peaceReporter: L’Aquila è abbandonata

L’Aquila è una città abbandonata. Nei vicoli della zona rossa l‘erba sta prendendo il posto dei sanpietrini, dai tetti sventrati spuntano cespugli di arbusti, i cantieri aperti si contano sulle dita di una mano. Di notte l’atmosfera è ancora più spettrale: ci si muove immersi in un silenzio irreale, calpestando qua e là qualche cumulo di macerie rimasto lì dal terremoto del 6 aprile. Un silenzio rotto solo dal passaggio delle camionette dell’esercito che ventiquattrore su ventiquattro controllano che nessuno entri nel perimetro off-limits. Davanti a una casa distrutta, appesa a una rete metallica di protezione, c’è la fotocopia dell’intervista che Le Figarò ha fatto a Silvio Berlusconi il 15 settembre di quest’anno, l’ultima risposta è dedicata proprio all’Aquila: «Abbiamo ricostruito – dice il presidente del Consiglio al giornale francese – un’ intera città per coloro che hanno perso le loro case». L’intervista, letta da qui, fa una certa impressione. Poche parole per dire che gli interventi sono terminati con la costruzione delle diciannove new town, le abitazioni del progetto C.A.S.E. sorte a tempo di record attorno alla città.

Guai a chiedere di più. L’hanno sperimentato sulla loro pelle i comitati e i cittadini che hanno promosso la manifestazione nazionale del 20 novembre, mobilitazione che ha visto scendere in piazza oltre ventimila persone. Alla vigilia del corteo la destra abruzzese aveva paventato disordini e scontri, rispolverando perfino i black bloc. Un clima che aveva spinto pure l’arcivescovo metropolita dell’Aquila, mons. Giuseppe Molinari, a lanciare l’allarme: «Attenzione agli infiltrati nel corteo». E invece, al posto di passamontagna neri e mazze ferrate, alle pendici del Gran Sasso si sono visti solo ombrelli e striscioni, oltre alle bandiere nero-verdi simbolo della città. Un lungo serpentone umano che sotto la pioggia incessante si è spostato dalle macerie della periferia alle macerie del centro storico: tutti uniti per chiedere giustizia, lavoro e ricostruzione.

Ma non c’erano solo i cittadini aquilani: in piazza anche le delegazioni dei comitati di Viareggio, San Giuliano di Puglia, Giampilieri, Terzigno. In poche parole c’era – come ha ricordato dal palco Sara Vegni del comitato 3e32 -: «l’Italia dei territori devastati e dei disastri annunciati, dove si continua a morire per terremoti, alluvioni, inquinamenti e disastri ambientali». Per questo dall’Aquila è partita la raccolta delle 50 mila firme necessarie alla presentazione di una legge di iniziativa popolare che definisca tempi e modi certi per la ricostruzione, per dire basta all’emergenza, alle ordinanze e alle deroghe. «Il nostro paese – dicono in coro i comitati – ha bisogno di un’unica grande opera: la messa in sicurezza del territorio, solo così si difendono i cittadini». E hanno chiesto che il 6 aprile diventi la giornata italiana per la prevenzione ambientale e sismica.

Federico Bogazzi

Radio popolare Roma

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foto Yar Man, nov 2012

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che sia sempre "piatto" e giallo ! immagine "on-line" da http://www.laquilaemotion.it/sismografo/laquilaemotion/sismotion.html

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