gli errori da evitare

di Vezio De Lucia, da http://www.eddyburg.it

Era un modello di buona amministrazione e di saggio governo del territorio. Qualcosa è cambiato anche in Emilia. L’Unità, 1 giu (m.p.g.)

L’Emilia Romagna è stata un mito per la mia generazione. L’aspetto più triste è ora constatare l’abbandono del territorio in una regione che ha avuto meriti immensi e un ruolo di avanguardia nella salvaguardia. In Italia, dal dopoguerra, è mancata una adeguata cultura del territorio, però c’erano le eccezioni. C’erano l’urbanistica di Bologna, l’urbanistica di Modena, le scuole di Reggio Emilia davano speranza, e si pensava: «dobbiamo assumere l’Emilia Romagna come un modello». Purtroppo anche l’Emilia Romagna si è normalizzata, è diventata come il resto d’Italia. Eppure, lo studio di Silvio Casucci e Paolo Liberatore pubblicato da Eddyburg mostra quanto ci è costata la mancanza di prevenzione: dal 1950 al 2009 il danno alle cose provocato dai terremoti è di 147 miliardi, quasi 3700 milioni di euro l’anno e le morti causate dai terremoti nello stesso periodo sono 4665.
Negli ultimi venti anni alluvioni e frane ci sono costate un miliardo e 200 milioni l’anno. Casucci e Liberatore calcolano che il costo delle catastrofi è in media ogni anno di cinque miliardi. L’Emilia Romagna ha un altro merito straordinario: fondò l’Istituto dei Beni culturali (Ibc). Per la prima volta si dimostrò con una azione pratica la dimensione culturale del territorio, l’importanza del patrimonio artistico minore. L’Istituto dei beni culturali fece un immane censimento del patrimonio storico artistico nei centri minori, concretizzando l’idea larga del bene culturale incardinato nel territorio, del legame profondo del bene culturale con il territorio che lo ha prodotto. Nel 1983 l’Istituto dei beni culturali organizzò una grande mostra dal titolo «I confini perduti»: le fotografie storiche della Raf (la Royal Air Force) scattate nel 1942 erano messe a confronto con fotografie dell’epoca. Quella mostra fece una impressione drammatica, era in assoluto la prima denuncia dello sprawl, del consumo di territorio determinato dallo sparpagliamento degli insediamenti.
Oggi l’Emilia Romagna non esprime più questa leadership culturale, eppure nella prima metà degli anni Settanta l’aver posto il tema della salvaguardia dei centri storici è stato un merito indiscusso della amministrazione bolognese. Il piano per il recupero del centro di Bologna di Pier Luigi Cervellati del 1973 fece il giro del mondo, Bologna diventò la capitale del recupero: era nata la moderna cultura del recupero ed era nata a Bologna, era italiana. Ora, purtroppo, anche questo è in discussione e nel centro storico di Bologna si ammettono le sostituzioni edilizie, rinnegando una pagina fra le più belle della nostra storia recente.
Ma l’Emilia non è L’Aquila. A L’Aquila il disastro è stato probabilmente l’acceleratore di un declino irreversibile. Dopo tre anni si discute come se fossimo a tre settimane dal sisma e, probabilmente, la città – è doloroso dirlo – non si risolleverà. In Emilia, all’opposto, c’è un grande dinamica sociale, economica e produttiva, c’è un tessuto civile che è il migliore d’Italia. Gli stessi lutti di due giorni fa sono stati provocati dalla straordinaria spinta a ricominciare. In questo caso la catastrofe potrebbe, come altre volte è avvenuto nella storia, essere occasione di un grande scatto di orgoglio e di dignità per riprendere l’iniziativa da tutti i punti di vista. Forse è azzardato, è fuori scala, fare paragoni con la ricostruzione del dopoguerra, però se c’è un posto dal quale ci si può aspettare un’impennata, questo è l’Emilia. È rincuorante sentire gli amministratori dichiarare «ce la faremo», «ci rimetteremo in piedi». Il riscatto sarà possibile se lo sforzo delle popolazioni terremotate sarà fortemente sostenuto dalle autorità locali (da parte delle quali un po’ di autocritica non sarebbe male), dall’azione del governo nazionale, dall’opinione pubblica. E dall’impennata dell’Emilia potrà partire il riscatto di tutto il paese.

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