spore di sprawl

di Marco Morante (da http://www.Eddyburg.it e www.laquilaemotion.it)

L’Aquila – Il fenomeno insediativo contemporaneo, frutto delle sconfitte dello zoning e della regolamentazione come unici strumenti per il controllo della forma del territorio, è la diffusione. Essa è comunemente definita “sprawl”, ‘dispersione scomposta’ con un alto consumo di suolo a fronte di una bassa densità abitativa (un disastro!), seppur ci sarebbe da discernere tra diffusione e dispersione (dove quest’ultima allude al dividere, al “mandare in parti diverse”) ché, a ben vedere, non sono proprio la stessa cosa.

Il fenomeno, dilagante anche in Italia come dimostrano ad esempio la città adriatica, quella campana come anche quella padana, è spesso non facilmente delimitabile assumendo dimensioni di area vasta o molto vasta. A tenerlo a freno i confini geo-morfologici, ad innescarne ed alimentarne la crescita le infrastrutture della mobilità, su tutte, unitamente all’assoluta inefficacia delle politiche urbane.

Partendo dalla constatazione per cui, per la forza del modello urbanistico-territoriale con cui era nata e cresciuta, L’Aquila era tutto sommato immune da tale fenomeno (seppur interessata da pessime periferie che sarebbe errato considerare diffuse), ciò che si intende dimostrare è l’innescarsi nella conca aquilana, in conseguenza delle azioni messe in atto per dare risposta all’emergenza post-sismica, di spore di inarrestabile proliferazione insediativa. Esse non sono ferme alle prime decisioni emergenziali, ma vanno alimentandosi l’un l’altra, nel tempo, dettate dalla contingenza piuttosto che da una intelligenza di pre-visione.

É un cane che si morde la coda e che, nel futuro, potrebbe mordere e mangiare tutto il resto.

Le rare virtù della configurazione della città-territorio aquilana e la scellerata scelta centrifuga del progetto C.A.S.E. come della Delibera Comunale 58/2009 grazie alla quale tutti i proprietari di case inagibili a causa del sisma sono stati messi nella possibilità di realizzare casette fai-da-te pressoché ovunque, da rimuovere dopo 3 anni, senza che per queste ultime vi sia stata la lungimiranza di definire aree che, quantomeno, evitassero la polverizzazione nel territorio.

Se a ciò si va ad aggiungere il decentramento delle funzioni amministrative e direzionali resosi necessario per l’inagibilità del centro storico con le zone ad esso limitrofe, l’aumento di traffico nel fascio stradale urbano di valle (da cui l’incremento esponenziale degli incidenti mortali nelle strade cittadine) e, non ultimo, l’inerzia e l’incertezza con cui vengono percepiti ricostruzione e processi di finanziamento ad essa correlati, è facile comprendere la crescita di attenzione ed interesse pubblici e privati verso una ruralità che si va sempre più urbanizzando.

Così si ragiona, mediante non meglio palesati processi progettuali, di dotazione di servizi delle aree C.A.S.E., sorgono cartelli di vendita di terreni prima difficilmente appetibili, capannoni prima in disuso sono oggetto di rifunzionalizzazioni e precoci occupazioni, nuovi capannoni vengono eretti come sedi di grandi imprese di costruzioni o di servizio alla ricostruzione.

Ciò che però, più di altro, segna in modo visibile a tutti la misura del sedimantarsi di un diverso modello di città (dall’estetica pedonale del centro alla tardiva “scoperta” dello spazio stradale) è la “rotonda” stradale.

Unitamente alle C.A.S.E. (Complessi, Antisismici Sostenibili Ecocomptibili), ai M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori), ai M.U.S.P. (Moduli ad Uso Scolastico Provvisori), ai M.E.P. (Moduli Ecclesiastici Provvisori), ai colori eccentrici ed intensi degli edifici riparati, alle casette alpine, americane o stile “Addams” (disposte nei luoghi più impensati), il terremoto ha accelerato l’introduzione di questo strumento di snellimento del traffico anche a L’aquila, città notoriamente “Immota”.

Tralasciando le modalità di inserimento nel contesto ed “abbellimento” dell’oggetto, oltre che l’assoluta mancanza del pur minimo ragionamento sulla natura spaziale degli interstizi stradali, ciò che interessa più cogliere è l’effetto “spora” che questi miglioramenti infrastrutturali (come e più degli altri già menzionati) producono in favore della diffusione urbana.

É come se si facessero portatori di una modalità insediativa vincente nei confronti della contingenza ma, allo stesso tempo, deleteria per il precedente modello insediativo che, resistendo per secoli, continuava a costituire il principale fattore di attrattività per la città.

Come tali miglioramenti viari facilitino la diffusione è facile da dimostrare, riducendosi con essi i tempi di connessione tra il centro (che in questo caso è ancora meno concentrato che nel pre-sisma e smembrato tra le prime espansioni del centro storico e le aree industriali) e la periferia. E’ facile peraltro riscontrare nelle città diffuse più consolidate quanto esse siano in diretta relazione con la capacità infrastrutturale, come già si diceva.

Come il consolidarsi della “ciambella insediativa” mini il modello multi-centrico/macrocefalo della città-territorio aquilana è altrettanto facile dedurre, visti i tempi di cui necessitano i processi urbani per sedimentarsi. In tal modo L’Aquila viene privata sia del rapporto virtuoso città-campagna di cui godeva che del forte centro di rappresentazione collettiva dal punto di vista iconico, identitario, sociale, commerciale e, non ultimo, spaziale.

Come, infine e più in generale, il modello della dispersione insediativa sia da considerarsi negativo tra le differenti forme in cui può manifestarsi un insediamento umano, è questione che può argomentarsi in primo luogo – per l’attualità che ricopre a livello globale – con la maggiore efficienza energetica, funzionale e di riduzione del consumo di suolo che gli insediamenti densi possono garantire.

Da quanto rilevato è dunque possibile trarre due differenti conclusioni, l’una di carattere prettamente locale, l’altra sui fenomeni insediativi in senso più ampio.

Sul primo e dunque sull’Aquila, dato lo stato delle cose e non potendo eliminare certe cause, sarebbe importante attenuarne ed indirizzarne gli effetti per rendere attuabile una certa visione di città, condivisa, fattibile e perseguibile mediante un progetto di processo.

Pur in mancanza di tale visione comune, ma con la mente ad un assetto capace almeno di ridonare un ruolo al centro storico e di mantenere il disegno multi-polare insidiato dalla diffusione insediativa, le politiche urbane dovrebbero prioritariamente e tempestivamente assumere le seguenti decisioni:

Definire perimetri di edificazione dove si riscontrino agglomerati di costruito ed una soglia minima di “comunità”, decretando per tutto il restante territorio comunale l’inedificabilità, la rimozione delle casette-fai-da-te come anche dei M.A.P., M.U.S.P., M.E.P. e delle stesse C.A.S.E. In tal modo si rimarrebbe nell’ambito multi-polare mediante una composizione cellulare.

All’interno di queste cellule, inserire attrezzature pubbliche prestando attenzione a non delocalizzare dal centro storico e dalle zone ad esso più prossime le funzioni direzionali primarie. Prevedere la reversibilità di servizi ed attezzature che dovessero contrastare con le intenzioni del punto 1. Rendere capace ciascuna cellula di essere un centro, evitando allo stesso tempo che sia così forte da soverchiare gli altri centri e rendendo capaci i poli secondari, nella loro sommatoria, di bilanciare la forza del nucleo storico.
Nella previsione di una alternativa armatura di mobilità pubblica sostenibile, limitarsi a risolvere le maggiori criticità della rete stradale in modo così da rendere vantaggiosa la scelta del servizio pubblico non appena reso competitivo.
Rendere praticabile la mobilità ciclabile proprio in virtù della momentanea “discesa a valle” (fuori centro storico) della città, recuperando la rete ambientale-fluviale.

Sono azioni che hanno evidentemente bisogno di dosi da somministrare con il bilancino. Il problema è che ad oggi non si è ancora scritta alcuna ricetta!

Quanto invece alla teoria generale sulla città diffusa è evidente come, seppur con un ritardo di oltre venti anni, oggi a L’Aquila sia possibile osservare, accelerati, i processi che portano alla diffusione insediativa: sintomi, scelte, tendenze, criticità, “qualità”. Quella spazializzazione delle pulsioni sociali che taluni vedono dietro lo sprawl e che, obtorto collo, pare ormai essersi impossessata degli stessi aquilani.

Sulla scorta delle esperienze maturate in altri contesti diffusi già consolidati è opportuno cercare ed adottare contromisure, valutandone di volta in volta la capacità di contenimento del fenomeno e di assicurazione di qualità urbana, per preservare al massimo un rapporto privilegiato, equilibrato e virtuoso insediamento-natura.

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