tempi e ritmi selvatici

di Antonello Colimberti
Tratto da: Selvatico e coltivato – storie di vita bioregionale
Stampa alternativa, Roma, 2003

Rispondere al quesito “come mi rapporto al selvatico nel mio luogo nella mia vita quotidiana” richiede una verbalizzazione che, anche senza “troppo filosofeggiare”, come ammonisce l’invito, utilizza una grammatica e un linguaggio che sono ben lontani dalle cose. Però, siccome ci sono “storie che curano”, racconterò la mia principale strategia per la sopravvivenza, che mi è capitato di osservare in me o che mi è stata riferita da osservatori della mia esistenza. La selvaticità che più mi ha da sempre attratto e che mi è rimasta dentro come un filo rosso, ora più visibile ora meno, è quella legata alla solitudine, al silen­zio e all’immobilità, ovvero a quelle modalità che sono associate comunemente agli stati di reclusione, volontari o involontari, all’aperto o al chiuso.

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Nella città in cui vivo (L’Aquila), di dimensioni abbastanza conte­nute e circondata da alte montagne, esiste da sempre un passaggio graduale da una densità umana moderata ad un deserto assoluto e viceversa, il tutto nell’arco di poco tempo, con grande vantaggio per la percezione delle cose. Ma da alcuni anni qualcosa sta mutando, a causa di alcuni ben noti errori di civiltà, che l’odierna società detta postindustriale o “dei servizi”, ben lungi dal risolvere o anche sol­tanto attenuare, sta invece amplificando dappertutto. La mia città, infatti, proprio per la sua conformazione naturale, non ha risentito, se non in maniera trascurabile, delle trasformazioni industriali ed urbanistiche del dopoguerra, con grande delusione degli adoratori del “moderno” sempre e comunque, che hanno lamentato il ristagno e la sonnolenza, scossi solo da rari eventi.

Ma il nuovo contesto eco­nomico e sociopolitico sta progressivamente imponendo un nuovo modello in cui il rapporto figura/sfondo di cui parlavo (suono/silen­zio, immobilità/movimento, solitudine/comunità) viene stravolto a vantaggio di un perpetuo e insensato movimento, rumore e affolla­mento. Ciò è divenuto particolarmente avvertibile nelle prime ore della notte, nelle quali i suddetti elementi perpetui, uniti ad una luminosità artificiale eccessiva, trasformano l’abitato in un varietà televisivo, dove le ombre vagano e si accalcano con gran frastuono. Ad un abitante metropolitano ciò può apparire banale e scontato, ma in realtà la scomparsa della notte come momento privilegiato per sentire il luogo ed esprimerlo con ogni mezzo adeguato, è un fenomeno attuale, e segna l’ultima fase della colonizzazione spazi-temporale delle esistenze individuali inaugurata dalla rivoluzione indu­striale. Se il polo urbano della mia bioregione corre dei seri rischi, l’altro polo, quello dei dintorni, gode per adesso la precaria salute che gli è concessa dall’istituzione dei parchi naturali. Questi ultimi, purtroppo, devono sempre più giustificarsi, pena il loro ridimensionamen­to o addirittura la scomparsa, in termini di possibili redditi e occu­pazione, e così si è escogitata la formula del turismo sostenibile, in precisa corrispondenza al famigerato sviluppo sostenibile. Ma poi­ché, deo gratias, il più del territorio aquilano non offre a sufficienza le altrettanto famigerate infrastrutture, il selvatico extraurbano è per ora salvo, e posso in pochi minuti e in qualsiasi istante sfuggire all’incipiente delirio urbano della mia città per raggiungere quelle montagne, valli e laghi, dove i suoni e le parole emergono e riaffondano ciclicamente nel silenzio, così come le relazioni umane nella solitu­dine, il cammino nella stasi. Il compito che allora mi sono dato è riportare incessantemente tale percezione dentro il perimetro urba­no, pur soffrendo lo scacco continuo del nuovo contesto generale, e nella consapevolezza che forse anche la mia città dovrà spingersi fino al punto limite, oltre il quale è possibile un immediato ed istantaneo risveglio collettivo, se è vero l’adagio del grande poeta inglese che “il pazzo che persiste nella sua follia diventa saggio”.
Intanto vivo sempre nella città, ma non sono più della città, e neppure della campagna. Il mio luogo è ovunque le cose, tutte le cose, appaiono e scompaiono, mostrando la loro impermanenza. Solo il luogo stesso resta e forse il luogo stesso siamo noi, la nostra divinità. Non è questa la vera partecipation mystique?

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