L’Aquila, Pompei e altri restauri

SUI DANNI AL PATRIMONIO ARTISTICO DERIVANTI DA UNA CULTURA MONODIREZIONALE

di Ettore Maria Mazzola (su “il Covile, nov. 2010)

La cupola della Chiesa delle Anime Sante di L’Aquila dopo il crollo generato dal sovraccarico e irrigidimento delle strutture operato in fase di restauro: si noti che lo squarcio nelle murature ha evidenziato la presenza delle catene in legno impiegate dal Valadier nella costruzione … tecnica totalmente ignorata dai recenti “restauratori”.

E così è venuto giù un altro pezzo del nostro patrimonio: la Schola Armaturarum di Pompei, una costruzione dal volume semplice, costruita
in opus mixtum di tufo e laterizio, che grazie agli scavi di Vittorio Spinazzola (1910-23), era stata restituita all’umanità dopo quasi 2000 anni di oblio conseguente l’eruzione del 79 d.C.
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Subito dopo il crollo, l’ANSA aveva battuto la notizia dicendo:
“secondo quanto si apprende dalla Sovrintendenza le cause del crollo possono essere attribuite al peso del tetto in cemento armato della palestra stessa. La casa, infatti, fu bombardata durante la Seconda guerra mondiale e la copertura è stata rifatta tra gli anni ’40 e gli anni ’50. È probabile – fanno sapere dalla Sovrintendenza – che le mura antiche, dopo anni, non abbiano più retto al peso del tetto”.
Nella mia lettera aperta – pubblicata su una decina di blog italiani all’indomani del crollo – avevo stupidamente sperato che il crollo della chiesa delle Anime Sante di L’Aquila e quello della Torre Medicea di Santo Stefano in Sessanio, avessero aperto gli occhi a chi “sovrintende”, e che quindi non si sarebbe più dovuto rimpiangere i nostri monumenti a causa di crolli generati da restauri sbagliati, ovviamente mi sbagliavo … e ovviamente il caso della Schola Armaturarum non può ritenersi l’ultima di queste tragedie.
Dà rabbia leggere quanto è stato pubblicato sui giornali, ed è stato dibattuto in televisione, a proposito del crollo pompeiano. Gli italiani hanno dovuto assistere inermi ad un vergognoso battibecco da pollaio, in cui i politici dei diversi schieramenti hanno menato il can per l’aia, nel
vano tentativo di farsi belli davanti all’elettorato: “è colpa del ministro attuale!” “No è colpa dei ministri della sinistra che hanno operato male facendo incancrenire la situazione!” Ciò che è sfuggito ai nostri politici, e ai loro “scriba”, è che, mentre loro approfittano cinicamente di queste situazioni per fare la loro campagna elettorale, la cricca, che è la reale responsabile di questa situazione preoccupante, continua imperterrita per la sua strada! Come infatti ha ammesso anche la Soprintendenza Archeologica di Pompei, la “responsabilità va fatta ricadere sull’errato restauro in cemento armato che aveva sovraccaricato la struttura!” Il problema è ben noto a tutti da anni, è non è neppure il primo caso visto che il Prof. Marconi racconta, spesso e malvolentieri, della sua triste esperienza Pompeiana relativa alla Casa delle Nozze d’Argento, ove l’Oecus Tetrastilo venne a subire una sorte simile a quella della Schola Armaturarum, grazie all’ottusità della sovrintendenza che si rifiutò di far realizzare (con soldi stranieri per giunta) la sostituzione, con una struttura lignea, di quella in c.a. eseguita negli anni ’50… motivo del diniego?
Sarebbe stato un falso storico!
IL DIBATTITO SANO
In questi giorni, sul suo blog De-Architectura, Pietro Pagliardini ha denunciato l’ennesimo scempio in corso nella sua Arezzo, dove la Fortezza Sangallesca è oggetto di “restauro creativo” da parte di professionisti locali che, sotto l’egida della Soprintendenza, stanno provvedendo a ricostruire con una struttura posticcia (curtain-wall) la porzione di un bastione: evidentemente, per questi “tecnici illuminati” l’uso del mattone, nella città le cui mura furono menzionate da Vitruvio come il primo esempio romano di utilizzo della muratura piena di mattoni, probabilmente era troppo scontato! Già all’indomani del crollo di Pompei tutti i blog sull’architettura in Italia si erano scatenati, raccogliendo centinaia di post e commenti, pro e contro, un determinato modo di approcciare il cantiere di restauro. Succede che, quando si dibatte sui blog, chiunque sia legittimato a dire la propria, e questo nella maggioranza dei casi è un bene! Tuttavia, quando il discorso si fa tecnico, chi partecipa al dibattito animato dall’ideologia, raramente accetta il parere di chi invece possa essere motivato dalla sua esperienza pratica di
cantiere. Del resto, viviamo nel Paese dove tutti si credono ingegneri e allenatori della Nazionale di calcio e, diceva Pirandello, così è se vi pare! Questa situazione fa sì che i discorsi divengano infiniti, nessuna delle parti in gioco riesce ad ammettere “ok, mi ero sbagliato!” E allora si gira e rigira la frittata, pur di dimostrare di aver ragione anche davanti all’evidenza del contrario; finché, per sfinimento, una della due parti (spesso quella nel giusto) abbandona il ring … ma agli ignari lettori il dubbio rimane. Il rischio di questa “resa” è che essa possa venir letta come la conferma del fatto che il “restauratore filologico” – quello vuole ripristinare tutto com’era e dov’era, e con gli stessi materiali adoperati all’origine – sia mosso semplicemente dalla sua ideologia, mentre il “restauratore creativo” – o il suo sostenitore – sia invece colui che, per onestà intellettuale e storicista, vorrebbe attualizzare il monumento. Alimentare questo dubbio, in un’epoca in cui il livello di ignoranza in materia di restauro è ai massimi storici, è quanto di più sbagliato possa avvenire.
Sarebbe invece il caso di ammettere che i vari Brandi e Pane si sbagliavano, e che aveva ragione Ceschi quando a proposito dei palazzi genovesi e del campanile di Venezia difendeva la “falsificazione della storia” a vantaggio del bene e del bello comune, e soprattutto aveva ragione quando sosteneva che il restauro debba essere sempre affrontato caso per caso. In vista di una vera campagna di salvaguardia del nostro patrimonio, sarebbe doveroso un mea culpa da parte delle Soprintendenze e, prima di loro, da parte delle eminenze grigie che dalle cattedre universitarie impongono i loro dogmi. Spesso, tra l’altro, molti dei docenti che pretendono di insegnare come restaurare, non hanno alcuna conoscenza della pratica, e devono le loro conoscenze ai soli libri sulla Teoria del Restauro, spesso datati! Se poi pensiamo che, la maggioranza di chi detiene il bastone del comando all’interno delle Soprintendenze, possiede una laurea in Lettere Classiche e/o Beni Culturali, ignorando in toto il processo costruttivo e la tecnologia dei materiali da costruzione, appare ridicolo che lo Stato riponga fiducia assoluta in un Ente ignorante in materia tecnica. Ebbene, penso che si debba necessariamente dare qualche chiarimento.
. IL CEMENTO … SE LO CONOSCI LO EVITI!
Il cemento è un pessimo materiale per il restauro, chi lo ha inventato non poteva conoscere i suoi effetti collaterali nel medio-lungo termine, tuttavia la Carta di Atene del ’31 ne impose il suo utilizzo, e quello dei materiali sperimentali, nel restauro dei monumenti … si ritenevano utili perché più resistenti … inoltre consentivano di riconoscere l’antico dal nuovo. Prima di addentrarmi in discorsi chimici – ovviamente semplificati per essere accessibili a chiunque – voglio ricordare un dato fisico, ben noto sin dagli albori di questo materiale, che riguarda il suo peso rapportato a quello delle murature tradizionali. Mentre una muratura tradizionale pesa in media 1700-1800 Kg/m3, una muratura in cemento armato ne pesa 2500! Va da sé che, se una muratura venne dimensionata (anche gli antichi facevano i loro valutazioni, pur su basi geometriche e proporzionali) per reggere un solaio ligneo, il cui peso va dai 32 ai 50 kg/m2, è ben difficile che oggi possa reggere un solaio latero cementizio, il cui peso oscilla tra i 250 e i 300 kg/m2!

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Ciò che non viene raccontato del cemento è il perché esso tenda a deteriorarsi in tempi molto brevi se raffrontati a quelli delle malte tradizionali. La causa di disgregazione di una pasta di cemento può essere provocata da cause sia interne che esterne: nel primo caso la disgregazione si produce in tutta la massa, che si altera profondamente
in tutte le sue parti; nel secondo l’alterazione si manifesta inizialmente solo in alcuni punti della superficie, e procede poi verso l’interno.

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Una certa influenza su deterioramento è data da fattori di origine fisica (calore eccessivo, gelo) e chimica (azioni di acque aggressive, capaci di provocare fenomeni di dilavamento e di rigonfiamento) … non volendo annoiare con discorsi troppo tecnici, lascio al lettore la possibilità di comprendere da sé per quale motivo la soprintendenza e i politici, per il crollo di Pompei abbiano accusato le piogge! Finora ho descritto il problema limitandomi al cemento; il discorso però andrebbe fatto per quello che è il materiale che viene adoperato nei cantieri: il calcestruzzo armato, ovvero un composto di cemento e inerti, rinforzato con barre di acciaio, cui spesso e volentieri vengono addizionate sostanze chimiche, (molto tossiche), che servono a ritardare o accelerare il processo di presa e indurimento e/o altro. Ovviamente, per renderle solidali con le preesistenze, le strutture in c.a. vengono opportunamente “ammorsate” nelle murature originarie, ragion per cui, nel caso dell’uso del c.a. nei cantieri di restauro, risulta necessario fare delle piccole (o grandi) demolizioni per realizzare gli ancoraggi tra le vecchie e le nuove strutture. C’è da dire che, mentre le strutture antiche hanno la capacità di adattarsi gradualmente ai vari cedimenti, assestandosi e mai collassando,
le strutture in c.a. risultano estremamente rigide e indipendenti dalle strutture originarie, sicché, come si è visto a L’Aquila, in caso di sisma queste strutture tendono a partire per la tangente, schiantando a terra ciò che le sosteneva! Non occorre avere una laurea in chimica per sapere che il carbonato di calcio, CaCO3, è il peggior nemico del ferro, va da sé che qualche problema all’interno di una struttura in c. a. poteva essere immaginato da chi la teorizzò.

Per quanto riguarda il calcestruzzo, un problema molto serio è quello della carbonatazione
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L’influenza della carbonatazione non è però limitata al ritiro. Ma anche alle notevoli conseguenze per quanto riguarda la corrosione delle armature in acciaio.

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Pertanto, ai fini della durevolezza, si richiede che il copriferro esposto all’aria risulti di spessore adeguato, e l’impasto abbia bassa porosità … ma spesso e volentieri chi costruisce lo fa e basta, e se ne frega di tutte queste precauzioni.

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In aggiunta ai fenomeni descritti, e ormai ben noti, ce n’è un altro silente e terribilmente dannoso per il calcestruzzo armato, si tratta di un fenomeno quasi sconosciuto e poco studiato: l’inquinamento acustico! La costante vibrazione delle strutture in c. a. sollecitate al rumore crea un lento ed inarrestabile processo disgregativo all’interno delle strutture che, nel tempo, tendono a perdere del tutto le loro capacità meccaniche!
Concludo questo paragrafo ricordando che, peggio del calcestruzzo si comportano i materiali chimici adoperati nei cantieri di restauro, per esempio le resine epossidiche le quali, benché finalmente bandite, continuano imperterrite ad essere adoperate dai restauratori senza cultura!
. RIFLESSIONI SULLO STATO ATTUALE.
La maggioranza della classe docente, dei responsabili delle Soprintendenze, e dei professionisti che operano nel settore del restauro sono “cresciuti a pane e cemento armato”, sicché non conoscono altra possibilità che quella. A questo limite culturale va aggiunto il problema, prettamente italiano, generato dalla teoria del Falso Storico. Questo presunto “reato” induce – chi interviene e/o sovrintende ai lavori – a mettere alla base dell’intervento un approccio ideologico, fondato sui contenuti delle Carta di Atene e Venezia, così si dà per giusta la necessità di differenziare il nuovo dal vecchio, e opta per la“conservazione” del bene piuttosto che per il suo “restauro” … anche se poi, lo abbiamo visto,
questa conservazione dura molto poco. I crolli di Pompei e L’Aquila, e quello della Torre Medicea di Santo Stefano in Sessanio – tutti edifici mal restaurati (addirittura consolidati!) ad opera delle soprintendenze – lasciano supporre che, presto o tardi, verranno seguiti da altri eventi simili, a meno che non si provveda sollecitamente a rimuovere le strutture “moderne” insistenti su quelle antiche. Ma per far questo risulta necessario rivedere al più presto il modo di affrontare, ed insegnare, il restauro dei monumenti, a partire dalla necessità di abbandonare il “falso” problema della “falsificazione” che ci ha indotto all’uso di materiali e soluzioni aliene ai monumenti stessi. La situazione non è dissimile da quella che lamentava, alla metà dell’800 nelle sue Conversazioni sull’Architettura, Viollet-Le-Duc; epoca in cui l’Academie des Beaux-Arts imponeva il solo studio del linguaggio Classico e Neoclassico. Il suo dubbio può essere riassunto in questa frase: se non diamo la possibilità ai nostri architetti di conoscere l’architettura gotica, chi potrà prendersi cura del patrimonio architettonico francese?
La differenza sostanziale è che, i fin dei conti, gli “accademici” francesi producevano edifici duraturi, benché lontani dall’architettura francese, mentre noi oggi non facciamo più nemmeno quello!
Chiudo citando alcune frasi illuminanti, tratte dalle Conversazioni di Viollet-Le-Duc, poiché esse sono da considerarsi una sorta di testamento morale, testamento sul quale occorre ancora oggi riflettere a fondo. Queste frasi, infatti, potrebbero essere state scritte in questi tristi giorni, durante i quali piangiamo la perdita della Schola Armaturarum, e assistiamo inermi allo scempio della Fortezza di Arezzo.
☞ Sulla libertà dell’Arte:
“le arti si sviluppano in modo attivo quando sono, per così dire, solidamente legate ai costumi di un popolo e ne costituiscono il linguaggio sincero. Esse declinano allorquando diventano una specie di cultura privata; allora gradualmente si rinchiudono nelle scuole e si isolano; ben presto adottano un linguaggio che non è più quello della massa. L’arte allora diventa un estraneo che talvolta viene accolto senza che si associ alla vita quotidiana. Si finisce con il farne a meno perché più di impiccio che d’aiuto; pretende di governare e non ha più sudditi. L’arte può vivere solo se libera nella sua espressione, ma sottomessa nel suo principio; perisce quando, al contrario, il suo principio è misconosciuto e la sua espressione ridotta alla schiavitù”.

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☞ Sulla necessità di conoscere la tradizione per progredire:
“è necessario riunire la più grande quantità di materiale possibile, per conoscere quanto è stato fatto e approfittare dell’esperienza acquisita; poiché è importante non passare il tempo ricercando la soluzione di problemi già risolti, e partire sempre dal livello raggiunto”
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☞ Sull’esterofilia degli architetti:
”se ci teniamo a possedere un’architettura della nostra epoca, facciamo innanzitutto in modo che tale architettura sia nostra, e che non vada a cercare le sue forme e le sue disposizioni ovunque fuorché in seno alla nostra società. Che i nostri architetti conoscano gli esempi migliori di ciò che è stato compiuto prima di noi e in condizioni analoghe; niente di meglio se a tali conoscenze associano un metodo valido e uno spirito critico. Che sappiano come le arti anteriori hanno costituito l’immagine fedele delle società nel cui ambito si andavano sviluppando”
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ETTORE MARIA MAZZOLA

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