il percorso magico

di Luisa Nardecchia

Anni Ottanta. Il mio amico Massimo Alesii mi porta al colloquio con Stefano Vespa. Ho vent’anni, sono nervosa, non so come pormi. Il dialogo è secco, deciso, breve, e sono dentro: “RADIO L’AQUILA – 103 MHZ”. Un mito. Un mito un po’ in discesa in verità: gli anni d’oro erano stati i Settanta, ma per me quella redazione era il massimo.

Da quel giorno iniziò il percorso magico, cioè il tragitto che facevo per andare in trasmissione. Parcheggiavo a Piazzetta Chiarino: macchine ammucchiate, disordine, mi ricavavo un posticino vicino al meccanico. Non c’erano strisce blu, non c’erano parchimetri, solo strisce bianche, ma era come se non esistessero. Lasciavo lì la mia 126 beige di terza mano (tappezzeria verde e volante momo) e andavo “in Radio”. Farfalle nello stomaco, mi caricavo per via, usando come personal-trainer le strade, un percorso sempre uguale, un rito scaramantico che mi metteva in sintonia con il mio mondo, sia quello dentro che quello fuori.

Da piazzetta Chiarino approcciavo via San Martino, in discesa. I muri stretti ai lati mi davano energia e mi proteggevano, e i sanpietrini lucidi e tondi sotto le scarpe mi costringevano ad andare piano per godermi lo spettacolo. Se pioveva poi, l’odore dell’aria si faceva intenso, pregno dell’umidità dei muri antichi. Un pensiero al mio amore, poi svoltavo a sinistra, su Via ed Arco dei Veneziani, un piccolo tratto, una giravolta, e il Chiassetto del Campanaro era lì, stretto stretto che sembrava un viaggio nel tempo, un piccolo tubo da cui sbucare a fatica, come a nascere ancora. Subito un gesto scaramantico: guardare in alto il mascherone che caccia la lingua, strizzargli l’occhio ogni volta, per non averlo contro durante la diretta.

E poi giù, mi tuffavo in via Accursio. La casa di Buccio, con la lampada appesa, nera arrugginita sempre uguale, che mai si muoveva neanche col vento. Camminavo attaccata al muro, perché le macchine in salita andavano veloci. Che strada! I palazzi antichi ogni tanto li trovavo con i portoni socchiusi, e sbirciavo dentro, a guardare quegli orti magnifici, gli orti aquilani, o i cortili col pozzo e la carrucola.

Il tempo sembrava essersi fermato in quelle crepe, stasi serena di un orologio immobile. La bottega del sarto era perfettamente inserita nel quadro: lui sempre a cucire con la sedia mezza e mezza, due gambe sulla strada e due dentro, a prendere un po’ di luce dalla strada (l’interno era ancora più buio); e lui lì, con gli occhiali sul naso, cuciva pantaloni da uomo.

Ci buttavamo uno sguardo indifferente: in tutti quegli anni non ci siamo mai scambiati un saluto, all’aquilana maniera ci ignoravamo. Il sarto era sempre sintonizzato sui 103, aveva il volume al massimo per via del fatto che sedeva mezzo fuori, e quando passavo sentivo i nostri jingle fatti in casa: lui sapeva che ero io “la voce”, aveva certamente collegato il mio passare con l’inizio della trasmissione, ma mai un cenno, mai una parola, né mia, né sua. Poco dopo la muta tappa della sartoria, il portone del n. 10, lui, il “mio” portone.

Il cortile interno, il porticato dall’intonaco un po’ scrostato, la targa piccolina RADIO L’AQUILA, null’altro da vedere, perché il cuore era già dentro: due scale da scendere, una piccola porta di vetro smerigliato e ferro battuto e… odore di muffa, nuvole di fumo di sigaretta, ero dentro! La magia del percorso magico si fondeva tutta in quel piccolo scantinato che per me era il mondo dei sogni, un paradiso sistemato dentro un altro paradiso. Sala di registrazione, cuffie, prova microfono, Tony con la faccia da indiano fa il solito cenno impercettibile con gli occhi sornioni e… “VIA” … parlavo alla città. Leggevo pezzi miei. Preparavo meticolosamente trasmissioni a tema sulla città, ripercorrevo la toponomastica e raccontavo storie antiche.

Nella mia mente parlavo al sarto, ma sapevo che erano in tanti a sentirmi. Un giorno una signora telefonò dopo la trasmissione (mai successo) per fare i complimenti. Usciti dalla sala di registrazione, Tony (rompendo appena appena, con l’angolo della bocca, la sua espressione perennemente immobile) lo raccontò a Renato: “Oh…. Ha telefonato una… pe’ ddì che jìè piaciuta la trasmissione…”. E Renato, dopo un attimo di perplessità, replicò fissandomi stupito: “E chi era????……. zzìeta????”, suscitando l’ilarità generale, inclusa la mia. Eh sì, lo trovai delizioso. Perché il quadretto, dal percorso magico alla battuta di Renato, era proprio perfetto. PERFETTO.

Questo è L’Aquila. Che nessuno alzi mai la testa dalla mischia. Che nessuno cresca sulla squadra. Così si vince. Questo è la mia L’Aquila. E solo chi è “dentro”, chi ce l’ha nel sangue da generazioni, può capire a fondo questa piccola storia.


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