Massimo e il Bar Commercio

di Giorgina Cantalini da http://lacittafantasma.wordpress.com

Bar Commercio: il primo bar dei portici, una vetrina ancora sulla piazza, una già sotto i portici. Le colonne dei portici, dal diametro considerevolmente ampio, rinforzate, impalate, legate e transennate perché compromesse nonostante la vastità di quel diametro, ne nascondono parzialmente il lato non sulla piazza, ma anche lo incorniciano alla vista dei passanti con il loro intreccio iperbolico di tubi innocenti.
Massimo oggi non è andato a scuola, ma non è che ha marinato, è troppo piccolo ancora per questo genere di iniziative, è semplicemente che lo hanno portato a vedere una partita dei grandi: geometri contro industriali nella partita del cuore e per questo hanno sospeso le lezioni con circolare ufficiale firmata dal preside. Non è la prima volta che Massimo va allo stadio, ma è la prima volta da quando suo cugino non ha più giocato e naturalmente Massimo non può non averlo pensato almeno per un breve momento, mentre si recava, accompagnato e in compagnia, allo stadio e assisteva ad un primo tempo di squadre di grandi accanite su di un pallone.
Il Bar Commercio è chiuso, da lungo tempo, esattamente, per forza di cose, da quando il cugino di Massimo non gioca più. Però non è ben chiaro perché si ostini a non riaprire. Sbirciando dentro le vetrine il locale non sembra danneggiato seriamente, o comunque non meno o non di più di quello dall’altro lato della piazza che invece ha riaperto appena ha potuto. Lì, in quello aperto, i piani superiori sembrano stare in piedi solo grazie ai tubi innocenti e alle transenne che ne trapassano la facciata e i punti critici all’interno e che come scudi permettono al vano piano terra di non venire sommerso definitivamente da quelli superiori. Il Bar Commercio invece sembra giovarsi del colonnato esterno e del suo reticolato di tubi per poggiarvisi indenne. Insomma dà l’impressione di stare sulle sue gambe, avvalersi del bastone, ma per galanteria più che per necessità, e di sapere tenere saldi anche i piani superiori. Dunque perché non funzionare?
Le squadre allo stadio, gremito di ragazzi, stanno giocando concentratissime e sfoggiando scarpini dai colori sgargianti, presumibilmente nuovissimi. Ragionevolmente una donazione. Massimo, pur essendo già stato allo stadio tante volte, non c’era mai stato a vedere una partita di calcio. Non è la palla tonda la sua passione, ma quella ovale. Suo cugino gli aveva spiegato bene la differenza: alla palla tonda giocano per soldi, a quella ovale per passione. La prima è per chiunque, la seconda per i migliori. Parola di suo cugino, una specie di eroe dalle dimensioni di cartone animato giapponese: spalle grandissime e largo sorriso. Che spasso quando alla stadio ci si andava tutti quanti in famiglia a tifare lui!
Amarcord A. Roberta, amarcord A. Francesca, amarcord A. Adria, amarcord A. Ennio (Tagliacozzo), amarcord A. Vigili del Fuoco Modena. Una costellazione di centinaia di bigliettini post-it ricoprono, sommergono, oscurano la già rabbuiata vetrina del Bar Commercio, quella incorniciata dai tubi innocenti, quella cioè che si trova sotto i portici. Una vetrina come un pannello scenografico. Epigrafi postmoderne, spicce, precarie, ma d’effetto. Slittamento semantico dal mondo infantile felliniano a quello burocratico e tecnologico dei desktop. Elogio funebre per la città, gigantesco altare alla nostalgia, ma con sapore d’ufficio.
Bisogna dirlo, questi geometri, che per altro conducono due a zero la partita, sono bravi, ma Massimo, benché ammirato, si sente un po’ triste. Non sa se sia stato così giusto tornare allo stadio, non più per suo cugino e poi non per la palla ovale. Cos’è questa conversione di tutti verso la palla tonda e soprattutto come mai lui non si è opposto? E’ vero, era obbligato dalla scuola, ma continua ad arrovellarsi su questo punto: una questione di fedeltà. Avrebbe dovuto fingersi malato, trovare una scusa qualunque per non andare. Ma suo cugino non avrebbe approvato, né le bugie, né le scuse da ‘malatini’. Lui, suo cugino, non si tirava mai indietro, non si sottraeva mai, ai sorrisi, alle vittorie, ai giochi da uomini valorosi, perfino ai compiti da fare per la scuola. La domanda vera è se lui invece avrebbe dovuto avere almeno il coraggio di dire ‘no, a questa vostra partita del cuore io non verrò’.
Amarcord A. Domenico, Cristina, Valentina, Giustino; A e C. sempre nel mio cuore. (C. è una variante più piccola di A., malmessa quanto A). E’ il muro votivo del locale mai riaperto, tappa d’inquietudine per qualsivoglia passante. Un pensiero gentile di tanti, ma inattuale, presumibilmente inopportuno. E se tutto continuasse a giacere immobile e rovinato proprio per gli effluvi inebrianti e malefici di tanta nostalgia e venerazione? Quei biglietti innumerevoli canti di sirene che annientano anche i più valorosi per indurli all’inazione?
Il pensiero di aver lasciato decidere la scuola su di una faccenda di tale delicatezza sta rendendo Massimo sempre più inquieto. Di fatto una questione d’onore. Adesso ha stabilito che allo stadio andava bene andarci, anche dopo quello che è successo, anche se suo cugino non vi giocherà mai più, ma andarci per la palla tonda, no, non ne è convinto. Che cosa ne avrebbe pensato il suo cugino mazinga dal sorriso dolcissimo? Eppure la vita è strana e le cose da grandi non sempre sono quelle che funzionano di più. Prendi la faccenda che non sta bene voler dormire nel letto dei genitori e quanti strilli e lacrime era costato a lui finalmente riuscire a dormire in camera da solo. E quanti rimbrotti del cugino quando glielo raccontavano: ‘Massimo si sveglia la notte e vuole venire in camera da noi’. Essere ometti, gli sport di squadra quelli veri, gli scout, un mondo di regole d’onore, di cui la più difficile era stata il buio e la solitudine notturna. Però alla fine c’era riuscito. Una sequela d’insopportabili ‘ma non vuoi mica fare la femminuccia’, i tornei su tornei vinti intanto dall’adorato cugino e quel suo magico consiglio. ‘Quando chiudi gli occhi sogna la luce e passa la palla ovale. Ricordati che si passa all’indietro per andare avanti. Vedrai che t’addormenti’.
Un signore con la macchina fotografica si ferma di fronte al tazebao in versione post it. Non sa bene cosa pensarne. In realtà non sa bene cosa pensare di niente di ciò lo circonda, perché niente è come aveva capito che fosse, allora per non sentirsi inutile e soprattutto stupido lascia un biglietto pure lui: amarcord A. Alessandro. Accanto a lui una coppia di anziani pare conoscere ad una ad una le firme delle centinaia di bigliettini e su ciascuna pronuncia giudizi gravi. Così Alessandro ritiene opportuno aggiungere alla firma del biglietto che ha appena lasciato la sua città di provenienza. Perugia. Per chiarire: lui non è di A. e non c’entra con quel bar chiuso.
No, non va bene essere venuti allo stadio per una partita di palla tonda. Massimo ha raggiunto questa convinzione. Non c’entra il dolore, che pure la vista di quel campo senza più il suo sorriso buono per eccellenza acuisce. Non sta andando via per una questione ascrivibile a ‘da femminucce’, può giurarci. E’ questa storia della fedeltà alla palla ovale, che lo inquieta e anche qualcos’altro che non riesce ancora a decifrare.
Questa faccenda delle cose da maschi e delle cose da femmine non funziona come vogliono fargli credere. Ora è sulla via che dallo stadio conduce verso la città dei bar puntellati. E’ solo ed è sgattaiolato via non visto dai suoi insegnanti. Deve pensare e vuole capire. Spirito di squadra, palle tonde e ovali, le cose da grandi. La questione è seria e molto difficile: se c’è una cosa che ha capito quando tutte le case sono venute giù è che ci sono momenti più difficili di altri in cui le regole cambiano e allora va bene tornare ad essere bambini piccoli, femminucce, teste calde. Va bene essere anche quello che non sta bene.
‘Vieni a dormire nel mio letto’, gli ha intimato la mamma quella notte. Strilli su strilli, netto rifiuto di quello che a tutti gli effetti appariva un pusillanime regredire, un palese ‘tornare indietro’, ma poi ha dovuto cedere e andare. Il suo letto è stato spappolato dalla volta a crociera che è venuta giù, mentre quello grande della mamma no. Diamine, i conti non tornano, e poi perché ora i professori portano tutti a vedere una partita di palla tonda in pompa magna, senza dare spiegazioni di sorta?
Alessandro con la macchina fotografica ha appena aggiunto impacciato ‘Perugia’ al suo post it, i signori che commentavano i biglietti si stanno allontanando, Massimo è arrivato di fronte alla vetrina, proprio dietro ad Alessandro, e osserva quei messaggini in assoluto silenzio. Ci mette un po’ a capire che cosa voglia dire ‘amarcord’ e soprattutto continua a pensare al cugino. Lui non è andato nel letto della mamma, lui è andato a dormire da due sue amiche evidentemente ‘femminucce’ perché la sua presenza ‘forte e gentile’ le rassicurava. Era così solido e travolgente che pensavano avrebbe fermato il terremoto ed era così campione da non sottrarsi mai. E’ stato travolto dal crollo. Come dice la canzone, ‘lo raccolsero che ancora respirava’, ma non c’è stato nulla da fare. Lui invece, Massimo, era di malavoglia nel letto della sua mamma e non si è fatto niente, niente, neanche un graffio, mentre il suo di letto è stato letteralmente spappolato. Qualcosa non va nell’ordine delle cose.
Amarcord, amarcord, amarcord…è sempre più scontento.
All’improvviso gli rimbalzano in mente quelle parole: ‘sogna la luce e passa la palla ovale, all’indietro’. Indietro, tornare indietro per andare avanti, avanti, la luce, la palla ovale, il lettone proibito, la luce, passa la palla, indietro, indietro, avanti. Amarcord, amarcord e vado avanti. La luce, il lancio, il sorriso. Meta. Massimo scrive: ‘Basta co sti amarcord, vivi la vita’. Lo firma. Massimo D. 12 anni. Appende il suo post per bene al centro della vetrina del Bar Commercio, sopra ad altri perché spazio non ce n’è più, e se ne va. Nel cuore il sorriso del cugino, nei pensieri il perdono verso le cose da piccoli e quelle da grandi, davanti agli occhi la luce della meta.
(27 maggio 2012)

Il racconto fa parte dei primi materiali prodotti dal laboratorio d’osservazione del II anno Drammaturgia di Milano Teatro Scuola Paolo Grassi, a cura di Renata Molinari e tenutosi all’Aquila grazie alla collaborazione tra la Scuola e il TSA (Teatro Stabile d’Abruzzo), da me svolto insieme ai ragazzi mentre in realtà mi occupavo della sua organizzazione.
Dedicato ai quattro giovani cui ho ‘rubato’ frammenti’ di vita:
a Gianlorenzo Aloisi, che la notte del 6 aprile si è salvato perché era nel letto della mamma,
a Riccardo Prosperococco, valente e giovanissimo giocatore di palla ovale, campione di domani, che mentre scrivevo vinceva con i suoi compagni un’importante partita in Inghilterra,
a Lorenzo Sebastiani, giocatore di palla ovale, campione di ieri, perito a seguito del sisma del 6 aprile e la cui morte mi ha scioccato moltissimo,
a Matteo D’Innocenzo, sconosciuto autore del bigliettino del Bar Commercio, di cui so solo che ha 12 anni.

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2 Responses to “Massimo e il Bar Commercio”


  1. 1 Lucio Gialloreti 2 giugno 2012 alle 10:16

    Bellissimo il tuo racconto , cara Giorgina, struggenti frammenti di vita e una giusta domanda : sul perchè non riapre il Bar Commercio! Bravissima !!!!! zio Lucio


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