le nicchie dell’idiozia….

…… NELLA CITTA’ CHE UCCIDE

un decreto che sancisce una ricostruzione che ci restituirà una città più pericolosa di prima non provoca reazioni di sdegno dei politici locali, che però spendono enormi dosi d’indignazione contro fantomatici adolescenti graffitari. All’Aquila, a due anni dal sisma, si affonda sempre di più nel tragicomico.

VANDALISMO GIOVANILE IMBRATTATORE di Antonello Ciccozzi, docente di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell’Aquila, 23mag.

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Quando sono stato informato del fatto che qualche misterioso adolescente ha imbrattato le appena ristrutturate nicchie della scalinata di san Bernardino, ho semplicemente osservato che “se le sono riprese, e l’hanno fatto subito e a modo loro”. “La solita esternazione di trasgressione adolescenziale” ho pensato; comunque non m’è sembrato un dramma. È noto che, se quelle nicchie hanno senso nel discorso identitario aquilano, tale senso deriva dal fatto che esse sono da tempo luogo di amori adolescenziali, di incontri di “bande” giovanili, con annessi e connessi gesti di appartenenza. M’è venuto da pensare che i ragazzi aquilani – i “quatrani” – hanno semplicemente trasformato in luogo quello spazio recuperato dai danni del sisma. Ne hanno rifatto un loro luogo, culturalizzandolo con i segni del loro orizzonte esistenziale. Hanno ripristinato un flusso interrotto da due anni, ristrutturandolo in modo plateale, sfacciato, prepotente con le loro impronte di appartenenza.

Ossia, che significano quegli scarabocchi? Forse significano un insolente “noi siamo qui”, “questo spazio è nostro, voi adulti ce lo avete restituito e noi ce lo prendiamo come vogliamo noi, in un atto di maleducata adolescenza”. Lo fanno in modo fastidioso, ma mostrano una volontà di (ri)abitare. Forse ancora una volta hanno passato la linea i “quatrani”, hanno compiuto il solito gesto incivile per gli adulti, deprecabile sotto molti punti di vista, totalmente insopportabile per il senso estetico e morale di molti, perfino inequivocabilmente illegale; ma nella clandestinità di una notte qualsiasi, probabilmente quei ragazzi hanno officiato un comune rito fondativo di subcultura giovanile.

I cani pisciano agli angoli dei muri, gli eserciti piantano bandiere sulle colline conquistate, i muratori lo fanno sui tetti delle case, gli antichi tracciavano con l’aratro il solco che delimita una neonata città, gl’innamorati incidono cuori sulle cortecce degli alberi, gli adolescenti imbrattano o dipingono i muri. Spesso lo fanno in modo indecente, provocatoriamente o stupidamente vandalistico, deturpando luoghi di valore storico-artistico sovrapponendovi scarabocchi insignificanti, altre volte abbelliscono orrendi muri con vere e proprie opere d’arte. Certamente quelle nicchie hanno un valore storico, e questo rende inaccettabile il gesto, ma quel gesto è un atto identitario; forse uno dei più spontanei e forti atti identitari che si sono visti in questi due anni. Perciò quel segno è intrinsecamente ambivalente.

Voglio dire che, per quello che può contare a mio personale parere, l’atto in questione si pone certamente al limite del comune senso di decenza, e lo supera, ma solo per qualche verso. Questo perché, se l’espressione grafica infastidice, o meglio, se l’irriverenza nei confronti degli elementi monumentali cui si è rivolta indigna, c’è un probabile contenuto culturale che non può che rincuorare: i “quatrani” hanno scritto che ci sono, hanno riabitato uno spazio che era loro, e che comunque si è detto che s’è recuperato per darlo a loro. Hanno rifiutato il ruolo di utenti passivi (lo stesso che è imposto a chi abita il progetto C.A.S.E. nel divieto perfino di appendere un quadro al muro) e lo hanno voluto abitare attivamente trasformandolo attraverso i loro segni. Hanno scritto che vogliono il centro storico, non un centro commerciale. Lo hanno fatto attraverso un costume che, come adulti, è appropriato e doveroso contrastare; ma che va ricondotto – fuori da eccessi politico-drammaturgici – in una più ampia dialettica tra trasgressione ed educazione; che, ben oltre queste nicchie, da sempre regola i rapporti tra adolescenza e maturità.

Per quanto mi riguarda, posto che viverle senza impiastrarle in quell’eccesso di scarabocchi sarebbe meglio, ritengo meno scandalose quelle nicchie imbrattate ma vissute piuttosto che degli elementi architettonici intonsi e consolatoriamente mummificati. E, proprio al limite, se quello è un graffio anche contro la tentazione della nostalgia, contro il “com’era dov’era” idiota, più idiota di un idiota scarabocchio, per qualche verso ne sono lieto. Anche perché probabilmente il gesto in questione riporta a un concreto “com’era dov’era” del centro storico degli adolescenti, e denota un tratto vitale nell’atto di ribellione, intenzionale o meno che sia, contro la museificazione della città. Parla, nella sua primordiale volgarità, dell’uso contro la contemplazione. Probabilmente nella sua foga è un segno di disagio adolescenziale: uno sfogo di ragazzi che vogliono una città, la loro città.

Dico sempre “probabilmente” in quanto non posso che avanzare ipotesi: bisognerebbe sapere se, nelle intenzioni di chi lo ha compiuto, quello è il segno di una volontà di abitare o un vezzo distruttivo, se è un attacco a un bene artistico, o una dimostrazione di attaccamento a un bene culturale (le nicchie come spazi adolescenziali che si vogliono addobbare come le camerette). Fare un graffito quasi mai è un gesto meramente distruttivo, come può essere tirare un sasso contro una vetrina o spaccare gli specchietti delle macchine parcheggiate fuori i centri commerciali. Poi, come si sa, il senso artistico è intersoggettivo in quanto culturalmente condizionato; così, in casi simili, quello che per la subcultura borghese è “uno sfregio”, per una subcultura giovanile può essere “una ficata”.

All’Aquila si dice in vernacolo: “fagli fa, so qquatrani!”, ma si dice anche “piano, quatrà!”. Basta questo a dare il senso del limite, che certamente sotto certi aspetti si è passato, ma si è passato in modo tanto inammissibile quanto vitale, come spesso fanno gli adolescenti, che comunque quelle nicchie le avevano già imbrattate ben prima del terremoto, stratificandole con i segni della loro usuale ribellione; che le hanno ristrutturate a modo loro, deprecabile quanto vogliamo, ma certamente identitario, della loro identità compressa di adolescenti, qui più in gabbia che altrove. Poi non ho visto un dramma in quei graffiti giovanili anche perché, a mio parere, in questo momento in città i drammi sono ben altri.

CARIATIDISMO POLITICO IMBELLETTATO

La reazione indignata della cittadinanza contro i graffitari delle nicchie ha visto in prima linea il sindaco Massimo Cialente, che ha rilasciato una dichiarazione plateale, veemente, sorprendentemente severa:

«non ci sono parole per esprimere il disprezzo nei confronti di chi, dopo appena 12 ore dalla riconsegna dei lavori, ha voluto vanificare il lavoro e la passione posti in questa opera. So di compiere un atto politicamente non corretto ma sono talmente indignato e offeso, come lo sono certamente tutte le aquilane e tutti gli aquilani, che ho deciso di promuovere una taglia perché vengano scovati questi idioti e delinquenti. Una ricompensa, i primi 1.000 euro li metto io personalmente, a chi fornirà alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria degli elementi fondati, che portino all’identificazione e alla denuncia di chi si è reso protagonista di tale scempio. Persone che, con questo gesto vergognoso, hanno imbrattato anche la nostra anima, la nostra vita e la nostra identità».

A leggere questo comunicato verrebbe da pensare che le nicchie siano state non scarabocchiate ma bombardate: il sindaco dichiara che la sua “offesa”, il suo “disprezzo”; la sua “indignazione” è talmente tanta da spingerlo – forse ancora suggestionato dalla recente esecuzione western di Bin Laden – “consapevolmente” addirittura a un atto “politicamente non corretto” (il primo della sua carriera di sindaco, il primo dal terremoto): decreta un wanted all’americana maniera, una sceriffesca “taglia” per chi aiuterà a “scovare” i colpevoli di “tale scempio”! Il giorno dopo il primo cittadino rincara la dose; e, in un’intervista telefonica, dopo aver chiarito che l’iniziativa della “taglia” non è affatto una provocazione, continua a scagliarsi contro gl’imbrattatori, e ipotizza perfino una chiave di lettura complottista, parlando di un “retroterra politico” in cui ci sarebbe “qualcuno che vuole portare confusione in città”.

Ma questo è il dramma della città? Se mi posso permettere la cosa mi preoccupa un po’, in quanto in questa foga inquisitoria contro gl’imbrattatori delle nicchie possono essere lette due tendenze di fondo. La prima riguarda una pulsione: il proiettare un’incapacità ormai manifesta nel contrastare ben altri drammi che attanagliano la città, trasferendola su un capro espiatorio. La seconda riguarda un limite cognitivo, e la vicenda delle nicchie appare come uno specchio rovesciato che rivela per opposizione complementare una carenza enorme: l’incapacità di individuare le priorità e le scale di rilevanza nella serie di avvenimenti che riguardano la città post-sismica.

A mio parere è scandaloso che, mentre da due anni siamo sottoposti a un bombardamento a tappeto che ha ridotto L’Aquila a una colonia per profittatori politico-economici di tutt’Italia, a uno sciacallaggio interno in cui una metà della città pasteggia da mesi sulle macerie dell’altra metà, le parole più dure del primo cittadino non sono contro una politica che da due anni condanna senza possibilità d’appello la città a una ricostruzione incerta non solo nei fondi, ma soprattutto nella sicurezza. Il sindaco si scaglia e passa la linea della correttezza politica contro gli ignoti autori dello scempio delle nicchiette. E non è il solo, in quanto quei graffiti pare abbiano sconvolto la maggior parte dei politici aquilani oltre che tanti cittadini. Personalmente invece ciò che trovo veramente inaccettabile è che quelle nicchie imbrattate possano fornire il materiale populistico per un maquillage politico in cui delle cariatidi amministrative vogliono ancora sembrare sentinelle attente al bene della città, mimetizzando ancora una volta una comprovata incapacità ad individuare le priorità su cui intervenire per la tutela di un luogo disastrato e drammaticamente bisognoso di urgenti interventi di tutela.

Mentre s’insorge contro lo scempio delle nicchie, ossia contro misteriosi adolescenti che hanno fatto quello che hanno sempre fatto, non si è in grado di mostrare un atto indignazione forte, plateale, epocale, un gesto di contestazione totale contro un decreto che sancisce il rattoppo del tessuto abitativo pericolante, quasi mezza città, e che ci restituirà una L’Aquila più pericolosa di prima del 6 aprile 2009, una città maledetta che al prossimo terremoto catastrofico ucciderà più persone di quelle che abbiamo appena pianto.

Perciò, se mi dovessero chiedere che significano quegli scarabocchi sulle nicchie di san Bernardino, a questo punto risponderei che li ho decifrati così: “L’Aquila è una città ancora confusa dal trauma del terremoto, dove tale confusione significa perdita del senso delle priorità, delle scale di rilevanza, dove i politici s’indignano per degli adolescenti che imbrattano una nicchia ma tacciono riguardo un decreto governativo che ci restituirà una città rattoppata e più pericolosa di prima, pronta ad uccidere di nuovo i suoi abitanti”. Quei graffiti, che vanno parafrasati per essere compresi, dicono che bisogna prendere coscienza delle priorità e che bisogna rimuovere le cariatidi politiche che governano la città nel segno del solito immobilismo che, a partire dalla paura di perdere la poltrona, ora si manifesta a partire da una pericolosa incapacità cognitiva.

UNA PREGHIERA AL SINDACO, AGLI AMMINISTRATORI LOCALI, ALLA CITTADINANZA ATTIVA

Chiedo al sindaco Massimo Cialente e a tutti gli amministratori locali e alla cittadinanza attiva di convogliare tutta questa sorprendente indignazione esplosa per una bomboletta di vernice rossa contro una serie di problemi da intendere in base a una scala di priorità:

il decreto sulla ricostruzione pesante, che, fissando un limite minimo di sicurezza accettabile del 60%, condanna mezza cittadinanza a un pericoloso futuro di drammatico rischio di ecatombe, in una città che ha già ucciso tre volte e che in tal modo lo rifarà.

Il decreto sugli edifici tutelati (circa 1800), che stabilisce che in questi casi non è obbligatoria nemmeno la soglia di sicurezza del 60%.

L’assurda situazione delle macerie, in cui non si è arrivati ancora a una soluzione basata su un impianto di riciclaggio, secondo tecnologie già esistenti e presenti in Italia. Solo nella possibilità di ricilare le macerie potrà essere abbattuta l’enorme quantità di edifici pericolanti. Edifici che vanno buttati giù, non rattoppati attraverso costosissimi interventi utili più a lobbies imprenditoriali che al bene comune aquilano.

Il rischio che il centro storico finisca “gentrificato” ossia espropriato alla gente da cordate imprenditoriali; questo a partire dal pretesto dei tempi lunghissimi di ricostruzione, usato come ricatto per favorire svendite di massa da parte dei proprietari meno abbienti.

La mancanza di una tassa di scopo, di un dispositivo di prelievo fisso, che precarizza questa ricostruzione, condannandola alla perenne elemosina, esponendola al ricatto della politica.

La vacuità della zona franca, da due anni declamata come obiettivo economico, mai ragionata nelle precauzioni che essa eventualmente necessita (a partire dal rischio di diventare un porto per rilanciare economie altrui), mai comunque ancora non ottenuta, dopo due anni.

Insomma: il primo problema dell’Aquila è la sicurezza, l’ultimo i murales di adolescenti disagiati che non vanno trattati da ricercati del far west. La cittadinanza aquilana ha manifestato in massa contro le tasse, è scesa in piazza per cercare di mettersi in tasca quattro soldi di cui ha beneficiato anche chi non ha avuto nessun danno dal sisma (circa metà degli aquilani, una vergogna, questa sì, altro che i murales delle nicchiette). Per dire un NO secco al decreto che rattoppa L’Aquila non è sceso in piazza nessuno, e nessun politico si è ribellato. Finora siamo stati ad arrabattarci nei meandri di decreti inaccettabili sulla ricostruzione pesante, invece di rifiutarli in blocco con un gesto plateale di contestazione civica. Finora non siamo stati capaci di esprimere dissenso contro un dispositivo che ipoteca il nostro futuro. Ogni volta che abbocchiamo e cadiamo nella discussione sui meandri burocratici di decreti che sono da rifiutare in blocco ci comportiamo come cavie da laboratorio, che invece di trovare l’apertura della gabbia, girano a vuoto dentro una rotella.

Amministratori aquilani: la “scorrettezza politica”, prima di manifestarla mettendo “taglie” contro adolescenti con la bomboletta di vernice, praticatela a Montecitorio, sbattendo in faccia ai governanti i decreti “rattoppa-città” che ci consegneranno a un futuro di rischio, in una città assassina. Tutta quell’“offesa”, quel “disprezzo”, quell’“indignazione” riversata contro quei ragazzi, a tal punto da indurvi a passare – e sarebbe ora prima che sia troppo tardi – il limite della correttezza politica riversatela sullo scempio dei decreti “rattoppa-città”. Cristo! fatelo subito PER UNA RICOSTRUZIONE IN SICUREZZA AL 100%, SENZA SE’ E SENZA MA.

UN APPELLO AGLI ADOLESCENTI AQUILANI

Bombardate senza esitare tutte le nicchie dell’idiozia locale, del “com’era dov’era” autocompiaciutamente nostalgico; e mettete una taglia su tutte le cariatidi politiche che pensano prima a conservare la poltrona e le muffe del passato che a tutelare il diritto dei giovani di avere spazi autonomi di socializzazione. Sono figure deleterie anche quando si bardano di panni variamente progressisti. Certo, sono tanti, ma un euro a testa è anche troppo. E poi, agli imbrattatori: se potete, smettetela con le bombolette spray sui monumenti.

PS: Troppo politically correct non lo sono mai stato, e men che mai mi va in questo caso di esserlo. Chi si ritrova in case inagibili che rischiano di essere rattoppate, di tornare più pericolose di prima, deve iniziare a svegliarsi. Vorrei restare all’Aquila, ma non posso mettere a repentaglio la vita della mia famiglia, a partire dalle mie figlie, a causa di una ricostruzione idiota, fatta senza tener conto dell’imprescindibilità della messa in sicurezza reale e totale. Come tutti quelli che sono usciti da edifici gravemente danneggiati, io e la mia famiglia ci siamo salvati per pura fortuna: se il terremoto fosse durato qualche secondo in più, o se fosse stato di qualche decimo di grado più intenso, avremmo fatto parte dei 20-30.000 morti del terremoto del 6 aprile 2009. Questo me lo ricordo ogni giorno, e ogni volta che vedo o leggo dei parenti delle vittime. Siamo stati solo più fortunati. Questo terremoto ha salvato tanta gente, a caso, senza nessun riguardo per le vittime, ma adesso mezza città è pericolante, né illesa né rasa al suolo. Mezza città è pericolosa, e se seguitiamo così seguiterà ad esserlo.

Ma L’Aquila e il terremoto sono due entità separate? Ci dobbiamo mettere in testa prima di ogni altra cazzata (e questa delle nicchie è una cazzata immane, nella misura della reazione spropositata che ha suscitato, una cazzata che può avere la funzione positiva di allenarci a individuare l’apatia, l’indifferenza, la distrazione nei confronti di drammi epocali di cui non ci accorgiamo) che L’Aquila è una città assurda, assassina, una serial killer che da parecchi secoli ogni tanto impazzisce improvvisamente e fa una strage.

Un posto che quasi sempre ha un grande fascino, forse unico per chi ci è nato, ma che ogni tanto si trasforma in un attimo, e improvvisamente diventa un inferno. La cosa più indicibilmente assurda del terremoto è che arriva in un attimo, totalmente all’improvviso, come un’esplosione, la cosa più assurda è che ti ritrovi dentro una deflagrazione infinitamente dilatata. Io non me ne scordo, perciò non posso sopportare quello che sta succedendo, o meglio, quello che non sta succedendo dopo due anni. Forse sono arrivato alla nausea perché è dal 28 maggio 2009 che scrivo per sensibilizzare sulla questione della ricostruzione in sicurezza, ma a quanto pare inutilmente.

All’Aquila ci voglio restare, ma se e solo se ci posso stare in sicurezza. Non voglio consolarmi con l’idiota ed egoista credenza neo-folkloristica che “tanto mò ha fatto, refà fra trecent’anni”: idiota perché non è detto che non arrivi un’altra volta anche domani, egoista perché, anche se così fosse, fra trecent’anni la gente sarà uccisa dalla nostra incoscienza. Il rischio più grosso che corriamo parte dalla rimozione della consapevolezza sulla pericolosità della città: L’Aquila è pericolosa, e quest’idea di città deve entrare nella nostra cultura antropologica, nel senso del luogo, come premessa imprescindibile per costruire, per vivere. Non voglio che le mie figlie finiscano ammazzate da qualche bel cornicione d’indubbio valore storico-artistico, appena ristrutturato secondo i dettami di un decreto inammissibile, e crollato al prossimo terremoto disastroso; o da un condominio adeguato al 60% di una normativa assolutamente vergognosa.

La storia, la memoria, i palazzi in pietra, i condomini in cemento armato a 4 o 5 livelli non sono simicamente sostenibili; e quello che vorrei vedere nei prossimi anni sono solo bulldozer che radono al suolo la città pericolante senza valore storico, e la portano in un impianto che la ricicla. Lo vorrei vedere insieme a un’idea nuova di città che riesca a non confondere la memoria con la nostalgia, la storia con il passato, la sostenibilità con la speculazione. E poi, non riesco ad ammettere la tutela del valore storico al di sotto di una sicurezza del 100%. La storia dovrebbe servire prima di tutti a ricordarci che L’Aquila è una città, forse l’unica, che serialmente ha ucciso i suoi abitanti. Oggi questa maledizione si può spezzare, e invece ci siamo incamminati sulla strada che la riproduce.

Cercare di ottimizzare la sicurezza in base alle tecnologie disponibili. Questo L’Aquila dopo gli altri terremoti lo ha sempre fatto, cercando di ricostruirsi non pretendendo il passato, ma secondo i migliori parametri di sicurezza in ogni epoca disponibili. Solo ora, nella storia di una città annientata tre volte dal suo “subconscio geologico” – il terremoto che gli abita sotto – sarebbe possibile accedere a una tecnologia capace di garantire una sicurezza pressoché totale. Una tecnologia che invece non arriviamo ad adottare, accettando di rattoppare, tra l’idiozia di amministratori locali attaccati alla poltrona, e incapaci di ribellarsi contro i potenti sulle questioni cruciali, e l’egoismo di un governo nazionale e di una cornice economica che hanno ridotto la città alla stregua di una paziente comatosa: una colonia da sfruttare attraverso la cura, dove gl’interventi sono più finalizzati al profitto che all’utilità sociale. E noi? A pensare alle cazzate!

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