giù le mani da Collemaggio

di Vittorio Sconci (da “il Capoluogo”) – 25 nov 2010 –

Non bisogna essere maestri o “grandi maestri” in urbanistica per sapere che nella ricostruzione di una città distrutta da grandi eventi traumatici, naturali e non, le strutture utilizzate per l’emergenza dovrebbero essere per quanto possibile provvisorie ed economiche per far sì che la forza dell’intervento si concentri sulla ristrutturazione del tessuto urbano

Basti pensare a Gemona, addirittura rasa al suolo dal terremoto, rapidamente ricostruita senza strutture in sovrappiù nella sua periferia.

E’ ancora viva la polemica sull’appropriatezza o meno delle new-town, quartieri costosissimi e senza anima costruiti nel nostro comprensorio, che rischiano di condizionare, non si sa a che titolo, il futuro assetto urbanistico di una delle dieci città più belle d’Italia.

Di fatto, al di là di interessi più o meno confessabili, è unanime la convinzione che l’intervento nel centro storico sia prioritario soprattutto per evitare gli sprechi e lo sconvolgimento dell’assetto strutturale di una città già troppo flagellata dall’anarchia dei primi insediamenti del dopo terremoto.

E’ anche unanime la convinzione che la pianificazione e le sue priorità debbano essere individuate dai livelli istituzionali locali e che il Consiglio Comunale debba dettare le regole di tutti i percorsi ricostruttivi definendo così i profili morfologici dello sviluppo urbanistico ed economico della zona da riedificare.

In sostanza, dalle istituzioni democratiche dovrebbe nascere una “idea di città” condivisa utilizzando, per la sua realizzazione, se Dio vorrà, la ormai notissima ma poco diffusa ricostruzione partecipata.

Questo è quanto scritto nei sacri testi di urbanistica e di psicologia sociale.

A L’Aquila sembra che tutto ciò sia caduto, forse per motivi orografici, in completo disuso.

Mentre il Sindaco sfila con i suoi concittadini richiedendo “pane e lavoro”, nelle sue stanze o in quelle attigue vengono presentati progetti, poi anche ampiamente pubblicizzati, da fantomatiche società italolussemburghesi che si proporrebbero quali “fautrici di sviluppo” della nostra città. Come?

Tra le altre “intuizioni” brilla la “fondazione” di una cittadella nuova di zecca, quale “primo vero ritorno nel centro storico”, in un luogo strategico per l’espansione della città futura: la collina di Collemaggio.

Ma la cosa che io ritengo oltraggiosa è che nella proposta di “riqualificazione” della zona non si faccia menzione della storia di quel luogo e dei suoi protagonisti.

Il Manicomio quale investimento a lungo termine dell’allora dominante cultura positivista, la trasformazione, avvenuta in quell’area, di un ceto contadino povero in ceto medio protagonista della diffusione di un terziario che nei decenni successivi ha caratterizzato la identità del nostro territorio ed il processo di emancipazione democratica che ha portato al superamento dell’Ospedale Psichiatrico che, nel tempo, da luogo di riabilitazione si era trasformato in luogo di repressione, rappresentano tutti insieme elementi storici importanti che però non lambiscono minimamente la fisionomia del progetto italolussemburghese.

Un processo evolutivo determinato da momenti importanti della vita del territorio viene impallidito da una vera e propria distorsione del concetto di sviluppo partecipato.

Sono cancellati i significati di un’epoca caratterizzata dall’ottimismo di un futuro “moderno” e dalle regole di una dialettica capace di creare grandi fenomeni e contemporaneamente di studiare i presupposti al loro superamento: il Manicomio da imponente investimento statale sul territorio viene negli anni superato dal sopravvento di una scienza sociale d’avanguardia che ne denuncerà i limiti e la nocività.

In definitiva “la realizzazione di nuovi edifici e di una piazza con portici più grandi di Piazza Duomo” si sostituirebbe ad una vicenda fatta di progresso e di cultura democratica.

Le nostre radici sarebbero rappresentate da un avamposto urbanistico che assolverebbe al ruolo di una vera e propria gradinata posizionata di fronte alle “rovine” della città.

In barba ad ogni regola urbanistica gli aquilani, da protagonisti della ricostruzione, diventerebbero semplici spettatori della scena di una nuova Pompei del XXI secolo.

Ancora una volta la partecipazione attiva sarebbe sostituita dalla compiacenza nei confronti dei nuovi colonizzatori.

Siccome ricordo bene un’altra scelta, a mio giudizio scellerata, che spostò la progettazione del palazzo della Giunta Regionale dalla sua collocazione naturale all’ingresso della città (Colle Fiorito) ad un palazzo riciclato che, se il mai dimenticato Ottaviano Del Turco non lo avesse dedicato a Silone, si chiamerebbe ancora palazzo COMBIT, non vorrei proprio che per Collemaggio accadesse qualcosa di simile.

Ed a tutti i promotori, nessuno escluso, di questo progetto grido con forza: “giù le mani da Collemaggio”.

Dott. Vittorio Sconci

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