L’Aquila, Mediterraneo

di Vittoria Cardilli*

Il Mediterraneo non è solo un concetto geografico. I suoi confini sono sfumati e indefiniti nello spazio e nel tempo, impossibili da delimitare nella storia o negli assetti amministrativo. Eppure, il richiamo prepotente del Mediterraneo coglie chiunque si soffermi a pensare alle vie che percorrevano i territori che su questo mare si affacciano e che da questo mare si addentrano nelle regioni che hanno visto fiorire la sapienza, la conoscenza, l’arte, il potere, la civiltà, le grandi religioni.

Da questa constatazione nasce uno stimolo continuo ad indagare le origini del Mediterraneo, ad esplorarne le evoluzioni ed il mistero delle sue diverse anime, delle similitudini  e delle incongruenze culturali che caratterizzano  Europa, Magreb e Levante.

Sono le città ad esercitare il maggior magnetismo, città nate spesso prima dei villaggi che le circondano anzi che esserne un’evoluzione. Città che hanno rappresentato  il centro della storia e dell’evoluzione politica o, ancora, il cuore e il mistero della religione.

L’Aquila è in questo senso città mediterranea, cuore della regione appenninica, che è “isola” lambita da due mari e penisola al tempo stesso, esempio unico di città nata per progetto, esempio di costante modernità e fortissimo spirito di libertà dei suoi abitanti, ferrei custodi al contempo della tradizione e del senso del sacro.

I cittadini, il popolo, lo spirito di un luogo si esprimono in modo immediato nel cibo, che anche per chi non sia in grado di comprendere la lingua parlata in un territorio, rappresenta un messaggio immediato, intenso e assimilabile.

E’ per questo che si vuole utilizzare qui il concetto di dieta mediterranea, come filo conduttore per un percorso di scoperta o riscoperta dell’anima dell’Aquila e del suo territorio, che dalla propria essenza mediterranea può trovare un senso e una spinta alla rinascita ed alla crescita. Ancora una volta.

La   dieta mediterranea il 17 novembre 2010 è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità.

Tale riconoscimento si riferisce ai beni culturali  non tangibili, che posti in relazione con l’ambiente circostante sia fisico che sociale, generano la formazione e l’elaborazione dinamica delle identità locali.

In tal senso la dieta mediterranea non è solo un modo di nutrirsi, ma è espressione di un intero sistema culturale, improntato, oltre che alla salubrità, alla qualità degli alimenti e alla loro peculiarità territoriale, ad una tradizione millenaria che si tramanda di generazione in generazione.

Essa rappresenta una risorsa di sviluppo sostenibile molto importante per tutti i Paesi del Mediterraneo, per l’incidenza economica e culturale che riveste il cibo nell’intera regione e per la capacità di ispirare un senso di continuità ed identità per le popolazioni locali.

Si fonda nel rispetto per il territorio e la biodiversità, e garantisce la conservazione e lo sviluppo delle attività tradizionali e dei mestieri collegati alla produzione. Le donne svolgono un ruolo indispensabile nella trasmissione delle competenze, così come della conoscenza di riti, gesti tradizionali e celebrazioni, e nella salvaguardia delle tecniche.

La dieta mediterranea trova peculiare espressione nella gastronomia aquilana, grazie al prezioso patrimonio naturale e culturale del territorio, caratterizzato da contesti ambientali, pratiche tradizionali e produzioni colturali conservatisi integri per secoli, ma oggi poco conosciuti o addirittura in pericolo di essere dimenticati.

La salvaguardia dei saperi tradizionali appare sempre più spesso come una risorsa vitale per affrontare un futuro in cui il “saper fare” appare sempre più condizionato dalla “de-materializzazione” della conoscenza. Il risultato è la scomparsa delle cose semplici, che erano in grado di assicurare un benessere a prova di integratori.  La tutela e la riscoperta degli antichi sapori  e delle tradizioni che li caratterizzano possono offrire un modo per prevenire e combattere le cosiddette malattie del benessere, per stimolare l’aggregazione e l’interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise  e, allo stesso tempo,  possono contribuire alla rinascita ed alla promozione del territorio e delle sue tipicità di eccellenza.

*Vittoria Cardilli, Presidente della Associazione A.CU.ME.

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