“emotional co-ownership”

Riflessioni sui Centri Storici: dalla Carta di Gubbio alla Contemporaneità

Gubbio 24 gennaio 2011 Massimo Bastiani

da Virna Venerucci, @ecoazioni.it, 25 gennaio 2011,

A poco più di 50 anni dalla Carta di Gubbio, appare importante interrogarsi sul futuro dei nostri centri storici.
Gubbio nel 1960 è stato luogo di importanti coincidenze in Consiglio comunale viene presentato il Piano regolatore di Giovanni Astengo e tra il 15 ed 17 settembre si svolge il Primo Convegno Nazionale sulla salvaguardia e il risanamento dei centri storici artistici. Il convegno e la “Carta di Gubbio” che ne scaturirà a seguito della dichiarazione finale, saranno destinate a cambiare il concetto di “centro storico” e ad influenzare profondamente la cultura urbanistica italiana.
Il Convegno di Gubbio fu aperto da una relazione di Antonio Cederna e Mario Manieri Elia e chiuso da Astengo. In quella sede si delineo un proposta radicalmente innovativa rispetto alle teorie allora prevalenti, che consentivano di manomettere, di “diradare” e anche di sventrare i centri storici (fatte salve le emergenze monumentali).
Il convegno diede vita all’ANCSA di cui Astengo nel ‘62 fu vicepresidente ed approvò la “Carta di Gubbio” che sostiene l’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici (“L’intero centro storico è un monumento”).

[…………..]

I contenuti della Carta di Gubbio vengono ripresi dalla Carta di Venezia del 1964
Il 22° Congresso internazionale degli architetti e dei tecnici dei monumenti storici, tenutosi a Venezia nel 1964, adottò tredici risoluzioni importanti per la salvaguardia e la conservazione dei beni culturali a livello internazionale.
La prima risoluzione rende operativa la Carta internazionale del restauro, meglio conosciuta come la Carta di Venezia, la seconda è la creazione del Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti (ICOMOS) su proposta dell’UNESCO.
Art. 1 – La nozione di monumento storico comprende tanto la creazione architettonica isolata quanto l’ambiente urbano o paesistico che costituisca la testimonianza di una civiltà particolare, di un’evoluzione significativa o di un avvenimento storico. Questa nozione si applica non solo alle grandi opere ma anche alle opere modeste che, con il tempo, abbiano acquistato un significato culturale.

A distanza di pochi anni, Giacomo Mancini, fece propri i contenuti della Carta di Gubbio e della Carta di Venezia, portando in Parlamento un disegno di legge che, facendo da “ponte” all’auspicata riforma urbanistica, introduceva nella normativa in vigore una serie di disposizioni all’avanguardia (repressione dell’abusivismo, standard urbanistici, obbligatorietà dei piani urbanistici, eccetera).

[………]
…. il nostro è l’unico paese d’Europa che ha in larga misura salvato i propri centri storici, ed è questo l’unico merito che la cultura urbanistica italiana contemporanea può vantare nel mondo (V. De Lucia) Certamente, nessuno può sostenere che la tutela del patrimonio immobiliare d’interesse storico sia perfettamente garantita, ma certamente non sono più all’ordine del giorno gli episodi di gravissima alterazione, se non di vera e propria distruzione, che avvenivano frequentemente nei primi anni del dopoguerra.
Nel ’75 anche il Consiglio d’Europa nell’adozione della Carta Europea del Patrimonio Architettonico richiama al punto uno i valori anticipati dalla Carta di Gubbio.
Il patrimonio architettonico europeo non è formato soltanto dai nostri monumenti più importanti, ma anche dagli insiemi degli edifici che costituiscono le nostre città e i nostri villaggi tradizionali nel loro ambiente naturale o costruito. Per molto tempo sono stati tutelati e restaurati soltanto i monumenti più importanti, senza tener conto del loro contesto. Essi però possono perdere gran parte del loro valore se questo loro contesto viene alterato. Inoltre gruppi di edifici, anche in mancanza di episodi architettonici eccezionali, possono presentare qualità ambientali che contribuiscono a dar loro un valore artistico diversificato e articolato. Questi gruppi di edifici debbono essere conservati in quanto tali.

[….] Il problema dei centri storici va connesso al problema del rinnovamento urbano anche delle zone che non hanno caratteristiche storiche …(G. Astengo 1979)
Si intravedeva cioè il rischio che i Centri Storici da soli non fossero in grado di sostenere i molteplici aspetti e pressioni emergenti nella società contemporanea, che riguardano l’intero assetto sociale, economico e fisico dell’ambiente urbano. Il Centro storico non può, cioè essere considerato un ambito speciale ed autonomo ma deve rientrare nel campo più vasto dell’ambiente urbano.
Lo spazio del Centro Storico è subordinato alla qualità del suo contesto e comprende anche ciò che resta inalterato dell’ambiente naturale di sua pertinenza. Città e campagna costituivano nel tempo storico un binomio inscindibile.. (P.L. Cervellati).
[…..]

Nei primi anni ‘90 l’attenzione sui centri storici si sposta sulla loro vivibilità e sulla loro sostenibilità. Il modello di vivibilità delle città e dei borghi umbri raccoglie l’attenzione dell’Università del Kentucky , in quegli anni, il prof. Levine proclama Todi “la cittadina più vivibile del mondo”, “la città ideale”. […..]
Sempre di quegli anni sono i numerosi studi finanziati dalla Commissione Europea che riguardano la ricerca dei modelli di sostenibilità dei centri storici anche dal punto di vista energetico ambientale (orientamento uso delle risorse, energia, acqua ecc.)
Dagli anni ‘90 ad oggi l’interesse verso i centri storici sembra essersi progressivamente affievolito , per molti tornano ad essere di nuovo una sorta di “problema” in particolare in termini di risorse economiche da dedicargli o comunque un luogo in “cerca di definizione”.
Vi è stato un tempo in cui i grandi outlet village volevano assomigliare ai Centri storici , oggi siamo giunti al paradosso che i centri storici vedono gli outlet village come un modello da imitare (B. Secchi)
La coda dei milanesi all’outlet di Serravalle dove i saldi non erano iniziati, con il centro di Milano, dove invece c’erano già, semideserto, è un dato che va oltre la cronaca. Segna la definitiva trasformazione del centro commerciale in piazza in città…sono i nuovi luoghi della vita (soprattutto per i giovani) che stanno sostituendo i centro storici. (Aldo Cazzullo – Corriere della Sera, 2010)

In questi anni i Centri Storici sono nuovamente oggetto di un processo adattivo alla contemporaneità conseguente ai grandi cambiamenti tecnologici e culturali in atto. Ancora una volta si stanno cercando nuove forme coerenti con il senso profondo della loro testimonianza. Si stanno cercando gli elementi di competitività per mantenere vitali questi contesti a volte esasperandone grottescamente le potenzialità. La forza delle nostre città storiche è invece nel poter essere antiche e moderne allo stesso tempo (poiché ci permettono ad esempio di vivere una vita da abitanti del XXI secolo in case medievali o rinascimentali). Nel consentire alle attuali generazioni di sentrisi a “casa” quando vivono o visitano questi luoghi. Si crea sempre una “emotional co-ownership” una appartenenza, una identificazione con quella piazza, quel vicolo…Il futuro della città storica è proprio nell’essere “luoghi – luoghi” fatti per la vita e profondamente alternativi ai “non luoghi”, luoghi dove riscoprire la propia identità e storia dove cultura, ambiente ed economia si sono sempre integrate in una profonda armonia.

Gubbio 24 gennaio 2011 Massimo Bastiani

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