Se i “passi per lo sviluppo” …..

……e per accelerare la ricostruzione aquilana sono come quelli dei gamberi.

di Luciano Belli Laura, 21 mar.

Con solo un briciolo dell’incredulità tipica del patrono d’architetti (geometri, agrimensori e dell’India), trascrivo sinteticamente, con alcuni commenti personali espressi in […], la Premessa della Relazione La ricostruzione dei Comuni del Cratere Aquilano, scritta da Fabrizio Barca poco prima del terzo anniversario del terremoto de L’Aquila e dei comuni limitrofi, finalizzata ad accelerare la ricostruzione e avviare lo sviluppo.

Informazione. Dopo aver enucleato le risorse stanziate (10,6 mld), utilizzate per l’emergenza (2,9 mld) e disponibili per la ricostruzione (2 mld erogati o trasferiti e 5,7 mld da utilizzare), s’ammette che, per quanto riguarda la spesa, sia per gli edifici privati sia per gli edifici pubblici, “le informazioni appaiono frammentarie e carenti; mentre non è ancora disponibile un quadro ragionato delle risorse umane aggiuntive utilizzate dalle strutture pubbliche preposte alla ricostruzione”. Mentre, da informazioni chiare, per lo smaltimento delle macerie si desume che ne è stato rimosso il 38%. Dopo tre anni, ma con una significativa accelerazione negli ultimi quattro mesi (e con l’attivazione d’un adeguato monitoraggio).

Comunicazione. Per ottenere un salto di qualità, il primo miglioramento necessario [s’avrebbe]nella partecipazione dei cittadini e di tutta l’opinione pubblica all’attività di ricostruzione[fumo e niente arrosto]. In 2° luogo: “appare opportuno costruire un sistema di condivisione delle informazioni raccolte e rese pubbliche che utilizzi una logica di open data, e preveda forme ricorrenti di incontro”. In 3° luogo: “appare necessario costruire un punto di contatto amichevole e poroso [?] fra pubblica amministrazione e cittadini ”.

Programmazione/previsioni. Il reperimento d’ulteriori disponibilità e la programmazione finanziaria delle copiose risorse ancora non utilizzate saranno possibili solo dopo la “costruzione di un adeguato schema informativo” e lo “avvio di un semplice monitoraggio procedurale”. [insomma, prima vedere cammello], poi seguiranno “le previsioni adeguate circa i flussi di impegni e di spesa”. [… ancora una “paccata” d’euro?].

Semplificazione. Tempestivamente, in presenza dell’attuale assetto commissariale (di Chiodi), è possibile dar seguito [solo] ad alcuni snellimenti e rimodulazioni: a) soppressione della SGE; b) riduzione componenti CTS; c) abolizione dei Vice Commissari [WHACK]; d) eliminazione d’altre posizioni [?]; e) rafforzamento Uffici Amministrazioni Competenti (UAC). [Poimente], al fine di accelerare la ricostruzione, andrebbe rinnovato l’incarico della filiera fino a fine 2012 e andrebbero assicurate le condizioni affinché essa esaurisca le pratiche della periferia de l’Aquila [WHEW] ed avvii l’esame delle richieste relative ai centri storici, non appena esse potranno pervenire grazie ad una sollecita conclusione dell’iter previsto per i Piani di Ricostruzione [WOW]. Infine, andrebbe favorita sia l’istruttoria consociata delle richieste di contributo per la ricostruzione sia l’associare Uffici comunali “per consortili per promossa[?!?].

Rigore. Tre cose (tempi, qualità e consenso) possono beneficiare d’un rafforzamento in tre direzioni: a) prevenzione d’ogni infiltrazione criminale dei lavori per la ricostruzione e costituzione di elenchi di fornitori di beni e servizi (estendendo ad imprese edili, di impiantistica e di restauro le verifiche antimafia e del Comitato coordinamento ASGO) ovvero in possesso di adeguati livelli professionali e tecnici; [—] rafforzamento condizioni concorrenziali nell’attuazione dei lavori … assegnabili a chi sia selezionato dai privati entro una rosa di almeno cinque preventivi [adesso, quando i buoi sono già scappati dalla stalla?]; b) scoraggiamento dell’accumulo dei lavori da parte di soggetti privi di capacità attuativa [per quella progettuale, ormai, acqua passata?] previo sanzionamento del mancato rispetto delle scadenze; [ed il c)?].

Indi, cercando maggior rigore e concretezza, m’addentro nella rilettura dell’intera Relazione predisposta dal Ministro per la Coesione Territoriale. Un capolavoro assoluto del divisionismo (evoluzione del “Pointillisme” francese). Giacché, questa raffigurazione del post-sisma pare non contenga alcun esplicito giudizio politico sull’operato del precedente governo, ma sia solo la timida apposizione di punti (o puntini, pochini e sbiaditi) posti a rimedio tardivo della tanto sbandierata ri-costruzione siglata B&B. Allora, cerco di comparare quanto analiticamente esposto da l’inviato speciale del Governo Monti con quanto risaputo da qualsiasi osservatore della realtà aquilana. Anche da lontano e da ben tre anni. Se crede ne L’Aquila come … bene comune.

Tra gli interventi per l’emergenza, spiccano le new town berlusconiane (ri-nomate, da Bertolaso & Calvi della Protezione civile Spa, in C.A.S.E.: Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecompatibili) costate 833 milioni d’euro. Con 4.449 alloggi collocati in 183 edifici (equivalenti a 185) in grado d’ospitare 80 sfollati cadauno. Quindi, in totale NON più di 14.640 persone, quando 35.690 stavano nelle tende e 31.769 erano in Hotel e case private. Per intercessione del Primo cittadino de L’Aquila, i 19 c.a.s.e. vennero localizzati prevalentemente nei “pressi delle Frazioni”. Con 3 (es. a Collebrincioni) o con 21 edifici (es.a Bazzano). Tutti in variante alle previsioni urbanistiche vigenti. Su terreni espropriati e, forse, non ancora pagati. Con urbanizzazioni primarie elementari, ma senza alcun servizio e pubblica attrezzatura indispensabile a non farne una “riserva indiana” per deportati a loro insaputa e soggetti a diaspora continua. Prima, abbandonando case con danni strutturali (inagibili, di tipo “E”). Poi, in cerca d’altre sistemazioni alloggiative meno disagevoli delle c.a.s.e.! Adesso (vedi tav. 3, al punto 1.5, di pag. 26), al 6 marzo 2012, nel Progetto C.A.S.E. stanno solo 12.969 persone. Quindi 1.671 individui sono andati a stare altrove. Certamente, non nelle proprie case che, in quanto di tipo “E”, non sono state né ricostruite né rese abitabili. Sperando di sapere dove, mi permetto ancora d’osservare che l’abbandono “virtuale” d’un insediamento grande quanto il maggiore (se divido 1.671 persone per le 80 persone per edificio, ottengo circa 21 edifici: cioè quelli di Bazzano2) significherebbe uno speco di risorse per l’emergenza pari a circa 96milioni. Intollerabile! Anche inconcepibile, se i C.A.S.E. si svuotassero ulteriormente mentre nelle strutture ricettive della sola Provincia de L’Aquila stanno ancora, a carico del contribuente, circa 250 persone.

Orbene, tutto ciò non per pignoleria e rigore meramente tecnicistico, ma perché la strana programmazione insediativa (ora conosciuta anche da Barca) comporta conseguenze urbanistiche rilevanti. Semplicemente ricavabili proprio relazionando i dati della sua suddetta tav. 3 con quelli forniti settimanalmente dalla SGE:

soluzione alloggiativa

al 6 marzo 2012 (persone)

al massimo (persone)

abitazioni disponibili

Progetto C.A.S.E.

12.969

14.581

4.860

Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.)

2.791

2.893

964

Affitti fondo immobiliare

692

927

309

Affitti concordati con Protezione civile

578

1.443

481

Contributo di autonoma sistemazione

9.757

25.961

8.654

totale

26.787

45.805

15.268

Quando tutte le persone ancora in diversa situazione alloggiativa rientreranno nelle loro case ubicate o in periferia de L’Aquila o nei centri storici (Capoluogo e Frazioni), molte abitazioni vuote s’aggiungeranno a quelle che sono state lasciate da chi è già rientrato in case tipo “A”, “B” e “C”. Per sapere quante sono, dovremmo considerare i dati dell’intero periodo ed assumere come base di calcolo dell’intera disponibilità di alloggi liberi, non il totale di quelli resi disponibili in futuro (26.768) ma quello corrispondente ai massimi valori di permanenza in varie situazioni alloggiative (cioè 45.805 persone). indi considerando una media di per 3 persone per ogni abitazione, possiamo ricavare un risultante strabiliante: in futuro, 15.268 abitazioni saranno VUOTE. Forse, escludendo c.a.s.e. e m.a.p. di Stato, soltanto 10mila! Ovvero, quante includendo 4mila “casette” provvisorie realizzate per necessità su Delibera comunale? Per saperlo, basta censirle.

Quantunquemente, anziché 10mila fossero solo mille, vien da chiedere ad alta voce: “Oggi, a chi serve costruirne altre”? E senzadubbiamente, a che scopo “costruire un pilastro di cemento armato per ogni bambino che nasce“? O addiritturamente, perché il Piano di Ricostruzione aquilano è stato adottato dopo tre anni di permanenza in vita comatosa del Piano Regolatore del 1975-’79?. Che tralaltramente permetterà, assieme alla necessaria ri-costruzione, anche la realizzazione di nuove costruzioni in molte aree edificabili nell’intorno compreso tra l’una e l’altra new town, funzionanti come Caval di Troia per la cementificazione futura dell’intera vallata. Anche spessatamente, con ricorso alle Varianti al P.R.G. vigente, deliberate caso per caso almeno una volta al mese. Dicendo: Francamente, ‘ntu culu a … chi vien da fuori e, come Salvatore Settis il 13 c.m. a L’Aquila, ha considerato che “il processo di cementificazione e di consumo di suolo”, proprio con le new town, “qui pare abbia subito un’accelerazione brusca, violenta colpevole”. Infattamente, come prima del sisma, giacché – diceva bene Settis – “la terra non rende se non è murativa”.

Allo scopo d’incrementare la rendita fondiaria ed immobiliare più che l’aumento del capitale lavoro, i terreni sono o restano edificabili soltanto per rendere più di quanto permetterebbe la coltivazione dello zafferano. Tanto quanto il Piano Regolatore sancisce, attraverso l’indice d’edificabilità d’ogni suolo: tanti metri cubi di cemento e mattoni per ogni metro quadro di terra disponibile. E, quando indisponibile perché vincolata alla realizzazione dei pubblici servizi e delle pubbliche attrezzature, a L’Aquila diventano aree bianche od “a vincolo decaduto”. Ovvero un po’ costruibili. Decideranno quanto prima delle elezioni? In barba a Barca?

Non proprio. Se il Governo tanto acclamato per curare i mali prodotti dal capitale finanziario non sembra voler trovare una ricetta valida per contrastare la rendita fondiaria ed immobiliare. Se, gli esperti di finanza non sanno neppure raccapezzarsi nel discernimento sul ruolo dello strumento di ricostruzione territoriale post calamità in relazione a quello di pianificazione urbana (vedi, nota 7 della Relazione). Se i professori della crescita manterranno inalterato quanto previsto da Berlusconi: un piano di ri-costruzione che non sostituisce affatto il piano di costruzione esistente. Variandolo solo in più, mai in meno. Se, per il “Cresci Italia” prossimo venturo vale ancora ripetere ai quattro venti il credo di Silvio: “quand le bâtiment va, tout va”. Dimenticando che ciò che valeva per la ricostruzione delle infrastrutture devastate dai bombardamenti, non può valere per il “bel paese” devastato da terremoti, alluvioni ed affini calamità. Né da necessità impellenti, tipo il TAV. Se i “passi per lo sviluppo” come quelli di Fabrizio Barca e colleghi sono come quelli dei gamberi.

 Luciano Belli Laura

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