ogni singolo progetto di ricostruzione: il concorso per le 300 assunzioni è stato investito da una valanga di richieste, sono 17.000 gli aspiranti a questi posti sicuri, segnale che la gran fame di lavoro non trova molte risposte. 

Il sindaco Massimo Cialente, forte della fresca rielezione, spera però che il più grande cantiere d’Europa si possa risvegliare dal suo torpore – anche grazie al piano appena approvato e alla fine della mediazione commissariale – arrivando a prevedere «10.000 occupati in edilizia», ma per ora è solo un auspicio. Perché l’assenza del «cronoprogramma» per i finanziamenti si traduce nell’immobilismo delle tante piccole imprese che non accettano commesse senza precise garanzie di pagamento, temendo di esporsi e finire nell’albo dei fallimenti. Così quel poco che arriva se lo prendono prima di tutto un paio di imprese, quelle più grandi – e sempre più felici di esserlo. Come la «Chiodi costruzioni», di Corrado (nessuna parentela con il presidente della regione), cui il post-terremoto ha aperto spazi pubblici prima impensabili, compresa la presidenza dell’Aquila Calcio; o come la «Orione costruzioni» di Corrado Nurzia, capace anche di soccorrere l’amministrazione comunale quando si sono accorti che il coloratissimo auditorium firmato Renzo Piano – appena inaugurato e simbolo di rinascita – era stato costruito senza i necessari camerini per gli artisti. 

Per farli, e in fretta, servivano 200.000 euro, che il comune non aveva, avendo appena stanziato una cifra corrispondente per rimettere ordine ai loculi del cimitero che attendevano conforto – un po’ distrutti – dal giorno del terremoto. Pronta è arrivata l’offerta della ditta Orione: «Noi vi sistemiamo gratis i loculi, così voi potete costruire i camerini. Però ci date l’appalto per il forno crematorio… e ricordatevi la nostra richiesta di costruire una discoteca», in deroga al piano regolatore. Luminosa Orione, una stella nella notte aquilana.

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