tornare a L’Aquila 2

http://blog.ilcambiamento.it/ioelatransizione/2011/06/27/tornare-a-laquila-2/

Molti di quelli che hanno visitato la città dopo il terremoto mi avevano detto “fino a che non vai, non capisci”. In effetti è così. Solo girando per ore in lungo e in largo e facendo quello che gli aquilani chiamano “turismo delle macerie” ti rendi conto delle dimensioni del problema.

Non è un terremoto come gli altri che abbiamo visto, qui la somma dei danni crea una sorta di rebus insolubile che ti fa venire il mal di testa. Gabriella è stata il mio Virgilio in questo viaggio nel surreale del dopo sisma. Mi ha pazientemente accompagnato a vedere i quartieri periferici vuoti, il gigantesco centro storico deserto e spettrale, le new towns necessarie e sconcertanti, i centri commerciali che ora fungono da luogo di aggregazione.

Se ne esce frastornati, perplessi. Si fa fatica a ricapitolare dividendo ciò che è stato fatto da ciò che si poteva fare in modo netto e assoluto.

L’Aquila che non c’è

Alla fine una cosa è certa: è rimasto ben poco della città che c’era. Non solo dal punto di vista strutturale, ma anche da quello sociale. La cittadinanza è stata distribuita, sparpagliata nei nuovi insediamenti che radunano migliaia di persone senza prevedere alcun tipo di servizio, alcuna idea di socializzazione sul posto. Niente piazze, negozi, giardinetti, sale sociali.


La maggior parte dei punti di riferimento naturali degli aquilani non esiste più, i negozi, i luoghi di ritrovo, i cinema. Anche solo ricostruire una mappa mentale del luogo in cui si vive è una fatica quotidiana. L’automobile è diventata indispensabile per tutti, le new town sono lontane da qualsiasi cosa e mal collegate alla città (ma poi che ci si andrebbe a fare in città?).

Il centro storico è stato liberato dalle macerie, anche grazie alla rivolta delle carriole, ma la zona rossa è immensa. Sono transitabili solo alcune strade principali e in queste ha riaperto qualche negozio e qualche bar. Il resto è distrutto e immobile da due anni. Si avviano ora i primi lavori di ristrutturazione dopo le opere di messa in sicurezza.

I principali monumenti sono terribilmente feriti e sorretti da impalcature di ogni genere che in alcuni casi li rendono visitabili in toto o parzialmente.

Te ne puoi stare fermo al centro di una delle piazze principali, in pieno giorno, e aspettare 20 minuti prima di vedere passare frettolosamente una persona che va chissà dove. Qui e là, le camionette dell’esercito presidiano le zone chiuse. Sarà un caso, ma ho incontrato sempre pattuglie di 2 militari, un uomo e una donna.

Si stimano costi per 14 miliardi di euro per dare una sistemata al centro storico. I soldi non ci sono, è disponibile al momento una piccola parte (e sinceramente non credo che con 14 miliardi si possa davvero sistemare una estensione simile, ma fidiamoci). Da dove arriveranno?

Poi ci sono grandi aree della prima periferia e della periferia vera e propria piene di condomini vuoti e danneggiati a vario livello. Qui, almeno, molti cantieri sono aperti, qualcosa si muove. Alcuni edifici sono già stati restaurati e si stanno ripopolando.

L’Aquila che c’è

Nonostante la situazione davvero sconfortante, gli aquilani conservano uno strano livello di dignità fiera. Forse sono atavicamente abituati alle cose che non vanno per il verso giusto. La città era stremata anche prima del terremoto, con un’economia vicina al collasso, un alto livello di inefficienza amministrativa.

Però c’è tanta gente che non molla e non smette di fare quel che è giusto. Lasciamo stare Gabriella che è una delle persone più incredibili che abbia mai conosciuto. Un vulcano inarrestabile nonostante le sue precarie condizioni di salute. A vedere le altre “signore” di Panta Rei aggirarsi tra le macerie facendo le guide turistiche volontarie rinasce veramente la speranza nel genere umano.

Quando i “turisti” fanno domande provocatorie sul governo o sulla gestione dell’emergenza rispondono con infinita eleganza (e io conosco le loro storie, quindi mi stupisco doppiamente) tenendo al centro ciò che davvero importa e depotenziando gli aspetti polemici.

Non è mancanza di pensiero critico, ma la volontà di dare a ogni cosa il suo vero valore. Non abdicano alla loro passione per la città e la sua storia, non approfittano della situazione, davvero una lezione di equilibrio e lungimiranza.

Seduto su una panca della meravigliosa basilica di Colle Maggio chiedo a Roberta, che ho conosciuto il giorno prima durante la tavola rotonda, che effetto le ha fatto rivedere la città. Anche lei è colpita, perplessa sulle prospettive, indignata. Fa domande a Gabriella per capire meglio: “Sono passati due anni e in centro non hanno ancora fatto nulla…”

Le parliamo di Onna (Gabriella mi ha appena portato a vedere la ricostruzione del paese realizzata dai tedeschi e dal Trentino). “Non sarà un’altro villaggio dei Puffi?” sì augura Roberta. In effetti Onna è oggi visivamente un angolo di tirolo paracadutato sotto il Gran Sasso. A guardarla stride, ma almeno è stata ricostruita “con” la popolazione, ha preservato l’aspetto delle relazioni sociali, dei rapporti di vicinato. Ha una indubbia dimensione umana. Così Roberta ci lascia con il proposito di andare a vedere prima di partire, spero che ne scriva.

Nostalgia della tendopoli

In tutto questo, ancora una volta, chi ci perde è la dimensione umana. Il marito di Gabriella è medico di base (uno di quelli che prende sul serio la sua missione) e mi spiega di quante persone hanno ora nostalgia del senso di unità e relazione che si era stabilito nelle tendopoli.

È stata una fase di fratellanza (lo dico in modo laico), di solidarietà, di ascolto, di condivisione della paura e della speranza. È stata sostituita dall’attuale vuoto relazionale di una società polverizzata nelle città d’emergenza. Sono in aumento le sindromi post traumatiche, la mortalità in questi anni è stata più alta rispetto alla media nazionale. Non si tratta di inefficienza del servizio sanitario, semplicemente molti non hanno avuto voglia di continuare e si sono fatti portare via da malattie croniche e dalla vecchiaia.

Vorrei tornare

Non so se potrò farlo, ma mi piacerebbe tornare a L’Aquila con una telecamera e raccogliere molte delle storie che ho sentito in questo giorno e mezzo. Ero abbastanza attrezzato anche questa volta, ma non ho avuto tempo. Sono storie sulla complessità della vita e su come affrontarla, sono storie che non trovo rappresentate molto spesso, sono decisamente storie di transizione. Chissà, magari riesco a coinvolgere Nicolò… vedremo.

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1 Response to “tornare a L’Aquila 2”


  1. 1 Patrizia Tocci 28 giugno 2011 alle 21:25

    grazie. ringrazio te, gabriella e tutti quelli che tornano e torneranno. siete i nostri occhi e la nostra forza….


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