la regina delle trote

Riflessioni ad alta voce su una gita fuoriporta prima di Natale

di Luisa Nardecchia

Se a Roma c’è “La Parolaccia” o “Pasquino”, all’Aquila ci sono locali tipici altrettanto antichi, speciali per le caratteristiche tutte abruzzesi, un po’ ruspanti e primitive. Come non ricordare il buon vecchio “Corridore”, dove si andava divertiti con la speranza recondita di assistere a qualche macchietta involontaria da parte di “Ogna nera”! In questi posti non si mangiano pappette nouvelle cousine appoggiate pulitamente su pregiate stoviglierie. Qui bisogna avere denti per mordere, e se non si hanno, comunque devi amare l’aria verace della “stozza” aquilana, quella dei tempi dei giocatori dell’Aquila Rugby1936, che si dopavano co’ pa’ e frittata. La gita fuoriporta a Tempera, a mangiare le trote, era uno di questi divertenti pellegrinaggi. “Pellicola”, si chiamava allora, era un vivaio di fiume con vendita al dettaglio, te le pescavano davanti col retino, le trote, le mettevano in una busta di plastica e tu te ne andavi con la faccia soddisfatta e quella busta in mano che guizzava e si dimenava… Il rumore del sacchetto che si muoveva sotto al sedile della macchina, coperto dalle risate dei bambini, era una barbarie tollerata, nessuno se la sentiva di compatire le povere bestie, in virtù della bella festa che avrebbero regalato a tavola. Era un posto d’altri tempi, si mangiava con poche lire, si stava tranquilli. Qualche decennio fa il pavimento era fatto di tavole, sentivi l’acqua scorrere sotto, la vedevi, perfino, prima che la coprissero con le mattonelle di cotto. Nel locale, rustico ed essenziale, si mangiava e si guardava divertiti il padrone, “Pellicola”, che declamava sermoni dietro a un leggio con sopra un volumone della Bibbia, di fronte a un enorme camino.

Assunta, la moglie, gli ha dato in seguito un’impronta tutta donnesca, forte, imperiosa, che richiama un turismo speciale, strampalato e fai-da-tè. Al di là dei gamberi di fiume, delle trote al cartoccio e delle rane fritte, qui è l’antico che ti affascina, anzi, non l’antico, qualcosa di più: il vecchio, buono e consunto, crepuscolare e un po’ kitsch. Assunta è la regina delle trote, non si è creato un personaggio, lei “è” proprio così, semplicemente. Il regno di Assunta galleggia sull’acqua di un fiume magico, la Vera. Ci andai poco tempo dopo il terremoto, avrei voluto tanto rivederla, ma era chiusa. L’ho inseguita per qualche mese, non so perché, ma chiusa ancora. Poi a un tratto in agosto gira voce che c’è, si mangia. Naturalmente vado, l’interno è impraticabile, tutto puntellato, ma ci sono i tavoli fuori, la mosca e la falena, direbbe Gozzano. E’ stato come ritrovare un vecchio amico malandato. Assunta ha regole ferree e, terremoto o no, quelle rimangono tali: ti devi apparecchiare da solo, devi andare a prendere l’ordinazione, devi togliere via i piatti dopo ogni portata, insomma ti devi arrangià. E Assunta impedisce a qualsiasi donna presente di fare tutto questo. Devono farlo gli uomini. “Mójjeta te fa la serva tutto l’anno… quando vieni qui, sci ttu che la tà servì, se no vattene a magnà a ‘n atra parte!”. Ha un dialetto ncianfrico, Assunta, mezzo pescarese, mezzo aquilano, chissà. Bei signori distinti sorridono a quelle parole, un po’ imbarazzati, e obbediscono impacciati, come chi non sa apparecchiare e non sa servire, ma per gioco, per una volta, decide di farlo. Lei parla severa, senza repliche. Le donne sono felici, quando siedono qui, e anche chi viene con un’amica trova un uomo che la possa servire. “Non lo tè ‘n omo che te port’ a mmagnà? (le chiede scandalizzata) Ci penzo ji!!!”. E Assunta smista il traffico e dirige il servizio, trova una vittima che si accolla la donna “senza ome”, e che sta al gioco e porta il piatto con non poco divertimento. Assunta è femmina di una volta, dice pane al pane, vino al vino, non va per il sottile, bisogna stare attenti a come ci si muove o lei ti battezza coram populo, specie se sei maschio. Florida e piacente, mantiene i segni di una bellezza antica. Magnifica atmosfera, per le donne. Stai lì e mangi, divertita a vedere il tuo uomo o tuo figlio o comunque un maschio che ti serve: e tante volte lo fai a posta… “Mi prendi un altro tovagliolo?” “Opsss… un altro bicchiere per favore, vorrei assaggiare questo bell’acetello!”. Di tanto in tanto, si sente la vocetta stridula di Assunta che chiama dal banco: “Giovanniiiiii….. vétt a pijà lu piatt!”, grida, sottile e acuta. Ultimamente si è evoluta, per l’esterno usa un microfono con un altoparlante: “Andonioooooo…. Muovi il culo che si fredda la pasta!… “. Se vuoi il flambè te lo devi fare da solo: ti prendi il vassoio con le belle trote arrostite, i “prosperi”, e dài fuoco alle polveri. Tutto un altro sapore, a vederti svaporare la trota sotto il naso. “Giangarlooooooooo….!!!! Ma mo pure lu cane te sci purtat’? Mittil’ esso fòri se no non te faccio magnà né a te, né a lu can’!”. Tutti ridono, ma Assunta non lo dice per far ridere, è serissima. Qui le donne sono le regine: e se c’è una signora anziana, lei la coccola e a volte la serve di persona. Tutto ruota intorno alla locandiera, sapore antico, sapore di passato. Assunta non si arrende. Vive ancora sulla costa, viaggia tutti i giorni, ha riaperto “tagliando fuori” la zona danneggiata: l’enorme camino del vecchio Pellicola non ha retto, così è stato isolato dal resto della sala con un muro. Un paio di stufe a legna, non è cambiato granché. La neve, i ruscelletti, l’acqua della fontana… c’è aria di casa com’era prima, prima… … PRIMA.

Esco da lì e ho la meravigliosa sensazione di poter fare quello che facevo PRIMA: passeggiata in centro, caffè al Bar Nurzia, giro sotto i portici, casa mia. Luci calde, cappotti, la mia gente, così scorbutica ma “mia” perché è come me.

In certi posti il terremoto si è fermato dietro a un muro come quello di Pellicola, un muro che isola le zone impraticabili e lascia aperte le altre. Non ha cercato spazi nuovi e nuove luccicanti realtà consumistiche, si è affiancato alle macerie, dolcemente, pazientemente, docile come un mulo di montagna. In certi posti senti che puoi abituarti a convivere con le parti crollate, fingendo di non vederle, puoi guadagnare terreno a poco a poco, aggiustando mattone a mattone. In questi posti il terremoto è nascosto, isolato, cementato, rimosso, murato dietro. Sono i luoghi di chi è rimasto pur senza grandi mezzi, di chi ha scelto di continuare, perché non potrebbe stare in nessun altro posto che questo, e se ne infischia di promesse che non verranno mantenute: la zona franca sono loro. Solo in questi posti puoi dire che “il fatto” non è mai successo, anzi è successo ma chi se ne frega. E solo qui senti la voce di Fulvio che tuona come il primo giorno: “Pe’ fermamme, ju terramotu…. ME TÀ CCÌE!”.

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