Barletta vs L’Aquila

Il crollo di Barletta come i crolli dell’Aquila?

di Luciano Belli Laura,

da https://sites.google.com/site/utopiaricostruzioneaquilana/home/, 11 ott.

In un sito dedicato alla ricostruzione aquilana, interessarsi d’altro apparirebbe meramente elusivo se non si chiarisse l’intento di tale momentaneo impegno. Cioè svelare che tra il crollo di Barletta e quelli a L’Aquila si potrebbero individuare cause comuni. Oltre quelle concomitànti. Riscontrabili nei modi di costruire tante (o troppe) case insicure e nella consuetudine d’usare (o d’abusare) del suolo. Per molti interessi speculativi “ottocenteschi”, ancora virulenti quanto quelli della speculazione finanziaria. Cause difficilmente discutibili nei Tribunali de L’Aquila ed assenti nell’inchiesta di Trani, Dove emergerà la causale edilizia. Mentre la cagione urbanistica resterà purtroppo in sottofondo. Perché, le commissioni d’inchiesta non arrivano più, come quella istituita per la “Frana di Agrigento” del 1966, a far chiarezza sull’uso improprio del suolo urbano. Con interpretazioni permissive di leggi e regolamenti. Anche con Piani Regolatori. A Barletta come a L’Aquila.

    Le mura crollate a Barletta il 3 ott. hanno svelato la persistenza d’una produzione domestica caratterizzata da salari di sopravvivenza con orari ottocenteschi (o bestiali). Perciò, hanno strappato lacrime di coccodrillo sul lavoro nero, non già precario, ma forse assai diffuso. Purtroppo, solo momentaneamente. A Piazzapulita, distinguendo e precisando senza fare piazza pulita di falsa coscienza. Ancora di scarsa conoscenza dei fatti. Poi, in Piazza Aldo Moro, sul finire delle esequie, apparve lo striscione ”E ora vogliamo la verità”.

    E giustizia immediata, pare, volesse un gruppetto di cittadini che, proprio sotto la finestra del sindaco, espose il cartello “I vostri profitti non valgono cinque vite! Dimettetevi”. Giacché, come si evince dall’attendibile testimonianza d’un soccorritore, si sapeva che di nero c’erano anche altri affari. Forse, di “mala edilizia”. Così, appena due ore dopo il funerale, sul registro indagati comparvero, per questa pista, otto personaggi (tecnici, professionisti ed impresari) e, per altra reità, un solo normale cittadino anche imprenditore lavorante.

    Poi, s’accennò alla “lobby del mattone vicino alla politica” ed il dramma apparve la replica della tragedia del 16 sett. 1959, rimasta impunita fin dai tempi di Gronchi. Così, come quest’ultima sarà presto dimenticata nel tempo del grido allez minette. O del ben più volgare urlo “forza piano casa ovunque” e dello strillo per la minor efficienza della pubblica amministrazione e dello schiamazzo per la maggior semplificazione normativa e dello strido per evitare controlli ed ispezioni su ogni libero affare. Forse, non sarà completamente obliata se ….

    Se prima d’archiviare la “strage delle operaie”, arriveranno gli accertamenti richiesti dagli inquirenti di Trani all’ing. Salvatori ed all’arch. Aledda che periziarono altro crollo per sisma a L’Aquila. Onde appurare lo status ambientale dello stabile soprastante il laboratorio di confezioni che crollando ha provocato lesioni gravi ad altre donne. Soprattutto, ancorché verificare l’idoneità dell’intero quadro di demolizione (in due tempi), di progettazione e di concessione del permesso di ricostruzione, con qualche piano (e molti euro) in più, dello stabile posto nella particella adiacente a quello crollato. Basterebbe attendere la conclusione delle indagini.

    Tuttavia, solo per verificare quanto espresso in premessa, pare opportuno fare alcune analisi in proprio con uno strumento (Street View di Google Earth) a disposizione di tutti e senza andare sul luogo del disastro.

[ N.B.: per vedere le immagini ingrandite, occorre cliccarci su con il tasto destro del mouse, indi con il tasto sinistro selezionare: visualizza immmagine ]

il tratto di via Roma con, a destra, i tre edifici interessati dal crollo del 3 ottobre 2011
1: l’edificio disabitato e stranamente puntellato all’angolo di via De Leon;
2: il vuoto dove sono stati fatti i lavori di de-
molizione della parte inferiore d’una preesi-
stente costruzione già rimossa da un anno; 
3: l’edificio con alloggi crollato sopra il laboratorio di maglieria ubicato al piano terra o nel seminterrato
in giallo, la porzione dell’edificio intermedio tra quello puntellato e quello crollato: probabilmente aveva la stessa altezza degli altri due e la stessa consistenza (cioè lo stesso numero di piani), ma non essendo più appetibile, era stato inserito in un fantomatico Piano di Recupero che, pare, sia stato anche impugnato in rosso, la sagoma del nuovo edificio da costruire con un maggior numero di piani (e quindi d’altezza) di quello precedente demo-
lito (in due tempi ed in sub appalto) dalla ditta Chiarulli per conto dell’Impresa Giannini e del titolare d’un permesso di costruire, pare contestato anche dai proprietari o dagli inquilini dello stabile crollato 

    Perché ciò è avvenuto? Per rispondere occorre vedere cosa accade nei dintorni, dal tempo in cui i mezzi di trasporto e l’architettura tradizionale sono stati sostituiti dall’inquinante automobile e dall’edilizia “moderna”.

     Non solo nelle piazze ma in tutto il centro. Ad immagine e somiglianza della periferia. Anche dove le strade hanno una sezione contenuta e dove le automobili circolano e vengono posteggiate a fatica. Giacché, se non proprio quella differenziale ricavabile nei terreni affacciati sulle piazze, la rendita fondiaria ottenibile con la ricostruzione di case affacciate in strade secondarie, ma centrali, viene esaltata da regolamenti edilizi e da piani regolatori, indipendentemente dalla salvaguardia di valori ambientali e di condizioni di vita dei cittadini.

    Come si può notare nelle immagini seguenti ricavate sia nei pressi dell’edificio crollato sia nelle vicinanze, le nuove costruzioni sovrastano quelle preesistenti tanto in altezza quanto in consistenza abitativa sebbene, in molti casi, occupino gli stessi lotti di pertinenza delle precedenti. Incrementando considerevolmente tanto il carico urbanistico (la domanda di pubbliche attrezzature) quanto l’inquinamento e l’intasamento dell’area centrale. In più, anziché rivalutarla, snaturando ogni valenza ambientale, storica ed architettonica presente.

le ricostruzioni in via Roma nei pressi dell’edificio crollato ed allo sbocco di via Francesco Paolo De Leon
in via Potenza in via Francesco d’Assisi ed in via Brigata Barletta

    Se questo è l’andazzo generale in tutto il centro storico, perché questa volta le cose sono andate storte? Per rispondere, occorre vedere altre immagini del “cantiere” che evidenziano le imprese interessate ai lavori, le strutture preesistenti alle ultime demolizioni effettuate quel lunedì mattina, nonché alcune parti dell’edificio crollato che ha provocato gravi danni ai residenti e la morte delle operaie nel sottostante laboratorio.

    Dunque, ai piani inferiori di queste case di tufo del centro di Barletta c’erano delle strutture archivoltate. Che richiedevano di procedere con molta attenzione e perizia durante la loro rimozione. Dato che gli archi e le volte sono strutture spingenti. Invece, chi ignorava questo elementare principio statico, chi aveva urgenza di riprendere i lavori di demolizione delle strutture restanti, chi intendeva eludere altri controlli, chi intendeva rischiare la propria e l’altrui incolumità ha operato senza scrupoli ed alle 12,15 il prevedibile è accaduto. Giacché, architetti, ingegneri, geometri e vigili comunali non le hanno viste durante i sopraluoghi del venerdì precedente. E se anche le avessero notate, hanno ignorato che, come in un castello di carte, se togli un elemento intermedio che sostiene gli altri, può tranquillamente venire giù tutto quanto. Sembra incredibile che questi emeriti tecnici abbiano potuto non considerare che, in assenza di catene o di contrafforti, gli archi e le volte rimosse potevano provocare la rotazione o lo spanciamento dei piedritti che sorreggevano le altre.

    Chi non avesse familiarità con le nozioni tecniche, potrebbe far ricorso al buon senso. Mentre, per capire, gli scettici ostinati dovrebbero osservare anche velocemente i grafici successivi e leggere le relative didascalie.

in rosso, le forze agenti in chiave e nelle imposte degli archi; in nero, le risultanti agenti sui piedritti e sui contrafforti; in blu quelle agenti sulla catena (o tirante) inserita nella corda dell’arco terminale  la rimozione d’un arco centrale o d’una volta intermedia provoca la rotazione delle strutture portanti inferiori (i piedritti) e quindi il collasso dei muri soprastanti l’effetto spingente delle strutture portanti archivoltate sui muri perimetrali che si sfiancano e collassano 

    Quindi nessuna fatalità. Tutto quanto prevedibile e ricorrente come si può notare nelle due ultime immagini relative ad una demolizione attuata da tempo in via Brigata Barletta, ma dove la parte inferiore dell’edificio rimosso è rimasta in piedi perché funziona da contrafforte di quello accanto. Qui c’è pure l’uscita su strada d’un edifico pubblico. Allora, ognuno intenda cosa produrrebbe la rimozione, senza alcuna precauzione, dell’antiestetico rudere con ruolo statico di puntellamento dell’edificio esistente.

    Allora che si doveva fare per evitare il crollo preannunciato? Probabilmente non è servito a nulla cambiare tipo di puntelli nell’edificio all’angolo di via Roma con via De Leon. Certamente dovrebbero andare in galera tutti quelli che, a qualsiasi titolo, hanno lasciato fare le demolizioni e poi, se non si può buttare la chiave della prigione, si dovrebbe impedir loro d’esercitare alcuna professione. Sicuramente si doveva esaminare con maggior cura il progetto di trasformazione speculativa della particella edilizia intermedia tra quella puntellata e quella crollata. Probabilmente si doveva evitare che il Piano Regolatore producesse simili danni. Magari anche solo tagliando un po’ le unghie ai rapaci speculatori dell’edilizia, imponendo un indice di sfruttamento minore, quindi minori altezze. E magari facendo ricorso anche all’unità minima d’intervento che dovrebbe interessare almeno un isolato, anziché la singola unità immobiliare. Meglio, poi, se il Governatore Vendola volesse, oltre che raccomandare la manutenzione degli edifici, cambiare la normativa urbanistica regionale.

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