cosa sarà

di Massimo Giuliani

Ci sono migliaia di persone che ogni mattina si svegliano con un’idea fissa.
Fanno colazione, portano i bambini a scuola, si recano alle loro occupazioni quotidiane con la loro idea fissa. E nel tragitto non abbandonano per un attimo quell’idea. La portano con sé dovunque vadano, ci pensano mentre lavorano e mentre si riposano, mentre guardano la tv, mentre navigano in internet e mentre leggono un libro. Mentre parlano fra di loro e prima di addormentarsi. Quando gli domandi come stai e quando gli parli d’altro, loro hanno la loro idea fissa e spesso hanno voglia di dirtela.
Tutti loro (tutti) sanno bene che quell’idea fissa riempirà la loro vita fino all’ultimo giorno. Che per sempre renderà le loro giornate ora eccitanti, ora strazianti. Per sempre. L’hanno accettata come compagna di strada, le hanno preparato un posto a tavola e uno accanto al loro letto.
La loro idea fissa non è soltanto quella di ricostruirsi una casa, un lavoro e una vita passabilmente simile a quella di prima. Ha soprattutto a che fare con la domanda di quale forma avrà la città che un tempo ospitava la loro vita di prima. Come saprà accogliere i desideri e le aspirazioni delle persone che la abiteranno, che idea del vivere insieme sarà impastata col cemento e saldata ai materiali che la comporranno. Quale idea di persona e di socialità le darà forma insieme ai tecnici che ne disegneranno il profilo.
La loro idea fissa è quella di dire la propria e di non lasciare più ad altri la responsabilità di sognare prima, e poi immaginare, e poi progettare, e infine costruire, una città che sappia meglio prendersi cura dei corpi delle persone e, insieme, nutrirle di quel che sarà riuscita a salvare della sua bellezza di prima. E magari trovarne una nuova, tutta sua, di bellezza.
C’è la probabilità che un certo numero di quelle persone la città alla quale penseranno per il resto della propria vita non la vedranno. È lecito immaginare che per molti di loro (anche per me e i miei amici di lì, che vecchi non siamo) non sarà possibile vedere realizzata la loro idea fissa.
Che non bastino dei lustri per vederla, che dei decenni siano sufficienti per cominciare ad averne un’idea. Alcuni, i più giovani, avranno il privilegio di viverci e di riconoscersi nelle sue strade.
Eppure, se domandate e tutte quelle persone, per nessuna di loro questo è un argomento sufficiente per abbandonare quell’idea fissa e dedicarsi ad altro che sia meno frustrante e di più rapida (e sicura) soddisfazione.

Allora mentre marci lentamente nella città ferita in mezzo ad altri ventimila, e mentre per l’ennesima volta guardi quei muri scoprendo una crepa in più, uno squarcio in più, un cespuglio selvatico in più, ti domandi cosa sarà a spingere tante persone a dedicare la propria vita presente e futura a una domanda a cui non è scontato che conosceranno la risposta, a un lavoro di cui chissà se godranno i frutti, a un interrogativo che gli squarcia le vite già sufficientemente squarciate dalla natura e dalla cialtronaggine di chi è arrivato con l’elicottero e ha detto “fate largo, so io come si fa”. E invece non sapeva niente di niente.

Ti domandi cosa sarà a farle marciare sotto un nubifragio di quelli con cui L’Aquila ti sorprende dopo averti illuso – vigliacca – con un cielo limpido per l’intera mattinata, quando sanno che ventimila persone armate di buone idee non riescono fare il rumore che fa una mignotta armata di registratore.

Ti domandi cosa permetta loro di non mandare tutto all’aria e farsi gli affari propri quando, davanti a una grande occasione di farsi sentire come cittadini, senza bandiere di partito (ma lo sapete quanto è difficile mettere insieme più di dieci persone senza che arrivi il solito capataz a piantare la bandiera di casa sua?), arrivano quelli che dicono “io non partecipo, è una iniziativa politicizzata, ci sono sempre i soliti”. Quelli che se ne stanno a casa per poi dire che a partecipare sono sempre i soliti.
Che soddisfazione sarebbe, avendo tempo da perdere, andare a verificare quanti di loro erano fra quelli che per anni ci hanno detto che questo paese doveva essere diviso fra due sole idee, e che a questo scopo valeva la pena di unire e coordinare le differenze di visione del mondo e dei problemi. Ce l’hanno raccontato per anni, e abbiamo finito per crederci, che stare di qua o di là non è un modo di semplificare i problemi tagliandoli con l’accetta, ma un modo di dare una casa sicura (o l’una o l’altra) alle idee di tutti.

Così, sabato si stava di qua o di là. Si stava con chi, legittimamente, pensa che il miracolo aquilano sia il migliore dei mondi possibili (e va bene, ma allora ditelo: non fateci credere che restate a casa  perché la pioggia e il caschetto vi scompiglierebbero la permanente); oppure si stava con chi ha voluto promuovere una legge di iniziativa popolare per evitare ad altri una nuova L’Aquila e per supplire alla voragine che lo Stato ha lasciato quando ha detto “bene, si è fatto quel che si poteva fare, ora affari vostri”, e se n’è andato senza lasciare gli strumenti necessari a portare avanti il lavoro. Ci si sporcava le scarpe nel fango, magari per dire cosa si sarebbe cambiato, o tolto, o aggiunto a quelle ventimila voci. Per non lasciare a quei ventimila “soliti” il piacere di immaginare la città che verrà.

Il resto, quello che non so raccontare, lo affido a queste foto (di quelle dove ci sono io ringrazio Luisa, Francesco e qualcun altro che non so). Quando le riguardo, forse un po’ lo so cosa sarà.

P.S.: la raccolta di firme è partita sabato sotto la pioggia, e ce ne sono già tante. Presto dovrebbe arrivare anche nei vostri comuni. Informatevi, non perdete questa occasione.

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