il paese delle 400 scosse

di Marco Imarisio – da “il Corriere della Sera”, 9 settembre

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C’è un paese che sembra alla fine del mondo ma dista soltanto 130 chilometri da Roma. E’ un paese dove si vive all’incontrario. Dove i cani vogliono dormire al chiuso, rintanati sotto i tavoli, e gli esseri umani nelle loro cucce, in giardino. Dove le porte di casa sono tutte spalancate, come se fossero una via di fuga, e le finestre perennemente chiuse. Dove nessuno fa più la spesa. Anche oggi il lattaio è andato via a mani vuote, il banco della macelleria è sgombro come una piazza d’Armi, nessuno compra più merce deperibile. Gli abitanti si nutrono solo di pizza, focaccia e pollo allo spiedo, mangiano yogurt, tutto in scatola, pronto all’uso, buono per essere consumato in strada, in auto, nel container.

Il paese si chiama Montereale, 938 metri d’altezza, 350 abitanti più altri 1300 sparsi per le 37 frazioni che visti dall’alto sembrano puntini persi in un mare di verde. E’ il posto per il quale si accapigliano da settimane Enzo Boschi, Guido Bertolaso, più o meno uniti contro il tecnico Giampaolo Giuliani, l’uomo che predisse il terremoto dell’Aquila, e altri esperti definiti «profeti di sventura». Perché qui la terra ha tremato 336 volte nel mese di agosto, e altre 55 fino ad oggi. C’è uno sciame sismico in corso, e Montereale ha la sfortuna di poggiare sulla faglia al confine tra le provincie di L’Aquila e Rieti. Ognuno dice la sua, lontano da qui.

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Al bar raccontano che ogni tanto passa un’auto della Protezione civile. Chiedono se tutti stanno bene, se serve qualcosa, e poi vanno via. All’ingresso del paese, sulla via Nazionale che lo attraversa dal basso all’alto, ci sono una decina di cani assopiti sul marciapiede. Appena una persona si avvicina, fuggono spaventati. I cartelli che annunciano la sagra dello spiedino per il 21 agosto sono già ingrigiti dal tempo. Non c’era nessuno, a quella festa d’estate. I romani che vengono qui a prendere il fresco sono scappati di corsa. Adesso che sta per arrivare la sera, quelli che restano hanno un solo argomento di discussione, in costante aggiornamento. «Non ve ne siete accorti? Sarà stata 2.2, come minimo».

Quella delle 18.40 la sentiamo anche noi. Maria Luisa Grante indica la gola sulla quale si affaccia la sua casa, in piazza Belvedere. Carte geologiche alla mano, la faglia passa sotto questo canalone ricoperto di vegetazione. In lontananza, dall’altra parte della valle, c’è una costruzione di vetro. È l’ospizio. Nel cortile sono montate una decina di tende da campo, per accogliere gli anziani, in caso di panico.

Sono le stesse che si vedevano nei campi dell’Aquila. «L’anno scorso abbiamo avuto anche un 4.5, qui». Poi, dalla gola arrivano i latrati dei cani. Maria Luisa dice di stare zitti, e aspettare. Come un tonfo, e poi la sensazione che mentre cammini qualcuno abbia acceso a tua insaputa un invisibile tapis roulant. Dura poco, un niente. Ma qui succede dieci volte al giorno, quando va bene.

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La notte è scesa da qualche ora, ma la gente passeggia sul marciapiede di via Nazionale, per ritardare il momento. Quando si ritroveranno soli, ognuno nell’abitacolo della sua auto, o nella roulotte, oppure in un container.

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