da Imola a L’Aquila

Due giorni per riflettere. Due giorni per conoscere.

di Giacomo Casadio su

http://www.nuovodiario.com/attualita.cfm?wid=8221, 10 mar.

Due giorni per portare allegria. Due giorni per non dimenticare. È questo il senso dell’esperienza degli 80 ragazzi che, guidati da don Beppe Tagariello, il 5 e 6 marzo scorso sono andati in visita a L’Aquila, a quasi due anni dal devastante terremoto che il 6 aprile 2009 ha sconvolto il capoluogo abruzzese.

LE TESTIMONIANZE
Sara Mancini (17 anni): «Quando penso a questa città mi viene in mente l’evento tragico che hanno dovuto sopportare quelle povere persone il 6 aprile 2009. In quella notte ogni loro certezza è caduta come il muro della loro casa, ogni loro sogno è stato sradicato da quei pochi 30 secondi. Ora il centro storico non è più impregnato di quei sorrisi e delle voci di persone serene, ora regna il silenzio. Un silenzio che però non è simbolo di calma, quiete, ma è un silenzio rumoroso in quanto ogni pietra, ogni muro caduto parla, sussurra e grida. Davanti a tutto questo mi sarei aspettata una reazione di rabbia, risentimento, tristezza, invece dentro ogni aquilano regna la speranza, l’ottimismo. Loro non si sono fatti abbattere dai quei 30 secondi, non sono crollati come i muri delle loro case, non hanno perso le speranze sulla loro città, anzi sono convinti che ne nascerà un’altra migliore di quella che hanno avuto. Hanno colto questo evento come una seconda possibilità, come un qualcosa che ha fortificato il rapporto già esistente tra loro. Ora gli aquilani sanno che, in caso di bisogno, il vicino è pronto a venire in loro aiuto, cosa di cui noi non potremmo mai avere la certezza»
Giulia Cassani (17 anni): «Alla partenza la curiosità era tanta. Volevo verificare con i miei occhi che cosa fosse cambiato a distanza di un anno dalla nostra ultima visita. L’Aquila non è cambiata. Tutto tace. Il centro storico è ancora in silenzio, un silenzio totale, assoluto, lievemente turbato solo dal suggestivo rintoccare delle campane al nostro arrivo. Mi domando come sia possibile continuare a trascurare la situazione degli aquilani, cittadini delle macerie, privati ormai di un’identità sociale. Loro però stanno cercando di rialzarsi, uniti proprio dal tragico dramma che li ha colti, da quei trenta secondi. Li ammiro molto.
La nostra visita è stata utile per fare capire a tutti che prima della città bisogna ricostruire i cittadini, ma le due cose sono inscindibili: se gli aquilani stanno riuscendo a ricreare una comunità da soli, o comunque con pochissimi aiuti, non possono sicuramente riedificare un paese senza un sostegno. Ognuno di noi è tornato cambiato da questo breve, ma intenso viaggio, le amicizie si sono consolidate e approfondite. D’altronde come poteva essere altrimenti? Condividere un’esperienza del genere lega inevitabilmente le persone fra loro».
Ilma Romeo De Blasi (18 anni): «Mi ha molto colpita vedere la città e ascoltare le testimonianze. Noi non viviamo in prima persona quel dolore, ma possiamo vedere la realtà che ci circonda e renderci conto che potrebbe accadere a noi in qualsiasi momento. Mi sono posta molte domande. Sono rimasta stupita e sconcertata per come le persone possano avere ancora così una speranza dopo tanto dolore subito. Io non sono credente,  ma, riflettendo su cosa avrei fatto io in una situazione del genere, mi sono resa conto che non sarei riuscita a risollevarmi. La fede è ciò che unisce, rafforza e rassicura tutte queste persone addolorate ed è una cosa meravigliosa».
Andrea Miszerak (17 anni): «Mi ha colpito la felicità e la serenità dei ragazzi che ci hanno raccontato la loro esperienza. È stata una dimostrazione di fede enorme. Dopo un avvenimento del genere io mi sarei chiesto perchè Dio può permettere tutto questo dolore. Loro invece sono la testimonianza di una fede che ha uno spirito positivo».
Alessandra Mainetti (20 anni): «Pretendiamo sempre che Dio faccia, risponda alle nostre chiamate, alle nostre esigenze, alle nostre lamentele e risolva i nostri problemi. In realtà Dio ci dà delle occasioni: sta a noi coglierle. E, nel terremoto, Dio ha dato a L’Aquila l’occasione di unirsi nel profondo, nonostante il dolore. A noi che siamo andati ha offerto l’occasione di renderci conto di quanto siamo fortunati. Dobbiamo davvero ringraziare ogni giorno per ciò che abbiamo, anche per le cose che ci paiono più ovvie: un paio di pantaloni, un computer, la scuola, un amico, una spalla su cui piangere, una casa, una famiglia».

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1 Response to “da Imola a L’Aquila”


  1. 1 Daniela 31 maggio 2011 alle 21:36

    Grazie x quello che avete scritto di noi aquilani,non è facile comprendere se non si è visto con i propri occhi.
    Il centro è silenzioso ma è immensa la voglia di farlo tornare a vivere!


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