la ferita che resta e quelli che non se ne vanno

di Giovanni D’Alessandro, da Avvenire, 19 mar.
C’era una volta una città che non era una città, ma un ventoso altopiano a 800 metri d’altezza, con un declivio sulla sponda sinistra dell’Aterno, che sgorga non lontano da esso, e poco dopo la sorgente è già impetuoso e pronto ad attraversare l’Abruzzo.

È così dalla creazione, quella piana col declivio, e tale resta fino alla metà del XIII secolo. Per la verità è così bella, col fiume in mezzo, che già vari secoli prima di Cristo sorge qui una capitale dei Sabini, Amiternum, patria di Sallustio, della quale restano imponenti rovine. Conquistata da Roma al tempo delle guerre sannitiche, l’area comincia a gravitare intorno all’Urbe, cui è vicina. Nel 211 a. C. ci passa Annibale e 22 secoli dopo, da uno sbanco di terra, riemerge intatto lo scheletro di uno dei suoi elefanti, ricostruito e ospitato nel museo nazionale, che la città–non–città si è data. Solo che i suoi abitanti non si contentano di un elefante di Annibale, lo vogliono molto più antico, di migliaia d’anni, quando l’altopiano era una savana quasi africana, in modo da potersi chiedere, come Hemingway per il leopardo tra le nevi del Kilimangiaro, cosa ci facciano le ossa di un mammut tra le nevi dell’Appennino.

Poi, alla metà del 1200, ecco che la città, unendo castra e castella, si dà il nome di un grande rapace ch’è tutt’un programma, quanto a regalità e forza, di ciò che la città intende diventare: chiama se stessa l’Aquila. E diventa ricca, commerciando con mezz’Europa in lane, stoffe, ori, argenti, smalti e manufatti. Diventa bellissima: siccome è il tempo in cui lo spirito dell’uomo desidera elevarsi in cuspidi, pinnacoli e merlettate punte in pietra verso l’Alterità – per penetrare l’azzurro e far sentire la sua voce, de profundisin excelsis – si trasforma in una meraviglia gotica.

Ma l’altopiano sorge tra due direttrici di moto della terra che i sismologici chiameranno, secoli dopo, faglie. Nel 1703 le faglie si muovono, molto, e tutta la meraviglia gotica se ne viene giù, sbriciolandosi. L’Aquila stringe le ali. È ferita. Si fa curare dall’azzurro e dal vento. E in 50 anni risorge splendida, barocca. Ridiventa florida. È capoluogo d’Abruzzo.

Nel XX secolo si dota di università, e qui accade una cosa bellissima: la severa città, dal combattivo nome di rapace, si addolcisce e apre le ali, a ospitare decine di migliaia di giovani, che sciamano dopo le lezioni tra le sue antiche vie, piazze, chiese e architetture. È, per eccellenza, una città universitaria. Ma il 6 aprile 2009 le faglie tornano a muoversi, la città crolla in parte o diventa insicura, inagibile, inabitabile. Parecchi studenti muoiono.

L’Aquila pare svuotarsi di giovani, non essere in grado di trattenerli, mentre si va riempiendo di transenne, ponteggi, tiranti, fasce e gli abitanti migrano nelle circostanti new town. Ma l’impressione è fallace. Con la ripresa dell’anno accademico si vede una cosa insperata, che prevale su tante altre, brutte bruttissime, come le speculazioni, i furti e, peggio di tutte, sulla sensazione di abbandono, denunciata dal popolo delle carriole, che si è ritrovato da solo, dopo le promesse e le lacrime a uso telecamere e dopo i trionfalismi di un’annunciata, troppo rapida rinascita: succede che gli studenti non se ne vanno, si riscrivono all’università per il 2009–2010. E non si limitano a guardare, dalle new town, la città. Piano piano ci rientrano, portandosi dietro gli scioccati abitanti. Tornano nei pochi bar aperti. Ricominciano a sciamare lungo le strade e piazze, sin dove possono. Si riprendono i loro luoghi. Si riprendono la città.

La perlustrano come facevano prima del terremoto. L’assaltano amorosamente, la penetrano, la rimpiangono ma non la piangono, perché si piange qualcosa che si ama solo quand’è perduta, e la città non lo è.

L’Aquila non è perduta. È solo transitoriamente retratta e sottratta, come fa sempre, per un po’, dopo i terremoti. I giovani lo sentono. Soprattutto gli studenti non aquilani, divenuti cittadini di una città–non– città mondiale, simbolo della fragilità e precarietà proprie della bellezza.

Perché non se vanno, aquilani e non–aquilani, giovani e vecchi, dall’Aquila? È facile rispondere: perché una città sana e integra, com’era una volta, la si vive, semplicemente, ma la si dà anche un po’ per scontata. Mentre una città che si è rischiato di perdere la si tesaurizza, la si cura, la si protegge e ci si stringe ad essa, dicendosi fortunati di averla conservata. E levando un ringraziamento a quella Alterità da cui unicamente può venire la forza per fronteggiare il presente. Perché l’Aquila ferita la si ama molto di più.

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2 Responses to “la ferita che resta e quelli che non se ne vanno”


  1. 1 Lucio Gialloreti 21 marzo 2012 alle 19:46

    E’ vero in tanti tanti anni ormai dalla mia nascita all’Aquila, sento di amarla ancora di più e mi manca ogni giorno di più! Lucio

  2. 2 Daniela 22 marzo 2012 alle 16:02

    la ferita resta anche per chi come me è diventata emiliana, da lontano si pensa al prima del 6 aprile, si spera di poterla rivedere com’era, ma così non è, ogni volta che si torna e vederla ancora ferita si sente un pugno nello stomaco, però la si ama anche così ferita e forse ancor di più.!!!
    daniela


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