Clarice, L’Aquila – le città invisibili

di Stefania Stagnini e Valerio Massaro
testi originali: Le Città Invisibili, Italo Calvino.
illustrazioni originali: Colleen Corradi Brannigan   http://www.cittainvisibili.com/

da http://www.verdiananetwork.com , 13.12.2010

Clarice

Clarice, città gloriosa, ha una storia travagliata. Piú volte decadde e rifiorí, sempre tenendo la prima Clarice come modello ineguagliabile d’ogni splendore, al cui confronto lo stato presente della città non manca di suscitare nuovi sospiri a ogni volgere di stelle. Nei secoli di degradazione, la città, svuotata dalle pestilenze, abbassata di statura dai crolli di travature e cornicioni e dagli smottamenti di terriccio, arrugginita e intasata per incuria o vacanza degli addetti alla manutenzione, si ripopolava lentamente al riemergere da scantinati e tane d’orde di sopravvissuti che come topi brulicavano mossi dalla smania di rovistare e rodere, e pure di racimolare e raffazzonare, come uccelli che nidificano. S’attaccavano a tutto quel che poteva essere tolto di dov’era e messo in un altro posto per servire a un altro uso: i tendaggi di broccato finivano a fare da lenzuola; nelle urne cinerarie di marmo piantavano il basilico; le griglie in ferro battuto sradicate dalle finestre dei ginecei servivano ad arrostire carne di gatto su fuochi di legna intarsiata. Messa su coi pezzi scompagnati della Clarice inservibile, prendeva forma una Clarice della sopravvivenza, tutta tuguri e catapecchie, rigagnoli infetti, gabbie di conigli. Eppure, dell’antico splendore di Clarice non s’era perso quasi nulla, era tutto lí, disposto solamente in un ordine diverso ma appropriato alle esigenze degli abitanti non meno di prima.

… Altri deterioramenti, altri rigogli si susseguirono a Clarice. Le popolazioni e le costumanze cambiarono piú volte; restano il nome, l’ubicazione, e gli oggetti piú difficili da rompere. Ogni nuova Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro, sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e morte…. Di sicuro si sa solo questo: un certo numero d’oggetti si sposta in un certo spazio, ora sommerso da una quantità d’oggetti nuovi, ora consumandosi senza ricambio; la regola è mescolarli ogni volta e riprovare a metterli insieme. Forse Clarice è sempre stata solo un tramestio di carabattole sbrecciate, male assortite, fuori uso.

Mai come adesso L’Aquila somiglia a Clarice; come Clarice ha una lunga storia faticosa costellata di eventi sismici, almeno quattro di cui si ha notizia certa che l’hanno rasa al suolo, e di distruzioni dovute a vendette, guerre e pestilenze.

Ogni volta gli aquilani l’hanno ricostruita. Magari con la guida di un “esperto” inviato dal Regno di Napoli (un vero e proprio Commissario per l’emergenza), con la sospensione delle tasse e con aiuti economici e di “manovalanza”. Ogni volta è cambiato qualcosa nel volto della città, ogni volta è stata un’occasione per poter sperimentare e migliorare, sempre nel rispetto di quanto rimasto in piedi e degli antichi tracciati urbani. Magari furono “rivisitate” le facciate dei palazzi nobiliari, di alcune chiese ma, soprattutto in seguito al terremoto del 1703, furono fatte grandiose operazioni di recupero e riuso piuttosto che nuove addizioni architettoniche ed urbane.

Primi protagonisti i cittadini.

Dall’ultimo evento sismico ad oggi non si è agito così. Ma forse nel ‘700 e nelle occasioni precedenti la vera voglia di ricostruire era degli aquilani che avevano necessità che la città risorgesse non solo per mero aspetto “affettivo” ma piuttosto per problemi di sostentamento, per far rifiorire l’economia, gli scambi, le produzioni di lana o di zafferano.

L’Aquila, oggi come allora, è una città rasa al suolo non solo dal punto di vista fisico ma anche dal punto di vista economico ed il fenomeno cui si sta assistendo è che in molti stanno tentando di sopravvivere e di far sopravvivere una città che in realtà sta lentamente morendo. I molti sono i cittadini (ed alcune cariche dell’Amministrazione locale) che, spontaneamente riuniti in comitati, cercano disperatamente di avere voce in capitolo nella ricostruzione (che prima o poi dovrà pure avere inizio !), di riaprire la propria attività artigiana o commerciale, di rimettere in moto quello che si è fermato circa due anni fa. Il problema è che, chiaramente, la popolazione aquilana, che un Monicelli grintoso in una recente intervista esortava a ricostruire “Forza, ricostruitela ‘sta città, siete abruzzesi!” deve essere “guidata” e deve avere come obiettivo, insieme alle Amministrazioni locali, ai tecnici, ai sociologi, un progetto ambizioso di città che vada al di là dei secondi fini che troppe volte hanno arricchito le tasche di pochi e deturpato il territorio Italiano.

Questi tentativi di sopravvivenza si leggono nel caos in cui versa L’Aquila oggi. Da una parte abbiamo i nuovi insediamenti, le New-Town che di Town non hanno niente (li definirei piuttosto nuovi quartieri dormitorio) servite malissimo dai trasporti pubblici e dai servizi e raggiungibili grazie a quelle strade “statali” che prima collegavano L’Aquila ai centri minori vicini e poco popolati, con la logica conseguenza che possiamo tutti immaginare; dall’altra è iniziata la “costruzione fai da te”. Chi aveva un pezzetto di giardino non si è risparmiato dal realizzare una casetta di legno in improbo stile tirolese, i camper e le roulotte non occupano più i garage ma campeggiano negli spazi verdi privati o pubblici totalmente abbandonati, le tettoie di lamiera e reti da pollaio troneggiano nelle campagne. Inoltre chi ha potuto ristrutturare la casa fuori dal centro storico (quelle classificate dalla Protezione Civile A, B o C) si è sbizzarrito in colori di facciate veramente improbabili per una città come L’Aquila. La città Arlecchino, l’ha definita Giustino Parisse, noto giornalista aquilano, in uno dei suoi più recenti articoli, fatta di colori magari scelti per provare a liberarsi, almeno psicologicamente, dal grigiore del terremoto. Tutto questo si percepisce oggi quando si arriva in città, tra decine di nuovi rondò guarniti di statue spesso oggettivamente non belle, marciapiedi dissestati e macerie ormai terreno per nuova rigogliosa vegetazione agli angoli delle strade (in periferia, in centro molte strade ne sono ancora stracolme). Si percepisce che manca una linea guida, fa paura il senso di abbandono e di precario, di quel provvisorio che troppo spesso in Italia è diventato definitivo.

Sicuramente i nuovi interventi capitanati dal Governo non hanno dato il buon esempio tra colori sgargianti, materiali e pilotis che accolgono i parcheggi; anzi, è come se avessero dato il “la”, è come se ormai, una volta accettati da tutti, si dovesse arrivare ad accettare anche il resto.

Ma non è così che si ricostruisce una città; come afferma l’urbanista Vittorio Lampugnani i processi complessi si risolvono accompagnando e non comandando.

E’ necessario un progetto unitario, una pianificazione totale che riesca magari, almeno in parte, a sopperire a quanto non è stato fatto negli anni passati, che tenga conto dei numerosi aspetti di cui è fatto il territorio, questa comunità antica di secoli, avvalendosi di tecnici, popolazione locale, e basandosi sui principi della sostenibilità, della tutela dell’architettura rimasta, dei Beni Architettonici come della periferia, della città in tutti i suoi aspetti e del territorio tutto.

Potrebbe essere una bella avventura, un’azione di coraggio che metterebbe alla prova tutti e che ci toglierebbe il dubbio se siamo o no capaci in questo Paese di fare quella progettazione e quella pianificazione del territorio responsabile di cui da anni ormai si parla, che è quello che oggi gli aquilani si aspettano e che sicuramente sono pronti ad affrontare se guidati. Anche perché L’Aquila, a differenza di Clarice, non era un insieme di carabattole sbrecciate e male assortite.

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