Le città più “trend”

cultura, architettura e servizi; capacità di capire, interpretare e innovare il proprio tempo.

di Sebastiano Malamocco, su http://geograficamente.wordpress.com

La CITTA’ come “ricerca della felicità” (Aristotele) (e le periferie e i piccoli comuni spesso soccombono non esprimendo alcunché)

Proviamo a proporvi di pensare a quali città italiane possano considerarsi più “in voga”, autorevoli e innovative sul piano di proposta di  “città ideale” in Italia. L’elemento artistico, della bellezza dei loro centri storici è cosa assai importante nel panorama del territorio italiano… In una storia ancora recente di stati, regni, principati, repubbliche marinare… principi e signori locali che si facevano “concorrenza” nell’esprimere bellezze artistiche (architettoniche, pittoriche….) (si “rubavano” tra di loro i più grandi pittori, scultori, architetti, urbanisti…. ora succede solo con i calciatori…). E’ così che nella penisola italica è stato prodotto un patrimonio artistico che non ha pari al mondo… ad esso si aggiunge la felice posizione mediterranea e la variegata composizione del territorio (costiero, montuoso, col prevalere del sistema collinare…) che all’elemento artistico dato dalla “mano umana” (dall’artificio umano) si innestano le bellezze naturalistiche, venendo così a creare paesaggi di grande valore (che negli ultimi decenni si è fatto di tutto per distruggere). Ma non è di questo che vogliamo qui parlare.

Vogliamo solo dire che, nel contesto italiano, l’individuazione di CITTA’ “importanti” e autorevoli (dove “vale la pena viverci”) il contesto storico, artistico, culturale spesso ha creato e crea a tutt’oggi delle rendite di posizione che l’agire umano (amministrativo, degli ultimi decenni…) spesso non merita […..]

L’idea che ci possiamo fare di qual è la città più meritevole per viverci, data dalla contemporanea bellezza e innovazione che esprime, può altresì essere rapportata ai contesti storici, al tempo “vissuto” di quella città (alla natura e all’artificio umano: aggiungiamo così “l’accadimento storico” che un luogo urbano conserva). E ci son momenti storici, fasi storiche, dove una città mostra di essere più “importante” di tutte le altre: per dire, nel dopoguerra, forse proprio Roma rappresenta la città più interessante fino alla fine degli anni cinquanta: pensiamo ad esempio all’importanza della “politica”, del rappresentare l’unità nazionale e della ricostruzione post bellica… Ma ancor di più agli sviluppi negli anni cinquanta della cultura (come il cinema neorealista che ha attratto su Roma gli occhi dell’Europa e dell’America…).

Oppure negli anni sessanta pensiamo alla Milano economica e dello sviluppo industriale (assieme alla elegante sabauda Torino che diventa centro di attrazione di forte immigrazione: con la Fiat e l’espansione di tutto il suo indotto industriale)…. Negli anni ’70 della “protesta” e della ricerca culturale di nuovi spazi di libertà è sicuramente Bologna l’elemento urbano più attrattivo, con espressioni culturali innovative (scrittori, cantautori, sociologi…), con i movimenti giovanili della contestazione, con la sua Università antica ma capace di interpretare le nuove istanze del tempo… 

In Europa poi città “importanti” nascono spesso da eventi “tragici”, a volte di contrapposizione nazionale o etnica (Belfast e Dublino e l’indipendenza dagli inglesi, l’autonomismo… ma di più Sarajevo, città interetnica per eccellenza dove pacificamente convivevano la moschea con la sinagoga con la chiesa cristiana, e il dirompere, negli anni ’90 del secolo scorso, della crudele guerra civile-etnica con la fazione filo serba a massacrare i mussulmani…). E poi, tornando alla figura “positiva”, felice, di città, quelle che possiamo un po’ considerare “città-stato” (come Londra e Parigi…), grandi espressioni sia di economia che di cultura (e di grande attrazione per essere metropoli dove le grandi dimensioni sono quasi sempre elemento di ricchezza di proposta di vita e non degrado come invece troviamo in altri megacontesti urbani in particolare nel Sud del mondo…

E ora (nei nostri giorni) indubbiamente valore assumono città come Barcellona e Berlino, capaci di attrarre un turismo (un po’ pseudo culturale, consumistico che si veste di una certa patina kitsch, intellettuale…) che fa di esse l’essere ora “città di moda” (per le innovazioni, specie architettoniche e urbanistiche che hanno trasformato negli ultimi anni quelle città).  Ma negli anni sessanta predominavano in Europa a volte città “periferiche” rispetto alle capitali: pensiamo ad esempio a Francoforte e allo sviluppo culturale della sua Università nel sapere filosofico contemporaneo con appunto la cosiddetta “Scuola di Francoforte” (con conseguente “attenzione internazionale” di quel che lì accadeva nei processi di sviluppo del pensiero contemporaneo).

Insomma, questo per dire che elementi di grande spessore, o culturale o economico-industriale, o di nuovo sviluppo urbano e architettonico, o di centri pubblici e privati di ricerca di nuove tecnologie (pensiamo alle città californiane dell’innovazione informatica contemporanea), hanno dato ad alcune città (e non ad altre) il vigore di uno sviluppo innovativo: e in questi luoghi urbani così “di tendenza” anche singoli individui che ci vivevano, anche se magari poco interessati alle innovazioni che lì si producevano, venivano (vengono) ad usufruire lo stesso del diffondersi di un clima positivo che fa della loro città l’essere “importante” nel contesto nazionale e internazionale (globale); e un po’ su di essi stessi si riversano delle opportunità (per loro o i loro figli) di vivere, studiare, godere di servizi pubblici e privati di grande valore.

La città è starci bene da soli (nel sentire il risuonare dei propri passi, passeggiando nel silenzio di  ore serali o notturne, o vivendola nei parchi o nei pub, nei bar, nei cinema…), ma è allo stesso tempo starci bene nell’incontro con persone diverse, magari all’origine sconosciute, o incontrate un solo momento, diverse da se stessi, dalle persone care della propria quotidianità e della propria famiglia. Un mix di nido personale e famigliare protettivo, con dall’altra l’usufruire dell’opportunità di incontrare il mondo intero…

Pertanto, tornando al discorso iniziale, le città italiane più in “voga” sono diverse a seconda dell’epoca storica, ma ogni centro cittadino deve (“deve”: non come imposizione ma come necessità) pensare al suo sviluppo innovativo mettendo in campo ciò che di meglio esprime il suo territorio (nelle intelligenze, nel sistema formativo per i giovani e per tutti, nei servizi alla persona come quelli sociali e sanitari…). Interpretando e “rischiando” di “andare a vedere le carte del futuro”: quello che sarà e potrà essere la propria città per le persone ora più giovani, i bambini… le opportunità che essi possono avere già da subito per inserirsi con serenità e padronanza di sè nel futuro…

Se questa è la prerogativa e la scommessa di ciascuna città, diverso è il contesto per i “piccoli centri”, le case isolate, le periferie lungo le strade…(in crisi pare irreversibile)… situazioni urbane che tanto caratterizzano ad esempio il Nord Italia…. Qui l’elemento di cambiamento qualitativo sarà più difficile rispetto alla “città” (intesa come qualcosa di unitario e di una certa grandezza). Pare a noi che, per salvarsi e mantenere l’identità di un passato nobile, il piccolo centro deve “fare squadra” con altri “piccoli centri” a lui omogenei, con le periferie; e costituirsi anch’esso in possibile “area metropolitana” e darsi appunto l’identità che ora ha perduto, un progetto che utilizzi al meglio le risorse umane e ambientali del suo territorio: solo così potrà trovare la strada dell’innovazione, del futuro (come le città) ed essere un “centro produttore di felicità”.

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