happy nuke… ma anche informazione, terremoto, ecc.

Happy Nuke.

Perché per la propaganda l’attenzione al nucleare in Giappone non può che essere emotiva.

nuclear-love

di Nique la Police – SenzaSoste
All’atroce vicenda delle esplosioni alle centrali giapponesi in seguito al terremoto si sovrappongono le atrocità dei media italiani. Si potrebbe parlare del consueto rincorrersi tra tragedia e farsa se non fosse che la farsa, della propaganda nuclearista nazionale, lavora per preparare la tragedia delle centrali in Italia.

Quello che è cambiato, con il precipitarsi degli eventi giapponesi, è piuttosto il registro della propaganda a favore del nucleare. All’inizio dell’anno la propaganda nuclearista si è strutturata come una rappresentazione ragionevole, si ricordi lo spot della partita a scacchi tra favorevoli e contrari, in grado di prevalere sulle argomentazioni opposte.

Con il disastro giapponese si è passati direttamente alla rappresentazione di una sola parte ragionevole, quella ovviamente a favore del nucleare, che si contrappone ad una emotiva trascinata dalla forza degli eventi del potentissimo terremoto giapponese. Si vuole naturalmente evitare di legittimare un argomento forte degli antinuclearisti: quello, immediatamente comprensibile da tutti, che vuole che i fatti hanno dimostrato che non esistono centrali nucleari perfettamente sicure e previsioni in grado di dominare ogni evento.

Le centrali giapponesi erano progettate per resistere ad un terremoto di 8 gradi della scala Richter e ne è arrivato uno di 8,9, evidentemente la natura (come sa chiunque si occupi di modelli di previsione di ogni genere) su questi argomenti mantiene il monopolio dell’imprevedibilità. In questo senso fanno impressione gli editorialisti, tipo quelli del Corriere della Sera, che dicono che in Italia non possono accadere eventi del genere.

Appartengono allo stesso schieramento di propaganda di coloro che, appena due anni fa, attaccavano chi, osservando lo sciame sismico in Abruzzo prima dell’aprile del 2009 sosteneva che stava succedendo qualcosa di grosso.

C’è quindi una robusta linea di continuità tra chi sostiene oggi la prevedibilità dell’impossibilità dei grandi terremoti oggi e l’imprevedibilità a L’Aquila: la ricerca di argomenti pronti per l’uso a favore di una propaganda che sostenga il gruppo consolidato di interessi in quel momento egemone. Ieri si trattava di Bertolaso, che denunciò per procurato allarme chi nel marzo 2009 parlava all’Aquila di rischio di grave terremoto, per tirare la volata a una ormai nota rete di costruttori, finanziatori e immobiliari (quelli che al cellulare esultavano perché era scoppiato il terremoto).

Oggi si tratta di tirarla al conglomerato di interessi che si sta formando attorno al possibile progetto del nucleare in Italia. Possibile ma non certo, questo è bene dirlo.

Come sappiamo il mainstream dell’informazione italiana, a prescindere dalla collocazione politica o dell’assetto proprietario, ha argomenti strutturali che tratta con lo stesso linguaggio della propaganda. Per fare alcuni esempi: l’Afghanistan, dove il sostegno “ai nostri ragazzi” e i militari italiani come fonte di notizia privilegiata coprono quasi esclusivamente l’argomento; la borsa, dove si celebrano gli analisti finanziari e le agenzie di rating (comprese quelle che classificano i subprime come ottimi) con riti oracolari ; l’economia dove le retoriche dei “conti in ordine” e della “ripresa”, ripetute da un ventennio, sono rappresentate come oggettivamente scientifiche perché corredate di dati sullo schermo; la politica dove, dall’inizio degli anni ’90, è rappresentata come un qualcosa dove i segretari dei maggiori partiti commentano all’infinito i temi fissati da Berlusconi.

Tutti questi argomenti sono gli stessi da un ventennio (a parte le destinazioni delle missioni militari che sono cambiate, allora Somalia oggi Afghanistan), in un mondo che è radicalmente mutato (per dirne un paio: quando Berlusconi arrivò per la prima volta al governo Internet era neonata e gracile, la Cina era lontana dall’essere la seconda economia del mondo). Tutto questo sembrerà, nell’informazione mainstream, espressione di grande arretratezza. In parte lo è (Fede e Mentana dirigono ancora telegiornali; Mieli, Scalfari, Mauro hanno ancora un grande ruolo nei giornali. La retorica dell’onestà è ancora al centro di un discorso pubblico che dovrebbe essere ben più complesso. Berlusconi condiziona ancora telegiornali pubblici e privati) ma non dimentichiamoci che il mainstream assolve oggi ad una importante funzione di coesione sociale.

Rappresenta l’impressione di continuità necessaria (i temi che si ripetono) per creare abitudini e quindi coesione attorno a temi e schieramenti. Poi sui temi veri o quelli specialistici si creano strumenti di informazione, pay o dedicati, secondo il ritmo delle evoluzioni tecnologiche. Creando una enorme contraddizione tra miriadi di nicchie di informazione, attente, specializzate e il grosso dei consumatori di informazione che sembra vivere in un’epoca diversa (e di fatto ci vive, usa schemi già inadatti all’inizio degli anni ’90).

Però quest’ultimo fenomeno è importante perché, come sa ogni propaganda, favorisce costruzione e tenuta del blocco storico sul quale esercitare egemonia. Politica, economica, cognitiva.

Diventa quindi fondamentale, utilizzando gli schermi come strumento di coesione sociale, dare l’impressione di coerenza e universalità di argomenti. La propaganda nucleare, quando sceglie i propri argomenti, guarda proprio a questa struttura del mondo mainstream dell’informazione. La tattica è: far crescere i propri argomenti in modo da imporsi nello stesso modo con il quale militare, borsa, economia, politica si sono imposti a partire dall’inizio degli anni ’90. La strategia (il nucleare) non c’è ma che importa. Il business è un insieme di mondi legati da una sola concezione del tempo: quella che vuole che sei mesi rappresentino un’era geologica.

Parlare di strategie serve per vendere propaganda gli altri, non a sé stessi.

Ecco quindi che nelle ore in cui si impone l’emergenza nucleare in Giappone che scattano i dipositivi di propaganda. Che si disseminano con quella che potremmo definire una tattica immanente. Una tattica cioè che non è pensata da uno stato maggiore della propaganda, e diffusa verso il basso delle gerarchie, ma di reazione spontanea da parte dei difensori del nucleare. Reazione spontanea che magari subirà, nel prossimo periodo, una verticalizzazione e la creazione di un centro di comando per la diffusione degli argomenti (capita anche nelle società a rete).

Ma per adesso si è trattato di resistere al terremoto. Che non è quello che si è abbattuto in Giappone. Ma quello che ha sinistrato gli argomenti dei nuclearisti italiani che, fino a quel momento, sembravano andare sul velluto. Un’opinione pubblica abulica, un referendum antinucleare destinato all’indifferenza giusto il 12 giugno. L’inversione spontanea di tattica, rispetto a quelle pianificate (con 2 milioni di euro) dal Forum per il nucleare, ha due caratteristiche. La prima quella di minimizzare la portata degli eventi. La seconda quella di accusare di emotività chi, in diretta mondiale, vede semplicemente dei fatti che confermano le proprie ipotesi.

E qui notiamo che il mondo mainstream italiano, finché possibile, si è disposto come un ambiente favorevole per questa tattica di propaganda. Innanzitutto nella scelta delle fonti per creare un campo di informazione in Italia.

La principale fonte di informazione per gli eventi è, per adesso, la NKH world giapponese in inglese. Strettamente controllata dal governo che ha scelto, anche comprensibilmente, la linea della minimizzazione per quanto possibile della portata del disastro nucleare. In queste ore abbiamo visto quindi, in tv e alla radio, esperti (e meno esperti) italiani che si sono fatti spontaneamente portavoce del governo giapponese.

Era dai tempi dell’Asse mussoliniana con Tokio che questo non accadeva e senza di bisogno di patti firmati solennemente nel palazzo di piazza Venezia. Eppure bastava uno sguardo a importanti settori dell’informazione mainstream globale per capire che i fatti andavano disposti in modo diverso. Il sito del telegiornale della Ard, primo canale tedesco, ha parlato molto presto di fusione del reattore 1 (l’ipotesi peggiore) nell’impianto di Fukushima I.

Il Financial Times Deutschland, che riversa informazioni per gli operatori della borsa di Francoforte, già dalla mattinata di sabato 12 ha parlato con chiarezza di un disastro non minimizzabile e per il momento per niente sotto controllo. E si tratta di un Paese dove la presenza di centrali nucleari è importante.

Così come, di assenza di controllo della situazione, ha parlato il Los Angeles Times, collocato nella sponda del Pacifico opposta al Giappone. Invece il mantra del “sotto controllo” in Italia è stato ripetuto oltre ogni ragionevole evidenza. Per minimizzare ed accusare di emotività chi ha opinioni differenti. L’ultima trincea del nucleare che cerca ancora di farsi propaganda egemone come è accaduto per il militare, la borsa, l’economia, la politica. E se gli argomenti non ci sono, i mezzi sì e questo come sempre conta.

E così abbiamo sentito a Radio Rai 1 all’ora di massimo ascolto un conduttore, tra un dibattito ameno sulle donne che non sono più femmine e delizie simili, accusare di emotività gli antinuclearisti minimizzando quanto accaduto in Giappone.

Abbiamo visto il Tg2 che non ce l’ha fatta ad aprire sulla centrale nucleare in pericolo, come hanno fatto Al Jazeera e altri network globali, declassando la notizia, depotenziandola con ogni artificio retorico, ad effetto collaterale collocandola ben dopo le immagini spettacolari dello tsunami (quelle che devono catalizzare tutta l’emotività). E che dire del ruolo degli esperti in studio? Perle di propaganda per dirla in gergo.

Tra giornalista ed esperto si gioca sempre in studio una strana partita. La posta è l’assegnazione del titolo “al di sopra delle parti” assegnato all’esperto. Titolo che vale non solo reputazione personale e professionale all’esperto ma anche un brand utilissimo in seguito per l’ottenimento di finanziamenti.

Scientificamente parlando l’esperto al di sopra delle parti non esiste, il tema è molto più complesso ed interessante, ma dal punto di vista giornalistico il mito dell’imparzialità rende lo spettacolo della notizia molto più credibile. Rende vera la rappresentazione, scusate se è poco. Per cui il giornalista ha bisogno della legittimazione dell’esperto, per rendere vera la notizia, e l’esperto ha bisogno della legittimazione del giornalista per accrescere in prestigio e finanziabilità (fosse anche solo di una fondazione no profit).

È nel tipo di partita che si gioca tra i due soggetti che si comprende quanto la notizia che si forma è vera (cioè semplice nella comprensione ma complessa nell’interpretazione) o è un puro prodotto di marketing. Sulla vicenda del disastro nucleare giapponese nei tg italiani abbiamo visto una prevalenza di esperti ai quali, in studio, è stato immediatamente concesso dai giornalisti il titolo di “al di sopra delle parti”. I quali, guarda te il caso, hanno minimizzato quanto possibile, sterilizzato e tranquillizzato (ah, la funzione medica della scienza).

Eppure bastavano un paio di semplici domande, come non mancano nei banali talk show americani, del tipo “è favorevole o no al nucleare in Italia?”, “riceve o prevede di ricevere finanziamenti su progetti assimilabili al nucleare?” per capire l’impianto di convinzioni che muove un ragionamento tecnico. Ma per minimizzare e accusare di emotività il campo avverso va riproposto il mito dell’esperto al di sopra delle parti. Mito che, in pieno ventunesimo secolo (!), non è solo patrimonio della credulità popolare di centrodestra ma anche dell’opinione pubblica di centrosinistra. Alla quale è stata propinata l’imbarazzante intervista di Bianca Berlinguer all’esperto in studio a Rai 3.

Un’intervista in cui la domanda finale conteneva già la risposta: “l’incidente in Giappone è accaduto in una centrale nucleare di seconda generazione. Lei crede che una centrale di terza generazione questi incidenti si possano evitare?”. Messa così, lasciando all’ospite ogni possibilità di predeterminare i contenuti delle meraviglie del nucleare di terza generazione, non si tratta di una domanda ma di un assist.

Prontamente raccolto dall’esperto in studio il quale, dovendo rispondere ad una opinione di centrosinistra, ha sì prontamente raccolto l’assist generosamente offerto ma senza abusarne.
Qualunque piega prenderanno gli eventi giapponesi noi una certezza oggi ce l’abbiamo: abbiamo un sistema dell’informazione generalista generato da esigenze di propaganda, inadeguato alla portata e alla complessità degli eventi globali. E si tratta di un qualcosa che non si trasforma affatto con i cori delle voci bianche in piazza che leggono l’articolo 21 a difesa della libertà di informazione.

Si tratta di comportamenti che potevano funzionare vent’anni fa. Come la propaganda che governa oggi.

Fonte: SenzaSoste

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