non è stato sempre così all’Aquila

Il gioco del RUGBY ha fatto la storia di questa città

pubblicata da Antonio Di Giandomenico su FaceBook, 10 nov.

“Torno dallo stadio ogni volta più intristito e un po’…..incavolato. Non si riesce a trovare la quadra per una situazione che langue da anni.

Il gioco del rugby, oggi, è la metafora di questa nostra città, lasciata all’abbandono, all’incuria, al degrado del tempo, e soprattutto all’indifferenza dei suoi abitanti, dei miei concittadini. Ma non è stato sempre così. Ripropongo uno scritto per i 75 anni dell’Aquila rugby. 

1936/2011

Vogliamo che inizi lì la storia del Rugby, in Abruzzo, all’Aquila. Sì, all’Aquila, che diventerà presto un fenomeno da indagare e da capire, che farà scalpore nel panorama nazionale molto presto, e farà scuola nel mondo sportivo legato alla palla ovale.

Quello che nel resto d’Italia, e in particolare nel nord, si affermerà come uno sport di livello internazionale, fino a cambiare nome e numero al prestigioso torneo delle Cinque Nazioni, all’Aquila attecchisce con uno slancio quasi naturale, diventerà motivo di orgoglio e di identità di questa cittadina di frontiera, soprattutto nei primi anni cinquanta, quando tutto il Paese progettava la sua rinascita e la ricostruzione dalle macerie della guerra.

Settantacinque anni dal primo calcio di inizio con la palla ovale.

Oggi il compleanno cade in un momento drammatico della storia della città, in un momento in cui è dominante l’incertezza sul suo futuro, quando addirittura è messa in forse la stessa possibilità della sua rinascita, della riedificazione dalle macerie del sisma del sei aprile.

Il rugby, come poche altre istituzioni cittadine, culturali e sociali, può aiutare la comunità a ricercare le sue radici più profonde, non per  nostalgiche riproposizioni  di un passato che non c’è più, e che oggi sarebbe  non più proponibile, ma per trarre da esse la forza, la linfa, per tornare a crescere, per vincere la sfida più importante di tutte, quella della nuova nascita della città e del suo territorio. E’ una convinzione profonda, che deriva da uno sguardo d’insieme alla storia della città della quale il mondo del rugby è parte determinante: il presente è duro da vivere, e conquistare un futuro sarà possibile se si valorizza il passato, l’identità, l’immagine. Dentro questa affermazione c’è il rapporto tra L’Aquila e il suo rugby, un rapporto quasi interiorizzato nell’inconscio collettivo tra la città e il suo sport.

Fu Guglielmo Zoffoli, ufficiale in servizio all’Aquila,  estremo della Roma  e della nazionale italiana, ad organizzare per primo una squadra di rugby per la partecipazione alle gare organizzate dal regime nei primi anni quaranta.

Poi venne Fattori, Tommaso, come ancora lo chiamano i vecchi giocatori degli anni del dopoguerra, quelli che hanno aperto la frontiera del rugby alla comunità aquilana, e cominciarono le prime affermazioni della squadra, che riuscì a mettere in difficoltà squadre e club più blasonati, di antico lignaggio.

Così come iniziarono i primi incontri (oggi diremmo test match!) con squadre di altre nazioni, durante i quali L’Aquila rugby cominciava a farsi conoscere e rispettare sul campo, e a stupire per la precocità della crescita del suo gioco, in un mondo nuovo al quale si affacciava con curiosità e rispetto, ma anche con tanta determinazione.

Si passava dall’approssimazione, dal pionierismo, dal “fai da te”, alla conoscenza scientifica del gioco, alla scoperta degli schemi tattici; si acquisiva sicurezza in campo, contro qualsiasi avversario, e il mondo del rugby iniziava a conoscere questa nuova realtà, che irrompeva con tenacia e determinazione nei vertici di questo nuovo sport.

Dopo varie esperienze e tentativi, nel 1949 L’Aquila partecipò al campionato di serie B, e mancò per un soffio la promozione nella massima serie. Cosa che avverrà nella successiva stagione, ‘50/51, quando il sodalizio abruzzese arrivò primo assoluto e entrò in serie A.

Il bilancio della stagione della “gavetta” è lusinghiero: dal 1936 ai primi anni cinquanta dalla prima divisione si passa alla serie B, e solo dopo due anni in prima serie; il tutto con le affermazioni delle giovanili ai vari livelli.

Il “fenomeno” L’Aquila si impose all’attenzione di tecnici e sportivi di tutta l’Italia della palla ovale, mentre in città si vivevano i successi con grandi sacrifici, ed unica ricompensa l’orgoglio di vestire la maglia dell’Aquila. Non erano tante le risorse messe a disposizione di questo sport. L’Italia, e l’Abruzzo, uscivano dalle macerie della guerra. E la ricostruzione del Paese era ancora un programma, erano buone intenzioni, era un miraggio: incerto era l’esito della grande battaglia della rinascita che si intraprendeva in quegli anni.

I giocatori dell’Aquila rugby andavano in trasferta con mezzi di fortuna, a volte in treno, e per giocare la partita si investiva quello che la realtà familiare consentiva e metteva a disposizione.

Era il rugby, bellezza;

il rugby di quegli anni da pionieri, quello  della trasferte con pane e frittata, lo stesso pasto che si consumava dopo un bella scarpinata sul Gran Sasso. Forse c’è pure questa di spiegazione all’affermazione di questo sport nella città dell’Aquila, forse è per questo che è attecchito così profondamente in una città, come tante nel sud, dove si faticava per vivere, e si faticava per divertirsi, e ci si identificava con uno sport che allora, ma anche oggi, richiede fatica, lungimiranza intelligenza, un po’ di muscoli, che non guasta mai. Uno sport che comunque ha alla sua base fondativa il concetto di “sostegno”,  che immediatamente evoca la solidarietà, la vicinanza con il compagno, il camminare verso un comune obiettivo, una “meta” comune.

E ai sacrifici una sola ricompensa: vestire la maglia dell’Aquila rugby!!!!

I primi grandi risultati non tardarono a venire.

Il primo dei cinque scudetti fu conquistato nella stagione ‘66/’67, in una storica finale contro le Fiamme oro allora di Padova, quando lo stadio delle Tre fontane di Roma venne invaso da tutti gli aquilani disponibili, che accorsero in massa e con ogni mezzo a sostegno della loro squadra; poi ancora il miracolo si è ripetuto, tra lo stupore del mondo rugbystico nella stagione ‘68/’69. Sono vittorie legate alla crisi di crescita della squadra e della società e pagate persino con una retrocessione in serie B nella stagione ‘64/’65: ma questo arretramento servì solo a prendere la rincorsa per nuove affermazioni del rugby aquilano.

Negli anni ‘70 il sodalizio neroverde faticò a prendere atto delle mutate condizioni sociali, che portarono cambiamenti anche nel mondo del rugby, e si affrontarono anni difficili, avidi di risultati.

Alla fine la società, suo malgrado, accettò le prime sponsorizzazioni, rianimando così un sodalizio che rischiava davvero di non essere al passo con le mutate condizioni.

Erano gli anni ’70 e ’80; segnato da una poderosa crescita della città e del territorio, da una avanzamento delle condizioni di vita, da un grande fermento sociale, economico, e soprattutto culturale.

Dentro questo processo di crescita segna la sua affermazione il rugby cittadino, si afferma come costituente identitaria, lascia un segno indelebile nel cammino di progresso che ci fu in quegli anni.

Assieme alle Istituzioni culturali, ad un poderoso processo di industrializzazione, L’Aquila rugby si imponeva in quegli anni come elemento caratterizzante la realtà sociale e culturale, in un panorama culturale che faceva della ricerca, del suo affacciarsi con curiosità e interesse al nuovo che emergeva nel mondo esterno, il mezzo per ridefinire se stessi, per uscire dalla tranquillità e dalla violenza di un passato agro – silvo – pastorale, ed affacciarsi ad una nuova stagione della vita, caratterizzata dallo sviluppo di una economia industriale che, sebbene in ritardo rispetto al già decollato nord del triangolo industriale, cominciava a godere dei benefici della ricostruzione post bellica, si apriva con interesse ai nuovi processi, sia pure assistiti dal contributo straordinario per il Mezzogiorno.

E cresceva L’Aquila, il suo tessuto sociale; le sue istituzioni culturali facevano scuola nel panorama nazionale, e ai cittadini si offrirono nuove opportunità attraverso gli strumenti urbanistici, e per i giovani fu possibile diplomarsi e laurearsi, anche quelli delle famiglie meno abbienti.

In quegli anni cresceva, assieme alla città e al territorio, una nuova classe dirigente, e sperimentava se stessa all’interno di un processo evolutivo generale; guidava la vita istituzionale, gestiva progetti – grandi, veri  -che disegnavano e coloravano un futuro.

E’ dentro questo processo di cambiamento che L’Aquila rugby pone le premesse per la sua affermazione degli anni a venire.

Personaggi importanti della città, veri appassionati di questo sport, si alternano alla guida della società: da Camerini, a Vittorio Zingarelli, Ettore Pietrosanti, allo stesso Antonio Di Zitti.

Il risultato di questa fase fu immediato: la vittoria dello scudetto per due anni consecutivi segnalò e impose il rugby aquilano nel panorama nazionale e oltre: nelle stagioni ‘80/’81 e ‘81/’82 l’Aquila conquistò il terzo e il quarto scudetto.

L’ultimo dei cinque titoli nazionali giunse nella stagione ‘93/’94, sotto la guida di Massimo Mascioletti, grande giocatore e poi altrettanto grande allenatore dell’Aquila rugby. In occasione dello scudetto della stagione ‘93/’94, è da rimarcare che, a commento  della finale di Padova, dove giunse l’intera città a sostegno della propria squadra, il Corriere dello sport titolò:”L’Aquila batte Berlusconi”, che era il patron della Mediolanum, l’altra finalista.

Dal pane e frittata, il rugby aquilano ha messo in campo giocatori e tecnici di grande prestigio.

Sarebbe un torto non ricordarli tutti, ma anche un’impresa impossibile in un breve spazio di un articolo; sarà sufficiente ricordare che un grande del rugby come Marco D’Onofrio ha marcato 405 presenze in partita nella serie A, con la stessa maglia, quella aquilana, mentre Gino Troiani, oggi general Manager della nazionale italiana, ha segnato, nella sua carriera sportiva, 2681 punti, mentre Massimo Mascioletti ha realizzato 227 mete.

Personaggi di grande spessore e di indimenticabile generosità nel gioco si ricordano in Antonio Di Zitti, e Angelo Autore, Sergio Del Grande, l’allenatore della svolta e della crescita dell’Aquila, Serafino Ghizzoni, che ha partecipato alla conquista di tre scudetti e segnato  150 mete.

L’Aquila ha anche utilizzato grandi giocatori stranieri, tra i quali va menzionato Rob Lowe,oggi impegnato in una dura lotta per la vita,  Danny Gerber, Brewer, Botica, Pinaar, campioni del mondo come Stranski.

Un ricordo, con un misto di orgoglio per un passato glorioso, e un po’ di malinconia per un presente del quale si leggono difficoltà e problemi, e difficilmente si riesce ad intravedere un futuro.

L’Aquila reagirà a questo momento di crisi, e di pari passo alla sua ricostruzione materiale e alla ri-costituzione in comunità, saprà far valere la volontà di far rivivere al rugby le giornate gloriose che hanno caratterizzato i settantacinque anni della sua storia.

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2 Responses to “non è stato sempre così all’Aquila”


  1. 1 Lucio Gialloreti 10 novembre 2012 alle 20:03

    Già , che tristezza , altri tempi !!


  1. 1 non è stato sempre così all’Aquila | L'Aquila - Cerca News Trackback su 11 novembre 2012 alle 03:16

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