lettera da L’Aquila, o dell’incredulità

Lettera da L’Aquila, a due anni dal terremoto

a cura di Franco Ligonzo, su “il Giornale dell’Ingegnere”, n. 7/2011 , 1 apr.

dai bordi della “riserva indiana”, marzo 2011,

Caro amico, (Franco Ligonzo, ndr),    quasi 24 mesi dopo il terremoto che l’ha distrutta, mi chiedi un aggiornamento sulle condizioni dell’Aquila. Circa un anno fa mi chiedevi il significato del “movimento delle carriole”, e oggi vuoi conoscere le ragioni delle persone che hai visto nei telegiornali sfilare in corteo a Roma a luglio scorso, intente a manifestare pacificamente, ma con determinazione e preoccupazione per protestare contro l’inerzia e il disinteresse del governo o di chissà chi (e prendersi per questo le manganellate dai poliziotti); o sfilare a migliaia nell’unica strada riaperta del centro storico della città, o fare sit-in sull’autostrada Roma – L’Aquila, a maggio e a novembre del 2010.

La risposta è semplice e nello stesso tempo tragica: gli Aquilani vivono nell’incubo di essere privati per sempre della speranza di ritrovare la loro città e il loro centro storico, che era uno dei più belli d’Italia. 

Mi chiedi “Fatti e, soprattutto, contributi costruttivi, non polemiche”.

Ebbene, caro amico, credo che ti deluderò: per quanti sforzi faccia, ripassando le principali vicende accadute nello scorso anno e nei mesi più recenti, non trovo argomenti “costruttivi edificanti” da sottoporti. Debbo dirti che la “ricostruzione completata” è solamente nelle parole, non nei fatti. Sì, certamente, alcune centinaia di aquilani sono tornati ad abitare nelle loro case, finalmente riparate; ma in molte di esse sono tornati solamente per caparbietà, giacché le utenze di rete sono ancora parzialmente o totalmente indisponibili. Per non parlare di tutti i servizi pubblici e privati che erano allocati nel centro storico, come sai chiuso dalle transenne che lo delimitano come “Zona Rossa” e quindi trasferiti “altrove”.

Mi chiedi quale sia il mio sentimento di fronte alle cose che ho visto andando a L’Aquila in questi mesi e io ti rispondo che il sentimento di chi, come me, è stato più volte a vedere le condizioni in cui si trova una tra le più belle e nobili città d’Italia è l’INCREDULITÀ. L’elenco delle cose che destano incredulità potrebbe costituire la check-list delle problematiche che a L’Aquila, dopo 24 mesi, attendono ancora di essere affrontate, trattate, risolte.

INCREDULITÀ che ancora oggi non ci siano dati certi e aggiornati sulla distribuzione territoriale e sulla condizione sociale ed economica della popolazione.

A L’Aquila, prima del terremoto, c’erano 70mila abitanti residenti: quante sono le famiglie che, quest’anno si sono trasferite altrove? In quest’anno scolastico 2010-2011, ci sono stati oltre 700 iscritti in meno alle scuole della città. E la tendenza è di un ulteriore calo delle presenze dei bambini delle elementari. Gli Aquilani se ne vanno per dare ai propri figli una maggiore tranquillità nella scuola e per riacquisire per le proprie famiglie l’opportunità di avere un reddito. E per offrire loro un ambiente e una vista che non sia solo di una informe periferia con insediamenti e tipologie delle più svariate forme e consistenza e di distruzioni, puntellamenti, degrado ambientale e macerie che nessuno rimuove.

A L’Aquila, fino all’aprile del 2009, vivevano e frequentavano oltre 25.000 studenti universitari. Quanti sono adesso? Forse 20.000 o 15.000, secondo dati ufficiosi.

A L’Aquila, ad oggi, ci sono circa 20.000 abitanti nel “Progetto c.a.s.e.” e altri 40.000 fanno parte, ufficialmente, della popolazione assistita o in qualche modo “registrata”; e gli altri dove sono? Altrove. Molti già stabilmente migrati in altre parti della Regione o nelle Marche e nel Lazio. Legati alla città solamente per tutelare i diritti patrimoniali di cui ancora sono titolari; ma fino a quando resisteranno alla tentazione di vendere o svendere a qualche immobiliare privata o di Stato quanto resta delle loro case “E”?

Nel Centro storico de L’Aquila, prima del terremoto, erano presenti 800 attività commerciali; oggi (negli stessi luoghi sottoposti a blocco militare e accesso orario limitato) ne sono riaperte al pubblico soltanto una decina (tra bar, un negozio di ottica, un tabacchino e qualche altro). Le altre attività commerciali “di peso”, hanno riaperto le porte nei centri commerciali della periferia e non torneranno più nel centro storico. Puoi ben comprendere come l’economia di una città prevalentemente terziaria sia praticamente azzerata dalla assenza di uffici, studi professionali, scuole, monumenti, negozi, luoghi della cultura e dello spettacolo. Ormai L’Aquila è una città “diffusa”, una conurbazione priva di alcuna coerenza e integrazione urbanistica, tenuta insieme da bretelle autostradali, svincoli e rotatorie, inventati senza un piano regolatore e realizzati in fretta e furia in mezzo alla campagna.  

Gli urbanisti “fighi” definiscono tale fenomeno col termine di “Sprawl” . Altri, più prosaicamente, parlano di “diaspora”.

Attualmente, tra zone rosse (tutte blindate militarmente e inaccessibili), resti e macerie delle frazioni antiche, 19 insediamenti c.a.s.e., decine di piccoli insediamenti di Moduli Abitativi Provvisori (cosiddetti MAP) e nuclei provvisori di servizi scolastici (MUSP), insediamenti artigianali nei cui capannoni sono state allocate funzioni pubbliche e private, si contano 97 frazioni urbane. A cui si devono aggiungere oltre 3.000 casette di legno, sulla cui provvisorietà si nutrono sin d’ora concreti dubbi.

E’ una città ricostruita, questa?

INCREDULITÀ che i cittadini dell’Aquila, a cui era stata promessa una Zona Franca e le medesime provvidenze economiche e fiscali di cui avevano giovato altre parti d’Italia in situazioni analoghe,  dal giugno 2010, hanno dovuto riprendere a versare i contributi fiscali, previdenziali e le rate dei mutui. Invano, essi chiedono di poter rateizzare le quote di interessi su analoghi contributi  e mutui, non versati nel primo anno dopo il sisma. Con una raccolta di 50 mila firme in tutte le piazze d’Italia, tentano di chiedere la promulgazione di una Legge Speciale che dia una speranza di ricostruzione e di rinascita alla città

E ancora. INCREDULITÀ che non si abbiano dati certi e regolarmente aggiornati sulla situazione del danno sismico del patrimonio edilizio, nelle sue varie componenti (privato, pubblico, storico-monumentale, infrastrutturale, ecc.). Nè quale sia la situazione reale e aggiornata dei sottoservizi e delle reti idriche, fognarie, tecnologiche della città. E intanto, alle prime piogge intense, qualche settimana fa, alcune parti del territorio si sono allagate: non era mai successo prima. Chissà! forse 160 ettari di nuovi insediamenti abitativi (le “famose” c.a.s.e.), con le loro strade e i parcheggi e le superfici coperte a vario titolo e gli sbancamenti di “uso pubblico”, avranno fatto la loro parte per provocare questo nuovo fenomeno degenerativo del territorio. Chissà.

INCREDULITÀ nel constatare che dalle tabelle ufficiali pubblicate sul sito del Comune dell’Aquila, risulti una spesa per puntellamenti e messa in sicurezza con un valore degli appalti di 33 milioni e poi, nel corso di una conferenza stampa, l’Assessore abbia dichiarato che la spesa ammonta a 138 milioni di euro. 33 milioni di euro è stata invece la spesa per i soli bagni chimici.

INCREDULITÀ, provo ancora, che non ci sia stato nemmeno un intervento e non sia stato speso neppure un Euro per uno dei 44 siti monumentali maggiormente danneggiati dal sisma, che il Governo italiano aveva sperato (e fatto credere agli aquilani e agli italiani) venissero “adottati” dai Capi di Stato che parteciparono al G8 nel luglio del 2009, affinchè ne curassero il recupero. La Protezione civile nazionale, nel frattempo, ha demolito soltanto le parti pericolanti, le cupole, le arcate, le facciate, i tetti, ha puntellato i muri, ha “imbalsamato”, per dirla con Pierluigi Cervellati, una città. Ora tutto è fermo: macerie non rimosse; pietre storiche non catalogate (forse alcune rubate o distrutte per sempre), puntellature e transenne ovunque. E la neve arriva ogni anno in città, da novembre ad aprile, puntuale.

Sì, sento spesso con INCREDULITÀ,  che la partecipazione democratica dei cittadini, addirittura “corale” in alcune occasioni e per qualche manifestazione (l’affissione sulle transenne delle “1000 chiavi” delle case distrutte, le “domeniche delle carriole” per lavorare tutti insieme alla rimozione delle macerie e dell’immondizia; la spedizione ai Potenti d’Italia e del mondo (perfino a Obama) delle “1000 post-card” dall’Aquila”, il blocco dell’autostrada per Roma, il Consiglio comunale convocato a Piazza Navona a Roma e alle manifestazioni nazionali di luglio e di novembre), invece di essere “incanalata” in una partecipazione collettiva alle scelte per la ricostruzione, sia stata lasciata a macerarsi in  un assemblearismo sterile e sempre più stanco e deluso, incapace di coinvolgere efficacemente i politici locali e nazionali.

Che, quello che servirebbe e che non si riesce aottenere, come invece fu fatto per altri terremotati d’Italia, sarebbe l’introduzione di una “tassa di scopo”, estesa a tutti i cittadini italiani, indispensabile per il finanziamento certo e regolare della ricostruzione. Manca l’istituzione di una “zona franca” (che era stata promessa dai politici) per favorire la ripresa delle attività produttive e il loro ritorno nelle sedi originarie. I commercianti invece, appena possono, cercano altre collocazioni e altri mercati. Come dargli torto, in mancanza di una solida “domanda” locale e di prospettive credibili per la rianimazione del cuore della città? Manca il Progetto della Ricostruzione e una apposita Legge nazionale che lo regoli, mentre politici e amministratori favoleggiano di mirabolanti master-plan, elaborati e/o nascosti chissà dove.

Forse è giusto che noi, che non siamo de L’Aquila, non si abbia titolo per dire la nostra, né tantomeno per criticare standocene fuori dal “cratere”, sempre più somigliante a una “riserva indiana”. Certo è vero che i 309 morti, il terrore delle scosse, le notti passate in tenda, al freddo, non sono nostri. Ma noi “da fuori” vediamo che molto è stato fatto e tanto è stato speso per trasformare una cittadina di 70.000 abitanti (che, a metà del XIII secolo, si era formata per l’”incastellamento” di una miriade di borghi che le facevano da corona, con un Centro storico che era la sintesi di questo processo e l’elemento unificante) in un agglomerato informe di quartieri dormitorio, rotatorie, aeroporti, chiese, scuole, centri di aggregazione senza alcuna coerenza urbanistica e con l’intenzione di partenza di raccordare una distribuzione abitativa, di funzioni e di servizi mediante altre infrastrutture, altro scempio di territorio, altri investimenti speculativi. E uso di materiali vili, latta, cartongesso, pannelli prefabbricati, legno lamellare, progetti di bassissimo profilo.

E intanto il centro storico resta, quello sì, immoto riguardo agli interventi, ma non riguardo alla proprietà, che nel baillamme mediatico è passata e passa giorno dopo giorno, silenziosamente, in altre mani.

Affaristi e speculatori di vario genere e nazionalità si stanno spartendo L’Aquila; la finanza immobiliare, ha messo gli occhi sui palazzi del centro storico e su alcuni progetti definiti strategici, per comprare e rivendere immobili. I Fondi Immobiliari sono pronti a intervenire per ricomprarsi a poco prezzo le case del centro storico dai cittadini delusi e stanchi dall’immobilismo della rinascita della loro città e condannandoli alla emigrazione o alla vita in uno dei 19 quartieri-dormitorio.

Insomma, caro amico mio, una situazione che lascia poco spazio a “ben sperare” e che, per chi, come me, la segue “dai bordi della riserva”, desta un unico sentimento: INCREDULITA’. E tanta tristezza.

Adriano Di Barba

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1 Response to “lettera da L’Aquila, o dell’incredulità”


  1. 1 Luciano B. L. 17 aprile 2011 alle 08:56

    Forse, solo dai bordi della “riserva indiana” si può avere una visione non ipermetrope della realtà e della inavvedutezza per, almeno, migliorarla. Comprensibile e condivisibile, quindi, il sentimento che si prova dopo questa accorta analisi complessiva dei “fatti”.


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