conservare è moderno

«Un grande ringraziamento a Vezio De Lucia, che fa informazione»

di Andrea Costa, da Eddyburg, 18 mar.

Cari amici, E non poteva mancare l’Olanda ad insegnare il restauro e la cultura della tutela proprio a noi italiani? No. E’ l’Europa che ce lo chiede? Faccio volentieri riferimento al fortunato tormentone del programma satirico di Serena Dandini che meglio dei centoquaranta-caratteri-centoquaranta di Twitter, sintetizza le politiche della “Trimorti” governativa, fase esantematica della malattia berlusconiana italiana.
E pensare che la moderna cultura del restauro italiana da Cesare Brandi in poi è oggi tradotta anche in Cina. Insegna che il restauro è l’ultima delle opzioni, che è necessaria innanzitutto la manutenzione, che i centri storici sono organismi omogenei da considerare nella loro unitarietà non solo con un approccio architettonico-edilizio, ma invece con uno sguardo urbanistico tout-court, composto da valutazioni economiche, sociologiche, antropologiche, ambientali.
Siamo ben lontani dunque dall’approccio mussoliniano ai centri storici, composti solo e soltanto dai quei monumenti degni di esser tramandati ai posteri (non si sa bene in base alle valutazioni di chi, ma si può immaginarlo) o “da isolare nella necessaria solitudine” . Mussolini aveva in mente più che una città, l’immaginario del suo partito e… la città di Washington. Proprio la storia ha insegnato successivamente che si sbagliava di grosso. La storia e il presente delle più rinomate istituzioni internazionali come l’Iccrom, l’Unesco e l’Icomos confermano quello che già nell’italia degli anni 60′ diviene consapevolezza diffusa: Conservare è modernità. Perchè pone di fronte i decisori politici e i garanti del pubblico interesse al principio di responsabilità verso la loro comunità, il patrimonio lasciato loro in “custodia” e da tramandare ai posteri per garantire a tutti (anche e soprattutto quelli dopo di noi), il diritto al bello, alla storia, alla leggibilità delle vicende materiali, storiche ed architettoniche delle città.
Conservare è moderno perché utilizza il principio di precauzione e di reversibilità degli interventi. Proprio perché non ci troviamo di fronte ai diktat del dittatore di turno o di chissà quale “commissario straordinario alle emergenze” (qui l’ironia è voluta).
Consapevolezza che mancava invece agli antichi. Oggi, per esempio, non polverizziamo le antiche statue per ricavare la calce di cui abbisognamo o non fondiamo complessi equestri per ricavarne cannoni. Qualche barbaro “autoctono”, per dirla alla Flaiano, preferirebbe venderlo il nostro patrimonio, ma questa è un altra vicenda che dimostra semmai la persistenza e l’imperitura attualità delle idee antiche e balsane.
sTutto questo, leggendo il bell’articolo di Vezio De Lucia, embrerebbe mancare agli organismi economici e alle Università straniere che sono state richiamate a proporre progetti e soluzioni su quella che più che una città è stata presentata sin dall’inizio come una sorta di “esperimento” bio-politico-urbanistico. Il fatto stesso che il progetto venga presentato nei laboratori dell’Istituto nazionale di Fisica del Gran Sasso, lascia capire che forse più che all’uomo o al cittadino, si pensi qui alla centralità del progetto edilizio, dello spazio da occupare e al “decoro” tutto scenografico-televisivo delle facciate delle case e dei palazzi. Il rischio, a mio avviso, è che l’Aquila divenga una sorta di “parco a tema” della correcy urbanistica internazionale tra archistar e furbetti del “cantierino” nostrani. Il “facciatismo” è poi una delle caratteristiche essenziali dell’approccio olandese ai centri storici. Ma è ben lontano dalla realtà italiana. L’Aquila dunque una “vetrina” (senza offese per gli amici olandesi) per vendere meglio un nuovo modello di approccio alle città italiane?…Magari da ratificare con un prossimo “colpetto” legislativo della Trimorti?

Non credo che l’Olanda c’entri molto nella vicenda. Credo invece che essa sia un’ulteriore testimonianza di un devastante pensiero corrente, divenuto egemonico, per il quale l’oggi conta più del passato e del futuro, l’apparenza conta più della sostanza, l’episodico conta più del sistematico, l’eccezionale conta più del normale, l’evento conta più della durata (e quindi la ristrutturazione è meglio della manutenzione, l’architettura è meglio dell’urbanistica, il gesto che improvvisa è meglio della paziente applicazione). Della storicità non importa l’insegnamento profondo (e quindi il rispetto del patrimonio storico come testimonianza di un passato capace di rivivere trasformandosi nel rispetto delle regole della sua formazione), ma – come dici giustamente – come scenario catturabile dal mass media più alla moda nel momento dato. Lo rivela in molti episodi degli ultimi vent’anni anni quello che avviene a Venezia, divenuta ormai solo scenario da vendere ai mercanti di qualsiasi cosa (e in particolare a quelli di valori immobiliari), cancellando giorno per giorno regole ispirate alla “modernità della conservazione”, e i modernissimi principi della precauzione e della reversibilità, posi dalla Repubblica Serenissima alla base delle sue politiche territoriali.
Il lavoro da fare per restituire buonsenso al cervello delle persone è dunque lungo e impegnativo. Resistere agli scempi che volta per volta avvengono è necessario – anzi, indispensabile – ma non basta. Purtroppo da decenni si è lavorato per trasformarci in uomini di paglia (ricordi la bella poesia di Eliot?), e in Italia ce ne siamo accorti quando gran parte del danno era già stato compito. Ma non è mai troppo tardi, come ci lasciano sperare le tensioni che agitano le società in vasta parte del mondo. (e.s.)

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