ricostruire ma senza new town

di Vittorio Emiliani, da http://www.eddyburg.it, l’Unità, 4 giu

L’Emilia-Romagna è stata all’avanguardia in Europa della politica di restauro e di riuso dei centri storici.

Davanti alle immagini dell’Emilia terremotata e alla civiltà dei comportamenti di tutti, ripenso fra i brividi al Cavaliere che va a visitare impettito l’Aquila diroccata, con trecento morti tutt’intorno, e proclama che lui la ricostruirà in pochi mesi, edificherà le “new towns” (senza sapere di cosa stia parlando) e tutto tornerà “più grande e più bello che pria”. Specie dopo la gran parata spettacolare del G8 scippato alla Maddalena e le solenni promesse di adozioni da parte straniera di questo o quel monumento. Un delirio allucinato che pure tanta parte dell’Italia applaudì al canto “meno male che Silvio c’è”. Un incubo fosco per noi che avevamo in vario modo partecipato alle tragedie di Tuscania, del Friuli, di Umbria e Marche, con centri storici colpiti a morte, chiese rase al suolo o comunque crollanti a partire dalla basilica-simbolo di San Francesco in Assisi riconsegnata invece in piena salute in un biennio, ricavando da quelle ricostruzioni una cura “italiana” apprezzata nel mondo. Non disperdere le comunità locali, far sentire subito il calore della solidarietà, creare condizioni di abitabilità in nuclei vicini a case, casolari, fabbriche e stalle, lavorare sulla coesione sociale, puntare, d’intesa con gli abitanti, sulla ricostruzione com’era dov’era. Anche in Irpinia – dove il “cratere” era stato enorme, tremila i morti, novemila i feriti nel gelo dell’autunno inoltrato – per i beni culturali l’intervento della Soprintendenza speciale di Napoli e di quelle regionali fu efficace e senza “code” giudiziarie, senza “cricche” di mezzo. Nella stessa Napoli – commissario alla casa, Maurizio Valenzi, responsabile degli uffici, Vezio De Lucia – furono risanati e redistribuiti circa 10 mila alloggi senza ombre di sorta.

Perché tutto questo non è stato ricordato abbastanza nei giorni tragici dell’Aquila trasformata in un crudele set televisivo per un presidente che l’“Economist” chiamava “the jester”, il giocoliere, il buffone? Uno che si vantava di seguire un suo modello originale che avrebbe ridato all’Aquila e all’Abruzzo una rinascita pronta e radiosa. L’abbiamo veduta quella rinascita, e l’inquinamento sottoculturale è stato così profondo che anche adesso in loco si favoleggia di archistar, di smart-city, senza avvedersi di altri atroci inganni.

Per quest’area vasta dell’Emilia-Romagna colpita a più riprese dal terremoto la rinascita ha da essere quella evocata dal presidente Napolitano per il Friuli, a cominciare dai beni culturali che sono segni forti di identità collettiva, fondamenta di una intensa storia comunitaria. Citerò un caso che ben conosco: Pieve di Cento, al di là del Reno, verso Bologna, uno dei centri storici che l’intesa fra Soprintendenze ed enti locali aveva restaurato e recuperato nel modo più generale e rigoroso. La sua chiesa maggiore è ora scoperchiata dal sisma, le tele di Guercino, Guido Reni, Albani, Lavinia Fontana sono coperte di polvere, il suo bel teatrino comunale è segnato da crepe profonde. Decenni di sforzi vanificati o sfregiati in una notte? Ho saputo che gli abitanti si mostrano riluttanti persino al necessario trasferimento in laboratorio di quelle grandi tele con l’argomento: “Non le abbiamo lasciate portar via nemmeno a Napoleone, neanche ai Tedeschi…”. Mi sono sentito rassicurato. Anche su questo, come sulle case, sulle fabbriche, sulle stalle del parmigiano-reggiano, la gente di qui non vuol mollare e non mollerà. E se qualcuno – come si dice – vorrà demolire più di quanto serve per scongiurare il pericolo di altre morti, scatterà, credo, con l’opposizione, la molla del recupero, del restauro, del ripristino fedele. L’ha già scritto qui Vezio De Lucia: per decenni l’Emilia-Romagna è stata all’avanguardia in Italia (e quindi in Europa) nella politica di restauro e di riuso dei centri storici, col piano Cervellati-Fanti, preceduto dai censimenti di un grande fotografo, Paolo Monti. Così come fu davanti nella pianificazione territoriale, poi più volte tradita. Sono pagine di ieri che bisogna far tornare in onore. Ora che l’Italia non ha più Arcore come capitale. Ora che essa guarda agli esempi migliori e mostra il dignitoso, paziente coraggio di tante altre occasioni.

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