letture: La ricostruzione critica di Berlino capitale

da: La ricostruzione critica di Berlino capitale 

di Augusto Romano Burelli, tratto da http://www.archinfo.it

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Gli architetti
I migliori sono stati sin dall’inizio travolti da entusiasmanti incarichi, per cui non hanno trovato il tempo per scrivere un documento su ciò che stavano facendo o per avviare una discussione profonda, mentre l’accelerazione degli eventi incalzava (10).
Ne è nato un dibattito, combattuto duramente e senza esclusione di colpi, tra coloro che aderivano alle tesi della Kritische Rekonstruktion, ovvero la ricostruzione della città nel rispetto della sua struttura tipologica, morfologica, che riproponeva l’edificazione perimetrale del vecchio impianto stradale e chi vi si opponeva.
È vero, come disse Hans Kollhoff, che un’architettura abituata al progetto delle periferie e delle espansioni urbane, si trovò impreparata alla ricostruzione dell’area centrale, con la ricostruzione perimetrale degli isolati, delle loro particelle (Parzelle), una pratica-teorica che sin dall’inizio si è imposta per la salvezza della struttura urbana di Berlin-Mitte.
Il dibattito, non sempre brillante e con alcuni aspetti di schematicità, ha avuto però il merito di schierare gli architetti su due fronti di un chiaro scontro teorico:
– tra un’architettura della città e un’architettura di oggetti senza città;
– tra un’architettura che cerca radicamento nei luoghi, nelle culture, nella storia ed un’architettura senza radici;
– tra un’architettura-arte collettiva, che si dà un fondamento etico ed un’architettura dell’evasione, del gioco privato;
– tra un’architettura che ha bisogno di una teoria per chiarire a se stessa il proprio consistere ed un’architettura come espressione individuale: arte pura;
– tra un’architettura che osa uscire dai propri statuti per divenire politica ed un’architettura che si arrende al marketing, allo show business.

Da questo duro confronto sui media di tutto il paese, in cui si dava del “fascista” a chi costruiva facciate rivestite in pietra e del “democratico” a chi le costruiva in vetro (11), è uscita vincente la parte schierata per la difesa dell’architettura della città, i cui fondamenti teorici provengono dalla cultura architettonica italiana (12). L’altra fazione, quella di una architettura senza fondamenti teorici, di una architettura dello show business invece, è dilagata sulle riviste d’architettura, nelle università e nelle analisi degli esperti di marketing per gli edifici commerciali.
I Berlinesi furono tutti coinvolti emotivamente da quell’irreprimibile e misteriosa spinta che tredici anni fa gettò i fratelli separati dal muro nelle braccia di chi, piangendo, sembrava da tempo aspettarli. Ma questo confuso, commovente abbraccio, fu rapidamente sostituito da una sensazione fredda e sconcertante: essi erano diversi; in ogni aspetto del comportamento sociale, profondamente diversi. Scoprirono che il processo avviato per realizzare quell’enigmatica scritta, ein Volk, che guidava le loro manifestazioni nell’ormai lontano ’89, sarebbe stato lungo, infinito per quelli d’età superiore ai 40 anni.
Se i cittadini della Berlino occidentale perdevano con l’unificazione i sussidi, i “crediti della paura”, i servizi sociali quasi gratuiti e di standard elevatissimo, i cittadini della Berlino orientale perdevano molto di più, la propria identità. L’unica città intelligente sembrava essere l’occidentale e l’unica architettura sapiente quella dei vincitori, mentre la loro architettura appariva ancor più debole, ripetitiva, uniforme, monotona, parte di una “periferia spinta nel cuore dell’area centrale”. Con l’identità perdevano le sicurezze previste dalla nascita alla tomba, la serenità e la quiete del vivere in quell’enorme Kinderheim che era stata la DDR (13). I berlinesi della parte orientale della città inoltre, pur non amando le grandi case di abitazione tutte uguali, in cui erano costretti a vivere, i Platte (14), si sono visti costretti a difenderle ed a chiederne la tutela come testimonianza della più radicale utopia del XX secolo. Sono stati accontentati. Il Land Berlin le ha poste tutte sotto la protezione del Denkmalschutz, il vincolo di tutela dei monumenti. Ma i Platte sono tecnologicamente sbagliati. I grandi pannelli non isolano dal freddo e dal caldo, sono vulnerabili in alcune giunzioni all’umidità e riscaldare gli alloggi costa molto. Sono quindi stati rivestiti da una pelle termica per migliorarne le prestazioni, facendo sì che la loro vera facciata “vincolata” finisse definitivamente nascosta dietro una pelle termica. Malgrado questo costosissimo lavoro di risanamento che non riguardava solo la facciata, ma anche l’impiantistica, gli alloggi sono stati alla fine abbandonati dagli abitanti. Decine di migliaia di alloggi risanati a Marzahn saranno così demoliti. È la fine ingloriosa dell’utopia della città socialista, tradita anche dagli abitanti che negli ultimi tredici anni l’avevano difesa.Il socialismo è evaporato senza scatenare violenze, ma lasciando un vasto sedimento di frustrazioni. L’unica cosa che non cambia mai sono le avanguardie (15). La pretesa di un parte degli architetti contemporanei di abolire ogni rapporto tra il progetto architettonico e la città è figlia del mito dell’avanguardia dell’architettura moderna. Questi architetti pretendono di situarsi in una regione imprecisata del futuro, imponendo la propria arte, ma lasciando il presente indenne da ogni critica. Il loro immotivato radicalismo formalista mostra quanto profonda sia in loro la crisi etica, al concludersi di un secolo ideologicamente incandescente: un’architettura che continua ad indossare i panni dell’avanguardia senza chiedersi cosa vuole e perché.
Questa neo-avanguardia a Berlino ha cercato di distruggere anche le strutture psicologiche e percettive che legano i cittadini dell’Ovest e dell’Est alla loro città, entrando più volte in conflitto con il movimento degli architetti internazionali che invece condividevano le tesi della Kritische Rekonstruktion; il fondamento teorico adottato dal Senato di Berlino.
“L’ultima vera città moderna, che si lascia modificare senza traumi dalle nuove esigenze, è la città dell’800”, dichiarava Hans Stimmann, il Senatsbaudirektor di Berlino. “Essa si è adattata subito al socialismo reale ed ora ospita docilmente il ritorno di un capitalismo telematico ed esigentissimo, per cui la privatizzazione del quartiere di Prenzlauberg è stata rapidissima”. L’adiacente e centralissima città socialista invece, quella che ha sperimentato sino all’estremo i dettati del razionalismo degli anni ’20, è costruttivamente immodificabile, rigidamente legata ad un proletariato che non l’ha mai amata, ed ora la odia, cercando un’alternativa altrove (16).
Per affrontare la terza fase della ricostruzione, dopo quella di Mitte, delle due grandi concentrazioni di Potsdamer Platz ed Alexander Platz, è ora operativo il terzo grande progetto: il Plan Werk.
Si tratta di un insieme di strumenti per ricostruire l’effetto-città in quella “grande periferia dell’area centrale”, di sola residenza, che dall’Alexander Platz si estende alla Karl Marx Allee ed alla Stalin Allee. Più che un piano esso è una complessa struttura di prescrizioni planivolumetriche per riaddensare la città (17), usando i grandi spazi vuoti tra i manufatti del settore socialista.

Il Plan Werk è stato costruito in tre anni, attraverso una laboriosa successione di verifiche sotto forma di conferenze e di tavole rotonde, gli ormai famosi Stadtforum. A queste riunioni partecipavano non solo gli amministratori, gli architetti e gli investitori, ma anche i giornalisti, gli scrittori, i sindacati e la gente interessata alla parte di città in discussione o ai problemi in discussione, il traffico, ad esempio. Il Plan Werk voluto intensamente da Hans Stimmann, quand’era Segretario di Stato per l’Urbanistica e l’Ambiente (18), si basa su una nuova visione del rapporto tra modernità e tradizione nell’architettura della città. Il piano contiene infatti la separazione dei paradigmi dell’urbanistica del “moderno” ottenuta facendo loro assumere nuovi valori:
– permanenza della città e dell’architettura, no alle “città per una generazione”;
– Stadt und Land nicht Stadtlandschaft (19)
riaddensamento durevole, non diluizione della città;
architettura e particella urbana come fondamento;
composizione dello spazio urbano per mezzo della casa, della strada e della piazza;
spazio urbano definito, anzi ben definito, non spazio urbano libero aperto, scorrente tra edifici solitari;
giusta mobilità: città comodamente visitabile con strade attraversabili dai pedoni “mentre guardano gli edifici”, basta con la città adatta all’automobile;
tipologia flessibile, nessuna struttura rigida;
“proprietari” dei nuovi edifici e non “affittuari”, per abitare e lavorare nella Innenstadt;
modernità e tradizione, nessuna rottura con la storia;
– rafforzamento di una identità berlinese, no all’uniformità internazionale (20).

Da che cosa trae fondamento il Plan Werk, che ha esteso i principi della Kritische Rekonstruktion adattandoli alle aree esterne a Berlin-Mitte, soprattutto quelle modificate dalla pianificazione socialista? Il Plan Werk ha un debito riconosciuto dagli autori con la scuola d’architettura italiana. Si sono citati spesso i nomi di Aldo Rossi, prima di tutto, ma anche di Muratori, di Cervellati e di Carlo Scarpa (21), la cui fascinazione duratura è quel suo spingersi estetico sin al più piccolo dettaglio, bis ins kleinste detail, così congeniale alla meticolosità e precisione tedesca. … Ma dov’è Berlino? Dove giace la città nel suo paesaggio? Dove sono i luoghi nei quali i Berlinesi come cittadini di Berlino si identificano? (22) Questo interrogativo preoccupato, di un critico del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ci fa capire che c’è un più vasto problema di identità berlinese al quale l’architettura da sola non può porre rimedio e che forse solo il tempo riuscirà a risolvere. Berlino è a questo condannata, sempre e continuamente a divenire e mai ad essere (23). Questo aforisma di Karl Scheffler sembra quasi una maledizione! “La storia serve a non sentire sulle proprie spalle il peso del passato”, diceva Manfredo Tafuri il 13 novembre del ‘9424. Forse questa è la via di uscita per le giovani generazioni di tedeschi che vogliono ricostituire un rapporto sereno con il proprio passato e con le spoglie superstiti della propria città.

Augusto Romano Burelli

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10. Il più importante per chiarezza e profondità di pensiero, Oswald Mathias Ungers, non ha voluto più apparire in pubblico, mentre l’autorevole J.P. Kleihues si è fatto sostituire spesso dai suoi discepoli.
11. È un ulteriore sintomo dell’assenza della storia dell’architettura, di cui soffre l’università tedesca. Essi non sanno che Giuseppe Terragni scriveva nella relazione che accompagnava la sua Casa del Fascio di Como “…Il fascismo è la casa di vetro in cui tutti possono guardare… nessun ostacolo tra gerarchie politiche e popolo…”.E. Mantero,” G. Terragni e la città del razionalismo italiano”, Dedalo Libri, Roma, 1969.
12. Dai testi di Aldo Rossi e di Saverio Muratori soprattutto.
13. “Abbiamo vissuto per 45 anni in un enorme Kinderheim” ripetevano nelle assemblee dei Neues Forum prima del crollo del muro.
14. “Die Platte”, i pannelli. Sono state così definite, con una cruda sineddoche, dai fratelli occidentali.
15. Paul Valery.
16. Il Bund varò un provvedimento di mutui a tassi di interesse bassissimi, affinché i cittadini dell’Est potessero comprare l’appartamento che abitavano nella Plattensiedlung, ma ciò non ha impedito la fuga dalle grandi case d’abitazione.
17. La parola d’ordine del Plan Werk è Verdichtung: aumentare la densità edilizia. L’addensamento è realizzato riedificando gli isolati, ricostruendoli sul loro perimetro con edifici a 5, 6 piani che avvolgeranno, nascondendoli, i Platte di 10 piani.
18. Hans Stimmann, da gennaio 2000 di nuovo Stadtbaudirektor di Berlino, è stato definito Stadtbaumeister e Stadtverenger (restringitore di città) dal critico Heinrich Wefing nel Frankfurter Allgemeine Zeitung del 14 febbraio dello stesso anno.
19. Chiusura completa alle tesi di Hans Scharoun degli anni ’50 che stavano ritrovando nuovi paladini.
20. Dal “Planwerk Innenstadt Berlin – Ein erster Entwurf”, Senatsverwaltung für Stadtentwicklung, Umweltschutz und Technologie, Berlino, febbraio 1997, il testo originale dice:
Modernität mit Tradition: die Ablösung der Paradigmen des Städtebaus der Moderne.
– Permanenz von Stadt und Architektur, nicht “Städte für eine Generation”;
– “Stadt” und “Land” nicht “Stadtlandschaft”;
– Nachhaltige Verdichtung, nicht Auflösung der Städte;
– Bestätigung des Bezuges zwischen Architektur/Parzelle und Stadt/Stadtraum, nicht Auflösung
– Definierter städtischer RAUM, nicht fließ endoffene Freiräume
– Mobilitätsgerechte und benutzerfreundliche Stadt, nicht autogerechte Stadt
– Funktionsdurchmischung, nicht Funktionstrennung
– Eigentümer statt Mieter bei Neubauten für innerstädtisches Wohnen und Arbeiten
– Flexibilität zulassende Typologien, nicht starr auf Monofunktionalität angelegte Strukturen;
– Modernität mit Tradition, nicht Bruch mit Geschichte und Tradition;
– Stärkung einer für Berlin und die Europäische Stadt typischen Identität, nicht internationale Uniformität.
21. “Ein Stück Rossi und ein Stück Scarpa”, titola un articolo dell’organo degli architetti del Bund del 1997, per descrivere la figura culturale di Joseph Paul Kleihues, professore a Dortmund ed ex direttore dell’IBA.
22. “…Aber wo ist Berlin? Wo liegt die Stadt in der Landschaft? Wo sind die Orte, die der Berliner als berlinisch identifiziert…?” Queste sono le domande che il Frankfurter Allgemeine Zeitung del 14 febbraio 2000 poneva allo Stadtbaudirektor di Berlino Hans Stimmann, definito dal critico Heinrich Wefing che lo interrogava, il “Baron Hausmann des spätmodernen Berlin”.
23. Berlin ist dazu verdammt immer fort zu werden, und niemals zu sein. (Karl Scheffler, 1910).
24. La sentenza di Tafuri appartiene al suo intervento al convegno “Architettura e Storia”, IUAV, Venezia, 13-14 novembre 1994.

la ricostruzione critica di Berlino capitale


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