tra ricostruzione e restaurazione

L’Aquila e i suoi teatri due anni dopo il terremoto
di Daniele Milani

Teatri d’emergenza: lo Stabile e le altre realtà aquilane

Una delle caratteristiche delle emergenze è che, al di là delle modalità che si scelgono per affrontarle, l’individuazione dei bisogni è estremamente facile. Questo, un po’ paradossalmente, rende sicuri, fa veri voglia di muoversi, di fare. Ci si sente come se, pur dovendo affrontare un mostro gigantesco, non si avesse alcuna soggezione nel guardarlo fisso negli occhi.
Tutto questo non è né giusto né sbagliato: semplicemente, siamo fatti così. Fino a quando questo atteggiamento non viene strumentalizzato.
Parlare oggi, a quasi due anni dal terremoto, della situazione dell’Aquila vuol dire affrontare un groviglio di problemi estremamente vasto e complesso, una melassa terribile che, passata l’emergenza, invoglia all’immobilità.

Per chi vive lontano dalla città, non è facile capire una situazione che, per i suoi abitanti, è diventata normale, ma che forse tanti ignorano.
La cosiddetta «ricostruzione pesante», quella che dovrebbe riguardare la totalità del centro storico, la maggior parte del patrimonio monumentale e la totalità delle abitazioni private che hanno riportato danni gravi alle strutture, praticamente non è ancora iniziata. Questa «ricostruzione pesante» riguarda all’incirca il 70% della città. Insomma, a parte qualche isolata eccezione, la maggior parte degli edifici.
In particolare, per quanto riguarda i teatri, che come è facile immaginare non sono in cima alla lista delle priorità, gli interventi fin qui effettuati si sono limitati al semplice puntellamento. I tempi previsti per la riapertura sono un mistero per tutti, in primis le istituzioni che li gestivano.
Per un semplice cittadino, anche se armato di buona volontà e impegno, inoltrarsi a cercare le cause di questo stallo è impossibile. Però è certo che i tempi per l’inizio di alcuni lavori si stanno allungando in maniera incomprensibile e non certo per la cattiva volontà degli aquilani.
Per quanto riguarda le attività teatrali, il Teatro Stabile d’Abruzzo ha ripreso la stagione, in maniera poco più che simbolica, in un piccolo auditorium di 150 posti; la stagione di teatro ragazzi dello Stabile d’innovazione dell’Uovo sta per riprendere in uno spazio parrocchiale di fortuna. Sono iniziative che potrebbero apparire lodevoli nonostante le ristrettezze, se non venisse seriamente il dubbio che, dietro le apparenze, le istituzioni si siano abituate in fretta allo status di terremotate, gestendo accuratamente le deroghe concesse dal ministero.
Le piccole realtà cercano faticosamente di riprendere l’attività, arrangiandosi come facevano prima del terremoto, ma in un panorama ancora più complicato e desolante. Unico piccolo segnale di sostegno, ancora tutto da verificare, un bando regionale uscito il 19 gennaio 2011 «a sostegno della coesione sociale nell’area del cratere».
Ci sono piccoli tentativi, confusi e maldestri, di rappresentazioni nelle scuole da parte di tutti, stile far-west. La qualità dell’offerta è a dir poco discutibile, ma per giustificare le carenze il sisma può essere un alibi straordinario, quasi inattaccabile.
La programmazione estiva della cultura meriterebbe un approfondimento a sé. Già prima del sisma, contava purtroppo su una consolidata tradizione di improvvisazione, pasticci, estemporaneità e in alcuni casi di avvisi di garanzia con rinvio a giudizio e condanna da parte della Corte dei Conti, per una gestione «allegra» degli eventi nella giunta comunale precedente a quella attuale (a cominciare dallo scandalo della grande festa aquilana, quella della Perdonanza).
Uniche eccezioni, alcuni eventi in campo musicale: un’iniziativa delegata, dopo il terremoto, soprattutto alla generosità dei singoli artisti, come Fiorella Mannoia e Roberto Vecchioni, che l’estate scorsa hanno donato spontaneamente e in forma gratuita i loro concerti alla popolazione colpita dal sisma, dimostrando una sensibilità che non è passata inosservata ai cittadini.
Naturalmente tra l’estemporaneità della programmazione e la malagestione che porta all’intervento della magistratura bisogna fare le dovute distinzioni: ma non si può fare a meno di notare che il terremoto, per quanto riguarda la prima, ha consolidato la tradizione. Aumentano dunque i dubbi: all’Aquila, nel settore dello spettacolo, è davvero opportuno ripartire da ciò che già c’era?

E’ cambiato tutto, ma non cambierà nulla…

La situazione è oggettivamente difficile. Oggi vivere e lavorare a L’Aquila è molto più triste e complicato che in altri parti del paese, che già non se la passano bene. Però l’emergenza rischia di diventare un alibi per strumentalizzare la situazione a vantaggio di chi preferisce gestire la decadenza della città piuttosto che affrontare davvero i problemi. E da operatore culturale, fa male vedere tutte le occasioni che si sono perse.
Il sisma c’è stato, punto. C’era un’opportunità: utilizzare la ricostruzione per ripensare ciò che non funzionava e ricostruirlo meglio, anche se tra mille difficoltà. Tutto questo non sta avvenendo e non avverrà. Per quanto riguarda il teatro, questa scelta porta a conclusioni folli.
L’Aquila era, prima del sisma, una città di 70.000 abitanti con ben tre istituzioni teatrali di rilievo nazionale: Teatro Stabile d’Abruzzo, ATAM, Teatro dell’Uovo. Intorno a loro, una galassia di compagnie teatrali professioniste piccole e piccolissime. Dati alla mano, c’era una vistosa sproporzione tra numero di abitanti e offerta culturale. Sovrabbondanza? Magari!
Solo la possibilità di moltiplicare consigli d’amministrazione e falsi posti di lavoro in segreterie, magazzini, eccetera. La maggior parte dei fondi erogati per quelle istituzioni non servivano alla produzione culturale.
In realtà, nessuna di queste realtà se la passava bene. Nessuna istituzione aveva i bilanci a posto, nessuna riusciva a produrre opere capaci di incidere a livello nazionale, se non tramite operazioni di pura facciata: vedi la produzione della compagnia di Gassman, che poi all’Aquila non ha avuto nemmeno la decenza di concedere il debutto nazionale del suo spettacolo. Su Alessandro Gassman e sulla sua rocambolesca fuga dalla direzione del TSA per approdare a quella dello Stabile del Veneto, qualche settimana dopo la sua partecipazione a una puntata di Porta a Porta durante la quale aveva giurato che sarebbe stato in prima linea nella ricostruzione della città, è meglio sollevare un velo di pietoso silenzio: infatti l’hanno steso tutti, per evitare l’imbarazzo di giustificare la scelta di un direttore venuto da lontano, che non ha mai avuto davvero a cuore il territorio, che davanti alle difficoltà ha capito in fretta che aveva «Un grande avvenire… altrove!» e che ha utilizzato i fondi dell’ente per produzioni che al territorio hanno lasciato poco o niente: poco più del quadretto appeso in una presidenza che recita: «Biglietto d’oro AGIS».
Oggi chi è il direttore del TSA? Possibile che, dopo un anno e mezzo, ancora non ci sia un nome? E se c’è, visto che certi programmi ministeriali devono portare la sua firma, perché non viene presentato ufficialmente?
Nel frattempo, tanti lavoratori dello spettacolo della città facevano (e fanno) la fame. Fin qui, comunque, un copione già visto e sperimentato anche altrove.
Ma è davvero possibile pensare di dover ricostruire tutto questo? Un sistema che faceva acqua da tutte le parti e che da trent’anni era ad esclusivo uso e consumo di piccole lobby di potere locali?
Il più grande fallimento della ricostruzione aquilana sta nel fatto che tutti si sono affrettati a rispondere di sì.
I politici, si sa, ragionano da politici: e, almeno qui, non se n’ è mai visto uno che avesse la voglia e le capacità per mettere ordine in una situazione vischiosa come quella teatrale.
Nell’unica riunione di operatori culturali della città convocata dall’assessore del comune e non riservata alle suddette lobby, la parola d’ordine fatta circolare è stata: prima di tutto, rimettiamo in piedi tutto ciò che c’era prima e com’era prima. Questo significa concedere, ancora prima che i finanziamenti, la capacità decisionale a persone che hanno almeno sessantacinque anni, che hanno in alcuni casi storie discutibili alle spalle e che non hanno né la voglia, né le energie, né (ormai) le capacità, per sforzarsi di capire come riorganizzare un settore che già prima del terremoto era allo sbando. Vuol dire scegliere la Restaurazione e non la ricostruzione. Vuol dire sforzarsi di ricostruire il fallimento.
Qualcuno potrebbe obiettare che riorganizzare il settore non toccherebbe agli enti locali, ma a istituzioni più grandi, ministero e parlamento per primi. Giustissimo.
In questo senso infatti, era stato fatto qualche timido tentativo , ma è subito naufragato. Salvo Nastasi e Sandro Bondi avevano proposto e fortemente auspicato una fusione tra TSA e Uovo: ma il progetto si è arenato soprattutto per l’opposizione degli operatori locali, spalleggiati dai politici. Era una proposta sbagliata? Partiva da logiche semplicistiche e non avrebbe risolto nulla? Può darsi, fatto sta che non è stata rifiutata per mettere in campo un’alternativa migliore, ma solo per tornare al vecchio, per non intaccare gli interessi di alcuni privilegiati.
A questo punto viene da domandarsi: la situazione dell’Aquila è poi tanto diversa da quella del resto del paese? Per quanto riguarda il sisma certamente sì, e tuttavia una situazione così drammatica renderebbe ancora più urgente la ricerca di soluzioni necessarie al sistema teatrale in generale.
Anche su scala nazionale, L’Aquila avrebbe potuto offrire una straordinaria occasione per sperimentare formule nuove. Si è deciso di perderla.

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www.aboccaperta.it

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