uno sfogo, forse

di Luigi Fiammata, da FaceBook, 9 dic.

Una storia impossibile.

A settembre 2008 la crisi economica globale era chiara. Ma, in Italia, il Ministro delle Finanze, e il Governo, spiegavano che non era vero nulla. In Abruzzo c’era campagna elettorale, la Giunta Del Turco era stata arrestata. Il Governo preparava il Federalismo Fiscale, per distribuire risorse per noi inesistenti. Il Sindaco minacciava le sue dimissioni. In città giravano centinaia di cassintegrati e lavoratori in mobilità. Nei negozi del centro, le commesse avevano il contratto di “associazione in partecipazione”. Il manager della ASL faceva un contratto di assicurazione contro i rischi da terremoto. Per piazza d’Armi si proponeva un faraonico progetto di cementificazione, e sotto il Ponte di S. Apollonia bisognava costruire parcheggi. Si discuteva di quante case fossero sfitte, degli affitti in nero agli studenti universitari.

Poi la terra ha iniziato a tremare. E ha tremato forte, la notte del 6 aprile 2009.

“Ricostruzione al 100%”.

Questa è stata la prima parola d’ordine. Legittima. Necessaria. Ma incardinata dentro una visione totalmente individuale della vicenda che stavamo vivendo. La ricostruzione della propria normalità domestica, violata di notte, da un ladro blasfemo e assassino, che rende insicuro quanto noi pensiamo più nostro, e inviolabile; tutto quello che c’è dentro le porte delle nostre case.

La ricostruzione a spese dello Stato della nostra proprietà privata. Una esigenza essenziale, per chi è colpito, per chi è disperso in tenda o in albergo, per chi non ha più alcuna abitudine che riconosca come propria. Per chi non ha più paesaggio familiare. Ma è un tarlo. Una priorità politica-sociale-economica che oscura e divora ogni altra dimensione. E costruisce il cittadino senza prospettiva. Mentre la grancassa mediatica imbastisce una rappresentazione scenica centrata sulla Solidarietà, che esiste ed è forte in tutto il Paese; sulla efficienza della macchina nei soccorsi, che esiste e da’ importanti prove di sé; centrata sugli episodi in grado di esaltare il climax emotivo della vicenda.

Il cittadino ha l’unica dimensione della propria abitazione privata, il cui indennizzo va conquistato: scompare la città che diventa scenario televisivo di macerie che illustrano il dramma; il cittadino  è raccontato nelle sue emozioni più profonde e “animali”: la paura, il dolore, l’aiuto dato e ricevuto; mangiare, bere, dormire, lavarsi.

L’intera rappresentanza istituzionale della città, della provincia e della regione è totalmente schiacciata su questa rappresentazione. Al seguito della rappresentanza governativa, che viene qui “a miracol mostrare”.

“Più bella e più grande che pria “.

Ettore Petrolini, in teatro, negli anni ’30 del Novecento, irrideva Nerone, che bruciava Roma per ricostruirla. E sbeffeggiava amaramente un popolo, che, quando sentiva una parola non conosciuta, aulica, applaudiva, frenetico, incapace di intendere.

Al linguaggio aulico si sostituisce il linguaggio tecnologico. Progetto C.A.S.E. ; cui fa da contraltare l’altra parola d’ordine, tutta aquilana, rassicurante:

“ Dov’era, com’era “.

Al  cittadino è proposta una nuova, duplice, dimensione: il bisogno abitativo, reale, urgente e drammatico, coniugato come tecnologia “nuova” e indistruttibile, mentre la terra ancora si fa sentire: come opera prometeica ed esemplare, venduta con un battage pubblicitario totalizzante, e la città assume la forma della “nostalgia”. Di un ritorno ad una dimensione arcadica, si può dire, che ne cancella tutte le crisi e le contraddizioni precedenti il sisma e la eleva ad un altare di mitico ritorno al passato, quando non c’erano le vittime, le distruzioni, e la vita si svolgeva dentro binari sempre dolci.

E, ancora, la dimensione resta quella individualizzata. Ogni misura è tarata sulla risposta a necessità individuali immediate. Che ci sono e pesano. Dal pedaggio autostradale gratuito, al contributo di autonoma sistemazione, all’autorizzazione a costruire manufatti di abitazione in legno.

La città è scenario nudo per la pietà televisiva mondiale del G8.

Il lavoro è sostituito da ammortizzatori sociali totali, che pagano lasciando le persone a casa. Ovunque sia la loro casa.  

Un racconto sommario, il mio. Che guarda al “senso comune”. Ad un lutto irrisolto che qualcuno prova ad  ammaestrare. Alle esigenze materiali quotidiane, in larga parte soddisfatte, delle persone, mentre la dimensione collettiva, sociale, politica, economica della vita quotidiana è stata eradicata, talvolta con assoluta consapevolezza di intenti.  Dentro un contesto esterno a noi che diventava sempre più cupo di una crisi economica drammatica e globale sino a ieri negata dal Governo con pervicacia demenziale.

La dimensione individuale, paradossalmente, si esalta persino dentro il “social network”, ed io non ne sono certo esente.

Siccome la visibilità della mia parola diventa globale, io sono autorizzato a dire su tutto, e quanto più lo faccio in modo “accattivante”, tanto più posso avere seguito.  La parola può sostituirsi all’atto. Il proclama può sostituirsi ad ogni mediazione sociale collettiva. In nome della libertà e della democrazia, e della partecipazione, ognuno aggiunge la propria voce individuale, che però ha valore assoluto e definitivo. L’invettiva è il nuovo modo di dimostrare la propria purezza.

Dentro un sistema che comunque, consente confronto, condivisione, rompe solitudine, diffonde idee e posizioni, può influenzare positivamente il crearsi di opinione pubblica. E può creare cambiamento collettivo reale. Può; ma non è detto e non è automatico che accada.

E, in ogni caso, si attivano dinamiche nuove, diverse, importanti,  con il confronto reale delle Assemblee, dei Comitati, delle Manifestazioni.

Ma, credo, per le ragioni che sto cercando di fissare con le mie parole, che non vi sia riconoscimento comune, neanche della storia vissuta.  Perché questo è stato sistematicamente impedito, perché il contesto e la sua dimensione culturale e materiale prevalente non lo hanno consentito. Credo che questa mia affermazione sia banale, quanto terrorizzante ed evidente.  All’estensione geografica della città, alla sua esplosione fisica e in parte necessitata, corrisponde l’atomizzazione delle percezioni che ognuno ha di quel che ha vissuto e vive. Naturalmente le eccezioni ci sono: momenti di identità collettiva, anche simbolici, ci sono stati. Ma non hanno assunto egemonia. Sono stati persino essi, forse, una estensione di una dimensione “super-individuale”. E i Gruppi, le Associazioni, i Partiti o i Sindacati, strutturati o estemporanei, se hanno colmato un vuoto della “società civile” inesistente o quasi pre-sisma, non hanno, ad oggi, costruito una visione unificante, dei problemi e delle loro possibili soluzioni.

Solo gli interessi economici, compresi quelli illegali, hanno avuto e hanno chiaro il “che fare” e come. Non si pongono domande sulla storia o il suo racconto, e sulla possibile visione del futuro. Pensano al fatturato. Ora.

La dimensione individuale resta un aspetto essenziale di una vicenda collettiva. I propri pensieri, le proprie sensazioni, il proprio dolore per quanto si è vissuto resta una traccia fondamentale per ciascuno di noi.

Ma io mi permetto, sicuramente con ritardo, di pensare che in tutto questo ci sia un fallimento collettivo, come comunità. E come classe dirigente, in senso largo, di questa comunità. Anche quando ci sia stato un lavoro generoso e disinteressato.

L’inganno, sapientemente costruito, delle norme tecniche di ricostruzione, mai definitive e sempre opinabili, e che saranno materia di grande business per gli avvocati in un futuro molto prossimo; la tabella della Legge 77/2009 sulla ricostruzione della città che diluisce le risorse finanziarie disponibili al 2032, il commissariamento di ogni scelta pubblica rilevante, hanno prodotto una drammatica lacerazione, e lasciato il cittadino, individualmente, ancora una volta, solo dinanzi al suo problema individuale, al più familiare, di ricostruzione.

Nessuno dei grandi soggetti associativi, politici, sindacali collettivi, ha reso questa solitudine meno drammatica ed evidente.

E dentro la solitudine, la ricerca del capro espiatorio è il processo più evidente che appare nel “senso comune”. Per ogni cosa vi è e vi deve essere una colpa e un colpevole, e spesso è vero che ci sono, ma quel che si vuole, di frequente,  è la vendetta, la pubblica gogna, non la pubblica censura, secondo Legge, di reati o comportamenti scorretti. E’ molto pericolosa questa aria che si respira.

Non lo so, se ci siano ancora i margini per recuperare il fallimento che cerco di raccontare. Ma penso che sia un dovere civico.  Naturalmente, la mia è un’opinione. E, in quanto tale criticabile, o discutibile, integrabile. E qualcuno potrebbe persino convincermi che sbaglio, o che si tratta di un’opinione inutile.

Da un certo punto di vista mi auguro sia così. Vorrebbe dire che la nostra storia non è impossibile da raccontare, che questa storia produrrà una città migliore e più vivibile, e più prospera e più bella.

 Mi piacerebbe contribuire a costruire una consapevolezza collettiva su quel che scrivo. E a cambiare il senso di questa nostra storia, finalmente riconosciuta come comune. Mi piacerebbe.

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