la costruzione del tubo

Dalla Puglia all’Emilia Romagna il grande Tubo che bucherà l’Italia

di Jenner Meletti (da http://www.eddyburg.it)

Abbiamo costruito troppo lungo la costa: dicono che non c’è più spazio, che bisogna distruggere altrove per garantire lo “sviluppo”. La Repubblica, 5 dicembre 2011

CITTÀ DI CASTELLO (PERUGIA) – Ti parlano della foresta Macchia Buia come se fosse una figlia. «Ci si arriva solo a piedi, non ci sono strade. È bellissima. Ci sono distese di faggi e cerri dove incontri i caprioli, i cervi, il lupo e il gatto selvatico che si credeva estinto… Dicono che ci sia anche la lontra». Ma passerà anche qui, il grande Tubo, e taglierà una fetta di bosco larga 40 metri. Taglierà anche fette dell’Alpe di Luna e del Ranco Spinoso, interromperà fiumi e torrenti, scaverà gallerie nelle montagne. Si chiama «Rete Adriatica», questo grande Tubo, e porterà il gas da Massafra di Taranto fino a Minerbio di Bologna, 687 chilometri percorsi in gran parte sul crinale dell’Appennino, ultima zona quasi intatta d’Italia. Il progetto è della Snam rete gas spa, con la partecipazione della British Gas, presentato nel 2005. Il gasdotto porterà nel nord dell’Italia (poi forse in altri Paesi europei) il gas che arriva dall’Algeria e dalla Libia. «Noi abbiamo saputo di questo gasdotto – raccontano Stefano Luchetti e Aldo e Ferruccio Cucchiarini, dei comitati No Tubo di Città di Castello e Apecchio – leggendo un avviso sull’albo pretorio dei nostri Comuni. Era stato affisso per chiedere agli enti locali il riconoscimento della pubblica utilità dell’opera. Subito non ci siamo preoccupati. In fin dei conti un tubo che passa sotto terra, che male farà? Poi ci siamo informati. Questo tubo ha un diametro di 1,2 metri e va messo in una trincea cinque metri sotto terra. Ma ha bisogno di una servitù di venti metri per parte, insomma di una fetta di territorio di 40 metri. E serviranno, in molte zone montane, anche strade che permettano l’accesso delle ruspe e degli escavatori necessari ai lavori di sbancamento e alla messa in posa del tubo. Il nostro dubbio più grande è questo: perché si fa passare il tubo sul crinale appenninico, così delicato, e non sulla costa adriatica, dove già esiste un altro gasdotto?».

In effetti, il progetto iniziale prevedeva il raddoppio sulla costa, come avvenuto per l’altro gasdotto sulla costa tirrenica. Poi la Snam ha annunciato di avere riscontrato «insuperabili criticità» su quel percorso – come scrivono i Comitati di protesta in un esposto presentato alla Commissione europea – e ha deciso di deviare il grande tubo sull’Appennino. Ma qui i problemi si aggravano. «Il gasdottodice Stefania Pezzopane, assessore al Comune dell’Aquilasegue infatti la faglia del nostro terremoto ed entra poi in Umbria, sulla faglia del terremoto del settembre 1997. Noi abbiamo saputo in ritardo di questo progetto. La richiesta è arrivata infatti al Comune dell’Aquila il giorno 8 aprile 2009, due giorni dopo il grande sisma, quando ancora si cercavano i morti e i feriti. Avremmo dovuto dare risposta scritta entro trenta giorni, altrimenti il silenzio sarebbe stato interpretato come assenso. Ma in quei giorni il Comune nemmeno aveva una sede. Appena ripreso fiato, dopo i mesi della disperazione, l’anno scorso come presidente della Provincia ho firmato il ricorso alla Comunità europea. Adesso anche il Comune ha preso la stessa decisione, così come la provincia di Pesaro, quella di Perugia, i Comuni di Gubbio, Città di Castello e tante associazioni ambientaliste come Wwf e Italia nostra». In zona fortemente sismica è anche la prevista centrale di decompressione di Sulmona. «Occuperà un’area – dice Mario Pizzola, del comitato Cittadini per l’ambiente – di 12 ettari, vicino a zone abitate, e sarà un brutto biglietto da visita per chi entra nel parco della Maiella. Noi abbiamo già raccolto 1.300 firme per denunce individuali alla Comunità europea. È assurdo aggiungere rischi in un territorio come il nostro che già dovrebbe essere messo in sicurezza».

Nel documento inviato all’Europa si dice che il gasdotto ha ricevuto autorizzazioni parziali, e in alcuni casi scadute, per ognuna delle cinque tratte in cui è stato suddiviso, ma che manca una Vas, valutazione ambientale strategica che studi il progetto nel suo insieme. Si insiste sul fatto che il percorso attuale tocca i parchi nazionali della Maiella, dei monti Sibillini e del Gran Sasso – qui oltre ai lupi vivono anche gli orsi – oltre al parco regionale del Velino – Silente e 21 fra siti d’interesse comunitari e zone a protezione speciale, dal lago di Capaciotti ai boschi di Pietralunga. Luoghi come Macchia Buia o Alpe di Luna che rischiano di essere falciati, come un prato, dal grande Tubo.

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