vivo in una città precaria una vita precaria. Si scrive: L’Aquila

L’Aquila, città estrema: solo per i turisti responsabili, ( astenersi perditempo )

di Patrizia Tocci, da FeceBook, 19 nov

Venite all’Aquila. E’ una esperienza estrema, particolare: vedere come sta morendo quella che qualcuno ha chiamato “una polis di montagna.” L’accompagnerei volentieri: “ non vogliate negare l’esperienza / diretro al sol , del mondo senza gente.” Una comunità deportata, esiliata, frantumata in 19 new towns, a loro volta sparpagliate per km e km. Vedere con che forza e con che cocciutaggine sopravviviamo alla diaspora, portando nel cuore nel pensiero nei gesti e nelle parole un mondo che non esiste più. La nostra identità porta una cicatrice profonda che divide la linea del tempo in prima del terremoto e dopo il terremoto: il 6 aprile 2009 è per noi l’anno zero. Anche lo spazio somiglia a questa linea: ci ostiniamo a passeggiare sull’unica strada riaperta in città: un presidio affettivo. Camminiamo come nel letto di un fiume in secca. Da una parte e dall’altra la scenografia della nostra città. Protetta dalle transenne, inavvicinabile. Puntellata e vuota. Una ferita nello spazio e una ferita nella mente. Tutta la nostra identità precedente cancellata in una notte. Anche quella di tanti paesi e frazioni che gravitavano attorno alla città. Se si può fare una graduatoria del dolore : i primi sono quelli che hanno avuto lutti familiari e che a fatica li elaborano. Poi ci sono quelli che hanno perso la propria casa (crollata nel terremoto o abbattuta successivamente). Quelli che hanno perso il lavoro e /o la casa . Quelli che hanno perso una città. Quelli che hanno perso le fotografie, le memorie, gli oggetti. Quelli che vivono in abitazioni provvisorie una vita provvisoria, sospesa, che fa male all’anima. Una vita che non ha orizzonte; nella quale si può sperare in una stessa giornata che tutto ricominci e poco dopo ripiombare nello sconforto. Questa è L’Aquila, oggi. Estremi che si toccano: speranza e disperazione. C’è chi preferisce allontanare dal proprio sguardo la vista delle macerie perché fa troppo male e non viene più nella sua ex-città; chi preferisce fare questa “visita “ quotidiana e sta male lo stesso. In questo momento L’Aquila è un mare aperto. Nessuno di noi sa che ne sarà davvero, in futuro. È vero che il futuro ci sfugge, sempre. Ma qui sembra di vivere quei momenti dell’attesa messianica: ogni giorno il termine, il miracolo viene spostato sempre un po’ più in là. Ci esortano tutti a sperare: ma la speranza è un coltello a due lame e ferisce sempre. Per noi ogni giorno è importantissimo. Eppure questo non sembra essere condiviso dai nostri governanti. Il tempo, da una parte, sembra essersi fermato e bloccato, dall’altra sembra aver acquisito una pregnanza, una velocità che assume soltanto in determinanti momenti della storia. Sono aumentati gli incidenti stradali e il consumo di tranquillanti. I bambini e gli adulti hanno ancora disturbi del sonno. L’hanno definito disturbo post traumatico da stress: PTSD. In questa ex- città viviamo di acronimi: abitiamo nelle C.A.S.E o nei M.A.P, andiamo a scuola nei M.U.S.P e le risparmio tutti gli altri neologismi che non fanno altro che evidenziare il concetto di provvisorietà. Un linguaggio sincopato, tagliato. Ferito, come noi. Si può sottoporre un’ intera comunità ad una terapia? Noi stiamo facendo da soli. Forse sbagliando, o forse no. Abbiamo piegato persino face-book e i nuovi social network alle nostre necessità di chi non ha più piazze né luoghi di incontro. Ognuno reagisce con le forze che ha. Alcuni hanno ricominciato “come se”: con forza e con dignità, sul posto di lavoro, stringendo i denti. Alcuni ( pochi) se ne sono andati. Altri hanno fatto nascere i comitati, le carriole e si impegnano in vario modo per la città. Altri ripongono tutto nella speranza che prima o poi … Alcuni hanno smesso di sperare, altri si impegnano in un volontariato attivo. Riusciamo perfino a scherzarci su, se qualcuno viene ad intervistarci. Perché siamo gente “tosta”. Ma la ferita duole. Qualche volta la terra trema ancora e risentiamo tutte quelle sensazioni in un solo momento. Ho litigato con le scarpe con i tacchi. Non riesco più a indossarle. Mi sembra di dover essere sempre pronta per scappare. Mi sembra di vivere una guerra fuori e una anche dentro me stessa. Di essere in guerra contro la burocrazia e il tempo degli Altri. Il tempo dei “normali”. Quelli che pensano che all’Aquila sia tutto risolto

… Patrizia Tocci.

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