L’Aquila che ho visto io

di  Claudia Acquistapace da Facebook , 4 gennaio 2011
E’ proprio bello tornare a casa la sera. La tua casa, intendo. Quando rientri c’è quel calore familiare, quel pavimento su cui hai camminato, quel mobile, la porta, e poi le tue cose. Il tuo letto, i libri, la bottiglia, le ciabatte.

si, un pò di disordine, ma insomma poi metterò a posto.

Sono di rientro da L’Aquila e provo a pensare a qual’è la cosa peggiore che ho visto oggi. Credo per me siano stati i pavimenti. Entrare nella casa di Paola e vedere quei bei pavimenti di legno chiaro: quando penso alla mia casa io li vorrei così i pavimenti, e vederli lì, coperti di polvere, ma in buono stato, come se ci si fosse camminato fino a un attimo prima, un attimo di due anni fa. Sembra assurdo, ma mi è venuto solo da pensare che non riscaldano più nessuno, che nessuno passa di lì, ci si siede, ci si mette a leggere un libro, a giocare col cane.

E la casa è, tutto sommato, in buono stato. Niente grossi crolli dentro, le scale perfettamente agibili, tanto che riesci anche ad andare sul terrazzo, per vedere la desolazione tutto attorno, in ogni direzione. Tetti sfondati, tegole che non ci sono più, interi palazzi che non ci sono più. Dall’alto si intuisce tutto, anche senza vedere. E poi il silenzio, il silenzio totale. Una città muta.

Una città in cui il tempo si è fermato al 6 aprile 2009.

Giriamo per i vicoli: mi colpisce una immagine banale, un orsacchiotto di peluche tutto sporco e vecchio, appoggiato sopra un insieme di tubi da impalcature. L’Aquila sta su con le stampelle, finchè dura. Ci affacciamo alle porte dove è possibile, e la maggior parte degli edifici è sventrata, con pali di ferro a distanza di venti centimetri l’uno dall’altro, che sorreggono tutta la costruzione: un dedalo di pali incrociati a formare uno scheletro per un edificio vuoto, interamente sventrato, crollato dentro.

Ci passa accanto una camionetta dell’esercito e Camilla mostra il suo lasciapassare, altrimenti non potremmo mai stare lì.

Si incontrano solo auto della polizia, militari e qualche cane.

E anche questo silenzio forzato, questa quiete sinistra ferma il respiro.

Andiamo avanti, circondati dall’odore di polvere e dal rumore dei nostri passi. Siamo adesso davanti a un ammasso di macerie di una casa crollata. Qui ci sono stati dei morti. Era impossibile salvarsi, ho pensato. Della casa non è rimasto niente, solo pietre in disordine. Poi, se mentre cammini osservi con attenzione, noti scarpe appoggiate al fianco delle strade, cd sparsi per terra, oggetti, oggetti di uso comune fuoriposto, che puoi solo immaginare come siano finiti lì.

E le strade.. le piccole stradelle sono intatte. Si cammina bene sul ciottolato del centro storico. Anche lì non si capisce dove sia finita la vita: sembra evidente che fino a poco prima qualcuno c’è passato, non sembra possibile siano già passati due anni.

Due anni.

In due anni abbiamo riempito il centro storico di travi di legno e tubi di ferro che tentano disperatamente di sorreggere, di elastici che avvolgono palazzi per tenerli insieme: li abbiamo violentati, questi palazzi. Tutti, davvero tutti i palazzi hanno le travi alle finestre. Le facoltà. Storia, ad esempio, è una costellazione di pali vicinissimi, tra i quali non riesce a passare una persona. Una città scheletro.

Come se tutto questo potesse durare, rimanere fermo incastonato nel tempo, tutto fermo al 6 aprile fin quando non troviamo i soldi. Sarebbe bello fermare il tempo lì, ma il tempo non si ferma e fa il suo lavoro, e infatti le strutture non reggeranno. l’inverno con il gelo e la neve e poi il caldo, e i tetti si sfondano, quelli ancora rimasti, e le crepe si ingrandiscono, e i pezzi crollano nel silenzio di una città vuota.

E io penso a tutte quelle belle case, che ancora aspettano lì nella notte. Buie. Il Buio sovrasta tutto, avvolge tutto. In quante ci sono ancora oggetti? i mobili, i libri? i divani, i frigoriferi, tutto quanto. Quante case vuote. Quante vite separate, strappate via. Girando la città muta non ci sono alternative, lo si capisce subito. Da lì, da tutto questo centro distrutto, questa città morta, fermata nel tempo, bisogna ripartire. E bisogna vedere. Bisogna camminare in quelle strade per sentire, per riuscire a immaginare. E’ una questione di dignità. Ma non degli Aquilani, ai quali ovviamente lo dobbiamo, ma di dignità del nostro paese.

Camminando l’unico desiderio che si può avere è quello di poter fare qualcosa per fare tornare la vita. Ed è un sentimento di giustizia che sale, di solidarietà. Essere un paese unito vuol dire questo, vuol dire che quelle case sono le nostre, e vuol dire che siamo tutti a pagare tasse per riavere l’Aquila. Non ci sarebbe altro da dire, ma solo da tirare fuori i soldi e rimboccarsi le maniche. L’Aquila dovrebbe essere il simbolo dell’Italia che riemerge: dovrebbe essere una fucina di idee, per costruire con la migliore tecnologia, per recuperare uno dei centri storici più importanti d’Italia, per far largo ai giovani, per creare speranza e fiducia nel futuro. Questo dovrebbe essere, questo deve essere.

Adesso è solo il simbolo dell’Italia che siamo: piccola ed egoista, pronta nell’emergenza e incapace di guardare al di là del giorno dopo.

Io amo del mio paese quello che ho visto nei primi momenti del terremoto, quella vicinanza istantanea alla gente, quelle scene che non scorderemo mai. Io odio del mio paese gli affari, odio che la gente sia alla fine stata sradicata dai suoi luoghi senza una prospettiva, e sbattuta dentro a case asettiche e impersonali, e costretta pure a dire grazie.

Odio questo senso di sconfitta che ti pervade passeggiando tra macerie di una città moderna, odio questa rassegnazione del nostro paese, questo senso di disfatta. Mi viene voglia di fuggire e al tempo stesso di restare, per essere parte del cambiamento. Ma poi ad essere parte non riesci, e torni a desiderare solo di fuggire. Ma la città non può fuggire a farsi ricostruire in Germania, quindi forse è il caso che iniziamo a cambiare noi.

Claudia Acquistapace

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