movida e centri storici

deregulation dei locali nei centri storici
di Vittorio Emiliani, da “l’Unità”
su http://www.eddyburg.it, 20 feb.

A difesa di Roma, del centro storico più bello e insieme più minacciato sono intervenuti Confcommercio e Confesercenti col sostegno di Cgil, Cisl e Uil per dire al governo Monti: “Negozi senza regole? No, grazie”. Dopo le associazioni per la tutela (Comitato per la Bellezza, eddyburg, Italia Nostra, Touring Club, Bianchi Bandinelli, ecc. e personaggi come Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Paolo Baratta, ecc.). Opposizione corporativa? No, difesa della vivibilità, del decoro, delle bellezza e quindi dell’attrattiva turistica delle nostre città d’arte. Il solo ineguagliabile patrimonio che i monitoraggi internazionali sul turismo di qualità ancora ci assegnano, avendo l’Italia compromesso spiagge e natura.
Si spiegano con chiarezza il presidente della Confcommercio romana, Giuseppe Roscioli: “Non siamo contro le liberalizzazioni, ma in questo modo non porteranno nessun beneficio. Per rimanere aperti 24 ore su 24, o si alzano i prezzi o si va in sofferenza”. E il segretario della Camera del Lavoro, Claudio Di Berardino: “Il rischio è che aumentino lo sfruttamento e il lavoro nero”. Nei bei servizi di Lilli Garrone e di Maria Egizia Fiaschetti sul “Corriere della Sera” sono indicati i guasti indotti da una liberalizzazione calata senza paletti nei centri storici: spariscono già negozi di qualità, stoffe inglesi, scarpe alla moda, norcinerie tradizionali o librerie, e subentrano, pub e ancora pub, gelaterie, pizzerie notturne ecc., con un abbassamento catastrofico dell’offerta turistico-commerciale. Eppure nel governo gli economisti ci sono, a cominciare dal premier: possibile che non sappiano che nel nostro Paese un terzo abbondante del 10-11 % di Pil turistico viene dal turismo culturale?
Il modello (terribile) sembra la “movida” notturna senza regole, tante Campo de’ Fiori disseminate ovunque. Secondo la stessa Confcommercio, il Decreto semplificazioni consente attività di discoteca, di spettacolo, di pubblico intrattenimento all’interno degli esercizi senza autorizzazioni né controlli preventivi di pubblica sicurezza e di agibilità. Idem per i cosiddetti “circoli culturali”, vecchio escamotage per aprire nelle aree contingentate locali notturni. Che non potranno più venire chiusi dalla Ps, né dalla questura. Nei negozi si potranno vendere cibi e bevande (anche alcoliche) senza autorizzazione e i clienti potranno sedersi a consumarle all’esterno. Anche in aree sin qui vietate. Con quale gioia degli ultimi residenti si può ben immaginare. Pure i distributori automatici non dovranno più chiudere alle 22 – fa notare il consigliere del I Municipio, Nathalie Naim – offrendo così alcol “facile” ai minori. Niente più vincoli pure per le bancarelle abilitate a vendere fino all’alba cibi, birre, souvenirs. Uno sterminato, degradante, inarrestabile bazar. Che garantisce ogni tipo di inquinamento: estetico, acustico, morale, malavitoso (i negozi “di copertura” per il riciclaggio e lo spaccio sono già tanti).E questa sarebbe concorrenza?
Di fronte alla valanga che promette di mettere fuori mercato i negozi veri e seri, gli esercizi di qualità, persino quelli storici, il governo dei “bocconiani” dovrebbe correre ai ripari correggendo se stesso, accettando i consigli sensati. Per ora tutti tacciono, a partire dal ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi. Se non lo fa il governo, ascoltino questi allarmi i Comuni, i sindaci, e intervengano. Nei 90 giorni dalla decorrenza del Decreto 214/2011 possono infatti confermare le limitazioni e i contingentamenti loro consentiti da leggi e regolamenti ispirati ad alcuni articoli-chiave della Costituzione, all’art. 9 che tutela il paesaggio e i patrimonio storico e artistico (quindi i centri storici), all’art. 32 che tutela la salute dei cittadini e anche all’art. 41 che dichiara libera l’iniziativa privata purché non “in contrasto con l’utilità sociale”, con la sicurezza, la libertà, la dignità umana. Una prova di saggezza economica oltre che di civiltà culturale.
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