la difesa dai terremoti e il caso de L’Aquila

di Elisa Guagenti, su http://www.eddyburg.iy, 28 ott.

Ho avuto il privilegio di lavorare con Giuseppe Grandori, scienziato illustre dell’Ingegneria Sismica. Ruoli di primo piano fin dalla prima Protezione Civile di Giuseppe Zamberletti. Grandori si è messo da parte ed è stato lasciato da parte, man mano che la Protezione civile perdeva la sua essenziale connotazione (ricordata da Zamberletti su l’Unità del 24 ottobre), di luogo esecutivo nutrito da un virtuoso convergere di scienza, politica, amministrazioni locali, cittadinanza, convergenza la cui mancanza è, non solo a mio parere, non ultima causa delle attuali nostre difficoltà nell’attuare programmi di prevenzione.

Intervengo, potrei dire, anche a nome di Grandori, recentemente scomparso, riassumendo l’argomento sostanziale delle nostre ricerche sugli aspetti decisionali in condizioni di incertezza, con la speranza che ciò aiuti a riattivare quel lontano virtuoso circuito. E a disincagliarci da pessime posizioni di accusa o di difesa degli scienziati o dei magistrati.

Da molti anni noi ci siamo dedicati allo studio dei terremoti, costruendo le probabilità del loro accadimento a valle dei cosiddetti precursori, perché ciò è base indispensabile per cercare criteri decisionali che possano suggerire se dare oppure no l’allerta nell’ intricata situazione sismica, caratterizzata da piccole probabilità e gravissimi possibili danni. Per criteri decisionali si intende in letteratura la determinazione i livelli di rischio accettabile, i sistemi di fattori e informazioni (di varia provenienza e non solo tecniche) in base ai quali decidere di dare diversi livelli di allarme, e valutare i costi di mancato allarme e di falso allarme.

L’argomento non ha avuto in generale seguito di interesse nella comunità scientifica. Anzi, anche al suo interno ha attecchito la sterile polemica se i terremoti siano prevedibili o no (è chiaro infatti che in senso deterministico non è prevedibile né che avvengano né che non avvengano, ma la probabilità del loro accadimento è una base necessaria, ancorchè non sufficiente, per le nostre decisioni). Eppure noi continuiamo a credere indispensabile l’argomento, almeno finchè il nostro patrimonio edilizio non sarà messo in sicurezza. Dobbiamo essere preparati affinchè non si debbano improvvisare i criteri di intervento sotto pressione dell’evento.

Cosicchè occorrono studi volti a cercare criteri decisionali basati (come fra l’altro anche le indicazioni legislative nazionali e internazionali richiedono) sulla probabilità di accadimento del terremoto e sulla valutazione del possibile danno. A ciò Grandori ha dedicato anche i suoi ultimi sforzi, chiarendo in particolare la differenza tra seguire procedure corrette di decisione e giudicare col ‘senno di poi’ a seconda dell’accadimento effettivo di un terremoto.

Scriveva Grandori, in un articolo divulgativo (ora anche on line): “Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi decenni orsono, i cittadini non si accontentano più delle approssimative conoscenze popolari e chiedono alla comunità scientifica informazioni più specifiche e anche suggerimenti sui possibili provvedimenti di prevenzione. Una informazione importante è il valore dell’aumento temporaneo del rischio sismico. Questo valore può essere stimato con ragionevole approssimazione se si dispone di un catalogo degli eventi della zona sufficientemente lungo. Altrimenti, accettando una più incerta approssimazione, è possibile affidarsi ai dati riguardanti zone sismogeneticamente simili.

I possibili provvedimenti di prevenzione vanno dalla diffusione di semplici regole comportamentali in caso di emergenza, alla selezione dei luoghi di raccolta, dalla organizzazione dell’evacuazione degli ospedali e del trasporto delle persone disabili al raduno di mezzi di soccorso provenienti da zone non esposte, all’evacuazione di edifici eventualmente già danneggiati, all’evacuazione di tutti gli edifici non antisismici (massimo allarme).

Che fare? Va da sé che prima di decidere se e quali provvedimenti adottare dovranno essere considerati tutti gli altri elementi a favore e contro ciascuna delle decisioni possibili. Ma una volta completata l’analisi, va bene affidare solo all’esperto (o gruppo di esperti) la responsabilità della decisione finale?

Autorevoli studiosi di psicologia sociale sostengono in generale che anche i cittadini non specialisti dovrebbero essere coinvolti nel processo decisionale. A loro dovrebbe essere fornita l’informazione scientifica disponibile discutendo i possibili provvedimenti di prevenzione. Nel caso delle scosse premonitrici, in particolare, il contributo dei cittadini può essere determinante sotto molti aspetti. Nessuno meglio di loro, ad esempio, è in grado di valutare il costo sociale di un eventuale falso allarme.

Si dovrebbe in sostanza tendere ad un iter decisionale compreso da tutti e il più possibile condiviso. E’ importante infine osservare che tutto l’iter decisionale (dalle premesse scientifiche agli sviluppi dell’analisi ) è aperto alla critica metodologica; mentre non ha senso, a posteriori, e cioè a seconda che il terremoto poi si verifichi oppure no, dire che gli avvenimenti reali dimostrano che la decisione presa era quella “giusta” ( o quella “sbagliata” ). Infatti in una impostazione probabilistica, il risultato di un singolo esperimento non può validare alcunché. La critica metodologica è utile per migliorare le modalità di formazione della decisione.

In conclusione: le scosse premonitrici hanno in passato salvato molte vite umane grazie ad una tramandata conoscenza popolare e ad una intuitiva analisi costi-benefici. La comunità scientifica è chiamata a suggerire sempre migliori metodi di interpretazione di questo provvidenziale precursore, così da salvare, statisticamente parlando, un sempre maggior numero di vite umane.

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