il mio primo incontro con L’Aquila

di Fulgenzio Ciccozzi da http://www.quotidianodabruzzo.it, 7 mar.

(foto S.Caresta)

Il mio primo incontro con L’Aquila ebbe inizio in una piovosa mattina di ottobre, in via San Marciano, nell’atrio di Palazzo Nardis Oliva Vestusti, dove prima era ubicata la scuola media Giovanni Pascoli. Alcuni di noi erano ragazzi di “campagna”, un po’ frastornati, che si preparavano ad uscire dal loro piccolo mondo. :::::::::::::::::::.

Sbirciando attraverso l’ingresso di quel manufatto, mi accorgo della scalinata che porta al piano superiore: è ingombra, oppressa da un folto ed ingarbugliato intreccio di tubi di sostegno e di giunti ortogonali. Proseguendo lungo via San Marciano incrociamo una signora, è rammaricata e un po’ sfiduciata. E’ sola. Ci dice che abitava in una casa in Via Rocca di Corno. Dopo due anni, e diverse cambi di destinazione abitativa, è ancora ospite di uno degli alberghi della città.

Più giù, antistante alla chiesa di San Marciano, nascosta da un reticolato arancione, s’intravede la fontana. Sono remoti i tempi in cui, concessa in uso all’arte della lana, era il quattrocento, doveva apparire come uno dei crocevia della città.

Intanto, lo sguardo protende sulla facciata lesionata della chiesa capoquarto; il fabbricato accanto è squarciato e si vede la volta a botte semidistrutta. Scendendo in via dei Drappieri c’è lo stabile che fa angolo con la piazzetta del Cardinale, la casa dove un tempo abitavano i miei zii, Cristina ed Orazio. Questi, prima della guerra, lavorava come spiziale nell’antica farmacia di don Cesare Allegri, sita nel palazzo dell’Arcivescovado. In quel periodo, la farmacia, oltre a svolgere la sua consueta attività di vendita di medicinali, distribuiva a pagamento, in piccoli bicchieri di vetro, la famosa ed originale china Bisleri. Il Duomo di San Massimo era il nostro prescuola. :::::::: Oggi, queste memorie si perdono in una plumbea atmosfera, nel silenzio di quei vicoli dove si affacciano, rovinati ed imbragati, inanimati palazzi. Ogni tanto si ode il vociare delle maestranze impiegate nei lavori di manutenzione e di messa in sicurezza che appaiono e scompaiono, accompagnate dai rumori dei loro attrezzi e dei macchinari. Nella vicina Collegiata di Santa Maria di Roio, che cinge la piazza insieme a palazzo Persichetti e palazzo Rivera, anch’essa danneggiata, non vedo più, in alto, lo scudo gotico in cui erano raffigurati i due gigli, il più antico stemma della comunità roiana, la quale contribuì, insieme alle altre, all’edificazione del nostro capoluogo. Poi, la vista si perde in quel groviglio di vie. E’ ancora nitido il ricordo di quelle botteghe ubicate nei vicoli più caratteristici del centro (V. del Cembalo di Colantonio, uno dei tanti, al quale ero molto legato), particolarmente freddi di inverno ma che trasmettevano con la loro “genuinità” il sapore dell’Aquila de ‘na ‘ote. I danni materiali, economici e morali sono inestimabili, tutti e tre si scompongono e ricompongono nei nostri animi senza però che questi siano distolti dall’unico vero obiettivo che è la ricostruzione. La razionalizzazione delle spese, la nascita di una zona franca (Europa permettendo), l’approvazione di una legge specifica che tracci un fattivo percorso di recupero urbano, territoriale, di riedificazione, là dove necessario, e il riassetto economico-sociale, oggi purtroppo carente e disarticolato, potrebbero accordare, se non altro, un rinnovato vigore nei confronti degli abitanti di un territorio altrimenti “sfiduciati”. Iniziative, queste, che devono trasformarsi in realtà, non più procrastinabili, e non rimanere solo dei semplici “vaticini” elargiti alla cittadinanza. La congiuntura politica-economica nazionale e mondiale non è favorevole, ma questo non impedirà all’Italia, forse non del tutto consapevole di aver perso una città, e a noi aquilani di trovare le energie necessarie per recuperarla al suo patrimonio, inteso nel più ampio dei termini. E’ tardi. ::::::::::::::::::::::::::::: lascio il centro con una stretta al cuore e la consapevolezza di non abbandonarlo mai.

Fulgenzio Ciccozzi


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