6 maggio 1976 – 6 maggio 2011

Il presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo a 35 anni dal terremoto in Friuli,  ritiene che la ricostruzione di case e industrie con le modalità di quello che è stato battezzato il ‘modello Friuli’ non sia riproponibile in Abruzzo, eccetto che nella parte che riguarda la Protezione civile. «Sono cambiati i tempi, ci sono tecniche più veloci di ricostruzione. Però il modello della Protezione civile sì, è quello vincente, senz’altro». Se in Abruzzo la ricostruzione non procede speditamente come fu per il Friuli, secondo il governatore è perché «sicuramente non ci sono le risorse che c’erano quella volta, in percentuale al rapporto della qualità dell’intervento».

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Inoltre aggiunge Tondo «nel 1976 in Friuli c’era la solidarietà nazionale e internazionale molto piu’ forte e lo Stato poté disporre di molte più risorse di quanto corrisposto all’Abruzzo adesso».

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Terremoto, 35 anni dopo Il Friuli di Zamberletti

L’intervista al commissario straordinario che gestì emergenza e ricostruzione «Un esperimento pilota che ha funzionato anche grazie alla classe politica»

di Domenico Pecile, da “il Messaggero Veneto”, 6 mag.

Cosa ricorda di quei 35 anni fa il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti?

Tutto, perché la vicenda-Friuli ha cambiato la mia vita. Allora ero sottosegretario alla Pubblica sicurezza e Protezione civile che dipendeva dal ministro dell’Interno. La direzione dei vigili del fuoco si occupava anche della protezione civile.

6 maggio 1976, ore 21…

Ero rincasato da poco. Ricevo una telefonata da Marongiu, il direttore generale del Servizio antincendi. Mi comunica che c’è stata una scossa di terremoto in Friuli e che forse ha provocato danni. Mi convoca al ministero degli Interni per un primo vertice. Mano a mano che passavano i minuti capimmo di trovarci di fronte a qualche cosa di molto, molto grave.

Quali furono le prime mosse romane?

Allora le Forze armate si muovevano autonomamente e in Friuli c’era tutto il Corpo della Julia. Nella notte facemmo confluire Cri e Vigili del fuoco e quello che allora si chiamava Protezione civile che, come detto, faceva parte del servizio antincendi.

E il giorno dopo a Udine arrivarono il presidente del Consiglio, Aldo Moro, e il ministro degli Interni, Francesco Cossiga.

Sì! E si resero subito conto della tragedia. Io ero partito da Ciampino con un aereo militare. Ero già stato nominato commissario. Non ero riuscito nemmeno a preparare la valigia, né sapevo che mi sarei fermato un anno.

Quali furono le sue prime decisioni?

Cominciai a “impiantare” un’organizzazione capace di prevedere un coordinamento delle forze in campo.

Che impressione ebbe della classe politica friulana?

Ottima. Ed è stata una delle chiavi di quel successo. Il primo giorno incontrai Antonio Comelli in prefettura. Istituimmo un organismo operativo rappresentato da un componente di ogni partito. Ricordo Santuz, Lizzero cui subentrò Baracetti, Fortuna, Scovacricchi. Ci si vedeva la sera. Io mi limitavo al coordinamento. Ricordo con stupore che i militari accettarono di essere coordinati da un civile.

Come nacque il sindaco funzionario delegato?

Lo prevedeva la legge. Decisi che i sindaci non potevano essere profeti disarmati. Con un’ordinanza decidemmo di rendere nulli i contratti di compravendita fino a nuovo ordine. La mia tesi era che nessuno più del sindaco era capace di interpretare le esigenze del territorio.

Quella ricostruzione fu davvero il primo esperimento di federalismo?

Certamente, perché tutto veniva filtrato dai sindaci e dalle comunità locali, contributi compresi. Nel frattempo, la Protezione civile era diventata la mia ossessione. Adesso è la vostra più bella “macchina da guerra”.

Perché quel modello di ricostruzione non è stato adottato all’Aquila?

Perché era nata una nuova filosofia che prevedeva di non passare attraverso la fase del reinsediamento. Per noi i prefabbricati furono una soluzione provvisoria, mentre i villaggi in Abruzzo sono pressoché definitivi. Ma si sono accorti che la gente vuole tornare alle case di origine o perlomeno nei luoghi di origine. In Irpinia, invece, copiammo il modello Friuli.

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