L’Aquila, aprile 2008

Il degrado della città come segno del degrado dei suoi amministratori

di Carlo Di Stanislao, su http://www.laquilacittàfutura.it , 2 April 2008

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Un approccio obbiettivo al tema della città porta, come innegabile esito, ad una riflessione aperta sulla condizione tangibile della cura o del degrado in cui essa vive la sua contemporaneità. Oggi (e non solo nella nostra città che è confusa e conchiusa in un abbandono privo di memoria) siamo di fronte a città divise fra differenti territori, che si fronteggiano e si scontrano: da una parte i centri storici delimitati e protetti da pericolosi e discutibili piani di recupero, dall’altra le nuove periferie affidate ad un caos programmato ed alienante.

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Il fatto stesso che si continui a parlare (nel linguaggio degli amministratori correnti) di zone periferiche e di zone centrali è la dimostrazione che non si vuole modificare una tendenza in atto da troppi decenni impostata sui valori di mercato attribuiti. È questa condizione reale della città, ancora in espansione e sempre più volutamente separata dal centro storico, a negare l’essenza stessa di città che ha sempre affidato la sua ragione alla stratificazione che il tempo della vita porta attraverso la modificabilità continua in una trasformazione sfortunatamente non sempre programmata. E come si stratificano e si articolano con il nucleo centrale le nostre periferie, senza logiche, piazze, punti d’incontro, rispetto armonioso del bello o del contesto? Oggi non potremmo godere dei felici connubi di impianti medioevali con palazzi rinascimentali in spazialità barocche, in città ancora splendide come Arezzo, Lecce, Ascoli, Perugia, se non si fossero rispettate regole intelligenti ed intelligenti politiche di sviluppo. Non si tratta di parlare di buona architettura o di cattiva architettura, ma di architettura e di non architettura, di politica e non politica; così come di città e di città negata.

È così che la città (anche la nostra) lentamente si nega, si deforma diventando inguardabile; la città lascia affiorare la falsificazione della città, con il suo odore di morte; la città morta ci asseconda ed esprime il senso del decadimento morale, delle non idee, del non pensare che si possa cambiare o si possa realizzare una convinzione (ed una politica) meno fragile, utilitaristica e liquida. La città diventa una maschera di se stessa che non disturba l’occhio dell’imbecille, ma ferisce in profondità l’anima degli onesti.

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Già da molti anni (2003) Lega Ambiente ha inserito L’Aquila fra le città degradate d’Italia, definendola “città stressata” e cioè città con alti tassi di motorizzazione e consumi energetici e livelli d’inquinamento atmosferico tra i piu’ elevati. Le soluzioni (di amministratori di segno politico diverso) o non sono giunte o hanno prodotto disappunto e scompiglio ancora maggiori. Sale la rabbia, la delusione nel vedere come amministratori locali non all’altezza hanno ridotto una bella cittadina, lasciandola nel degrado più assoluto. Sprocizia, incuria, mancanza di manuntenzione, piani urbanistici inesistenti, periferie che sorgono “arruffate” e prive di contenuto. Ordine vuol dire manuntenzione, ristrutturazione di tutte le facciate storiche approfittando dei contributi Europei, rifacimento delle strade, cura del verde, ricerca di nuovi spazi da adibire a parcheggi e non già nuove licenze edilizie per brutti palazzi in zone improponibili o idee che si rincorrono per completare opere discutibili e prive di costrutto. Il cittadino si sente depresso nel vedere la sua città in condizioni penose e il turista la abbandona, come abbandona tutte le città degradate, alla ricerca di quei luoghi dove le amministrazioni lavorano per mantenere e creare un alto livello di efficienza.

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