la ricostruzione possibile

Il Modello di ricostruzione del Friuli in sedici punti
Di Roberto Dominici, già Assessore Regionale alla Ricostruzione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (2009)

Memori e grati della solidarietà ricevuta nel 1976, bene fanno la Regione, il Friuli e i friulani ad adoperarsi per l’Abruzzo colpito dal recente disastroso terremoto. Noi che siamo già passati attraverso l’emergenza e la ricostruzione post – sisma abbiamo il dovere, civico e morale, di mettere a disposizione la nostra esperienza per rendere meno difficoltoso il cammino straordinario delle comunità disastrate, ferme restando, ovviamente, le scelte che queste, nella loro autonome determinazioni, andranno a fare. Non è facile condensare in breve il cosiddetto “modello Friuli”.
Senza la pretesa di essere esaustivo cercherò di indicare i punti di maggiore rilevanza.
1. L’affidamento alla Regione dell’opera di ricostruzione e la possibilità per la Regione di ricorrere alla delega agli Enti Locali. Fu allora (legge 546/1977) una autentica novità nazionale. Ciò ha consentito di affrontare i problemi in modo più diretto, più immediato, più vicino alla gente. Tra Stato, Regione ed Enti Locali si è dato vita ad un rapporto triangolare che non ha determinato confusione di ruoli ma costruttiva collaborazione. E’ una scelta politica di fondo, con riguardo anche all’Abruzzo poiché, ai fini della ricostruzione, non è indifferente accentrare in organismi statali o decentrare alle istituzioni locali
2. Il ripristino dei settori produttivi. “Prima le fabbriche, poi le case, poi le Chiese…” per evitare che la perdita della casa, sommata alla perdita del lavoro, determinasse una nuova emigrazione
3. La ricostruzione dei paesi “dove erano” e “come erano” a significare la riproposizione dell’identità complessiva della comunità. Non è stata quindi seguita l’ipotesi delle ampie aggregazioni urbane che avrebbero comportato di fatto la cancellazione di diversi paesi
4. Il privilegiare l’opera di “riparazione” su quella di “ricostruzione” per quanto “tecnicamente possibile ed economicamente conveniente”
5. Il carattere “solidaristico” e non “risarcitorio” degli interventi. Per la “ricostruzione” non si fa riferimento all’entità fisica dell’immobile distrutto ma alle esigenze abitative del nucleo familiare. Per la “riparazione” è fissato un”tetto” di spesa. La politica della spesa è stata particolarmente attenta per evitare che l’eventuale insufficienza di mezzi finanziari potesse nel tempo compromettere i meno pronti ad intervenire cioè i più deboli
6. La ricostruzione intesa come “rinascita e sviluppo” e quindi non mero ripristino del danneggiato o distrutto
7. La valutazione geologica dei siti a fini di sicurezza e la pianificazione urbanistica con oltre 300 piani particolareggiati di ricostruzione approvati
8. La possibilità per il cittadino di scegliere autonomamente tra l’ “intervento pubblico” e quello “privato” (rapporto 1/3 e 2/3) per l’ intervento tecnico – operativo di riparazione o di ricostruzione
9. La figura del Sindaco funzionario delegato della Regione con riguardo agli interventi di edilizia abitativa. Il Sindaco riceve le istanze di contributo per la casa dai terremotati e, in base alla legge, e con la conoscenza delle cose locali, decide sull’accoglimento (complessivamente sono circa 100 mila le domande)
10. L’adozione del criterio di “flessibilità” legislativo per rispondere a una gamma assai articolata di “casistiche” riconducibili agli effetti del sisma
11. Il ricorso a procedure speciali non essendo pensabile che gli interventi, dopo una grande catastrofe, seguano vie ordinarie ovviamente fuori scala. Le nuove procedure, anche sostanziali, sono molte, attengono ai tanti aspetti della ricostruzione e sono state qui “inventate”
12. L’emanazione di Direttive tecniche da seguire negli interventi e la elaborazione di Prezziari di riferimento. Anche questo “costruito” qui per dare omogeneità agli interventi di riparazione e per determinare la spesa ammissibile a contributo
13. La fissazione di “priorità” di intervento per le case (1° casa) e per le opere pubbliche (urbanizzazione primaria)
14. La trasparenza degli interventi e la rendicontazione allo Stato dei fondi ricevuti per ciascun capitolo di spesa (quattro volumi presentati all’allora Presidente Pertini)
15. La costituzione di una struttura regionale speciale (segreteria generale, straordinaria) che occupandosi praticamente di tutto, ha evitato le lungaggini legate al passaggio da un ramo all’altro della Pubblica Amministrazione
16. Il ritorno alla normalità poiché la straordinarietà deve avere una conclusione ( sbaraccamento, ripristino aree prefabbricate, ecc)
Sul piano politico le forze politiche dell’epoca, per mantenendo ciascuna il proprio ruolo e la propria identità, hanno saputo costruttivamente confrontarsi sulla ricostruzione. Significativo è stato il rapporto Regione/Parlamentari che hanno fatto fronte comune nel patrocinare le istanze dello Stato.
Importanti strumenti partecipativi sono stati la Commissione Speciale per i problemi del terremoto istituita in Consiglio Regionale nella quale sono stati discussi tutti i temi rilevanti della ricostruzione, l’Ufficio Operativo Centrale quale organo di ausilio tecnico – politico, il Gruppo A che si è occupato delle più rilevanti problematiche tecniche, i Gruppi tecnici B sul territorio, le Commissioni Comunali (composte da maggioranza e opposizione) per l’esame delle domande dei cittadini.
Tutto questo potrà essere utile all’Abruzzo? Spero di sì con gli opportuni adattamenti.
Le cose più immediate da definire a mio avviso sono: realizzazione di alloggi prefabbricati perchè è illusorio risolvere il problema abitativo in pochi mesi (la ricostruzione richiede tempi di riflessione e tecnici); soggetto che avrà il compito della ricostruzione (Regione?Stato?).
Il resto viene subito dopo.
E’ importante anche il non farsi prendere la mano da “azioni demolitorie”. Prima di demolire è bene pensare.

ricostruzionefriulidominici.pdf

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